Quando l'inglese parlava italiano: breve storia dell'insegnamento dell'italiano in Inghilterra
di Emma Daria Perlo
Introduzione
L'italiano è ancora oggi una lingua che registra numeri significativi come lingua straniera: sono infatti circa 2,06 milioni le persone che lo studiano in 113 Paesi diversi (MAECI, 2021). Tuttavia la diffusione internazionale dell’italiano non è un fenomeno recente: affonda le sue radici nei secoli passati, quando la lingua e la cultura italiane suscitarono grande curiosità e prestigio oltre i confini della penisola. In particolare, l’Inghilterra fu tra i primi Paesi europei a sviluppare un interesse stabile per la nostra lingua.
I primi contatti e l'epoca elisabettiana
I primi contatti documentati tra Italia e Inghilterra sono testimoniati dalle relazioni di ambasciatori veneziani: la prima traccia di relazioni diplomatiche e di invio di rappresentanze estere in Inghilterra da parte della Repubblica di Venezia risale al 1370, in una lettera che il re inglese Edoardo III inviò al doge Andrea Contarini (Wyatt, 2005). Nei secoli successivi diversi personaggi italiani di rilievo visitarono l'Inghilterra e riportarono le loro impressioni. Tra questi citiamo l'umanista fiorentino Poggio Bracciolini, il futuro papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) e Baldassarre Castiglione.
Fig. 1 Pinturicchio, Enea Piccolomini (Pio II) ambasciatore in Scozia con James I
Nel Cinquecento iniziarono a circolare anche all'estero, e in Inghilterra, le prime grammatiche per stranieri (ad esempio The Principal Rules of Italian Grammar di William Thomas). La conoscenza dell'italiano acquistò importanza per almeno due motivi: in primo luogo il prestigio culturale e letterario di opere scritte in volgare, come la Commedia, e degli autori Petrarca, Boccaccio e Machiavelli; in secondo luogo la necessità di comunicare con le rappresentanze italiane presenti in Inghilterra per ragioni commerciali e professionali. All'epoca l'inglese non era ancora una lingua franca diffusa in tutto il continente, e non era scontato che uno straniero che venisse oltremanica la conoscesse.
Nel Cinquecento l'insegnamento delle lingue moderne (italiano, francese, spagnolo) non era ancora diffuso nelle scuole: prevalevano latino e greco. Questo generò una domanda di insegnanti privati, compresi maestri d'italiano. A Londra vivevano molti italiani, spesso esuli fuggiti dalle persecuzioni religiose, e molti aprirono scuole private dove si insegnavano anche le lingue moderne (Yates, 1937).
Dal punto di vista dell'insegnamento dell'italiano, però, la figura del docente privato, il tutor, è la più rilevante. Durante l'epoca elisabettiana lo studio dell'italiano tra nobili e gentry divenne quasi d'obbligo: la regina stessa lo parlava fluentemente, grazie agli insegnamenti di Giovan Battista Castiglione. Alcuni maestri riuscirono a ottenere stabilità economica e una certa celebrità: Michelangelo Florio insegnò a Lady Jane Grey e forse anche alla giovane Elisabetta; Gianbattista Castelvetro lavorò alla corte di Giacomo I; Claudius Hollyband pubblicò manuali per l'apprendimento dell'italiano (The Italian Schoolemaister, 1597; Campo di Fior, 1583). (Pizzoli, 2004).
Fig. 2 William Hole, ritratto di John Florio, 1611
La figura più importante di questo periodo è però certamente John Florio, figlio del già citato Michelangelo. A venticinque anni pubblicò il suo primo libro, First Fruits (1578), ispirato alle Hore di ricreatione di Lodovico Guicciardini e al Libro aureo di Antonio De Guevara. Il manuale è una raccolta di dialoghi di difficoltà crescente, organizzati su due colonne per offrire la versione in inglese e quella in italiano. Sia First Fruits sia Second Fruits (1591) offrono una panoramica della vita inglese dell'epoca: più che spiegazioni grammaticali sono raccolte di vocaboli, proverbi e modi di dire. Nel 1598 Florio pubblicò il suo dizionario italiano-inglese, poi rivisto nel 1611 con il titolo A World of Words. Il dizionario rimase uno standard per tutto il Seicento e influenzò le opere successive (Yates, 1934).
Il Grand Tour e la stagione lirica
Nel secolo successivo l'eredità di Florio fu raccolta da Giovanni Torriano, maestro e autore giunto in Inghilterra intorno al 1620. Torriano non era solo un insegnante d'italiano: è considerato anche tra i primi maestri a insegnare l'inglese in Italia (Rossi, 1991). Egli intrattenne rapporti con la corte inglese e si ispirò ai lavori di Florio, proseguendone la tradizione: nel 1666 pubblicò una raccolta di proverbi (Piazza universale di proverbi italiani) che amplia opere analoghe di epoche precedenti. Inoltre, nel 1659 curò una nuova edizione del dizionario di Florio, consultando anche il Vocabolario della Crusca per integrare gli autori e i materiali.