scritte al Cardinale de Medici che poi รจ stato creato a Sommo Pontefice et detto Papa Clemente settimo divise in tre libri
Autore:
M. Pietro Bembo | Bembo Pietro
L'edizione è priva di indice e si compone come segue:
Prose di M. Pietro Bembo nelle quali si ragiona della volgar lingua [a1r]
Di Messer Pietro Bembo a Monsignore Messer Giulio Cardinale de Medici della volgar lingua libro primo [1r]
Di Messer Pietro Bembo a Monsignor Messer Giulio Cardinale de Medici della volgar lingua libro secondo [20r]
Di Messer Pietro Bembo a Monsignore Messer Giulio Cardinale de Medici della volgar lingua libro terzo [42r]
Errori dagl'impressori per inauertenza fatti [94r]
Colophon [94v]
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[I.] Questa città, la quale per le sue molte e riverende
reliquie, infino a questo dì a noi dalla ingiuria delle nimiche
nazioni e del tempo, non leggier nimico, lasciate, piú che
per li sette colli, sopra i quali ancor siede, sé Roma essere
subitamente dimostra a chi la mira, vede tutto il giorno a sé
venire molti artefici di vicine e di lontane parti, i quali le
belle antiche figure di marmo e talor di rame, che o sparse
per tutta lei qua e là giacciono o sono publicamente e pri-
vatamente guardate e tenute care, e gli archi e le terme e i
teatri e gli altri diversi edificii, che in alcuna loro parte sono
in piè, con istudio cercando, nel picciolo spazio delle loro
carte o cere la forma di quelli rapportano, e poscia, quando
a fare essi alcuna nuova opera intendono, mirano in quegli
essempi, e di rassomigliarli col loro artificio procacciando,
tanto più sé dovere essere della loro fatica lodati si credono,
quanto essi più alle antiche cose fanno per somiglianza ravi-
cinare le loro nuove; perciò che sanno e veggono che quelle
antiche più alla perfezion dell’arte s’accostano, che le fatte
da indi innanzi. Questo hanno fatto più che altri, monsignore
messer Giulio, i vostri Michele Agnolo fiorentino e Ra-
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faello da Urbino, l’uno dipintore e scultore e architetto pa-
rimente, l’altro e dipintore e architetto altresì; e hannolo sí
diligentemente fatto, che amendue sono ora così eccellenti e
così chiari, che più agevole è a dire quanto essi agli antichi
buoni maestri sieno prossimani, che quale di loro sia dell’al-
tro maggiore e miglior maestro. La quale usanza e studio,
se, in queste arti molto minori posto, è come si vede giove-
vole e profittevole grandemente, quanto si dee dire che egli
maggiormente porre si debba nello scrivere, che è opera cosí
leggiadra e così gentile, che niuna arte può bella e chiara
compiutamente essere senza essa. Con ciò sia cosa che e Mi-
rone e Fidia e Apelle e Vitruvio, o pure il vostro Leon Bat-
tista Alberti, e tanti altri pellegrini artefici per adietro stati,
ora dal mondo conosciuti non sarebbono, se gli altrui o an-
cora i loro inchiostri celebrati non gli avessero, di maniera
che vie più si leggessero, della loro creta o scarpello o pen-
nello o archipenzolo le opere, che si vedessero. Quantunque
non pur gli artefici, ma tutti gli altri uomini ancora di qua-
lunque stato, essere lungo tempo chiari e illustri non pos-
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sono altramente. Anzi eglino tanto più chiari sono e illustri
ciascuno, quanto più uno, che altro, leggiadri scrittori ha
de’ fatti e della virtù sua. Perché ragionevolmente Alessan-
dro il Magno, quando alla sepoltura d’Achille pervenne,
fortunato il chiamò, così alto e famoso lodatore avendo avuto
delle sue prodezze; quasi dir volesse, che egli, se bene molto
maggiori cose facesse, non andrebbe cosí lodato per la suc-
cessione degli uomini, come già vedeva essere ito Achille, per
lo non avere egli Omero che di sé scrivesse, come era avenuto
d’avere allui. Il che se così è, che essere per certo si vede, fac-
ciamo ancor noi, i quali agli studi delle lettere donati ci
siamo e in essi ci trastulliamo, quello stesso che far veggiamo
agli artefici che io dissi, e per le imagini e forme, che gli an-
tichi uomini ci hanno de’ loro animi e del lor valore lasciate,
ciò sono le scritture, vie più che tutte le altre opere bastevoli,
diligentemente cercando, a saper noi bene e leggiadramente
scrivere appariamo; non dico nella latina lingua, la quale è
in maniera di libri ripiena che oggimai vi soprabondano, ma
nella nostra volgare, la quale oltra che più agevolezza allo
scrivere ci presterà, eziandio ne ha più bisogno. Con ciò sia
cosa che quantunque dal suo cominciamento infino a questo
giorno non pochi siano stati quelli che v’hanno scritto, po-
chi nondimeno si vede, che sono di loro e in verso e in prosa
i buoni scrittori.
[II.] E io, acciò che gli altri più volentieri a questa opera
si mettano, veggendo essi da principio tutta la strada per la
quale a camminare hanno, che per adietro non s’è veduta, di-
co, che essendosi il terzo giorno medesimamente a casa mio
fratello raunati gli tre, de’ quali negli altri libri si disse, per
fornire il ragionamento, ad utilità di messer Ercole due dì
tra loro avuto, e già d’intorno al fuoco a seder postisi, disse
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messer Federigo al Magnifico: – Io veggo, Giuliano, che
voi più aventurato sete oggi, di quello che messer Carlo e io
questi due dì stati non siamo, perciò che il vento, che infino a
stamane così forte ha soffiato, ora si tace e niuno strepito fa,
quasi egli a voi più cheta e più riposata udienza dar voglia,
che a noi non ha data –. A cui il Magnifico così rispose:
– Voi dite il vero, messer Federigo, che ora nessun vento
fiede; di che, io testé venendo qui con messer Ercole, amen-
due ne ragionavamo nella mia barchetta, che più agevolmente
oggi, che ieri e l’altr’ieri non fece, ci portava oltre per queste
liquide vie. Ma io sicuramente di ciò mestiero avea, a cui dire
convien di cose sì poco per sé piacenti, che se romor niuno si
sentisse, appena che io mi creda che voi udir mi poteste, non
che voi badaste ad apprendere ciò che io dicessi. Come che
tutto quello che io dirò, a messer Ercole fia detto, a cui fa
luogo queste cose intendere, non a voi o a messer Carlo, che
ne sete maestri. Anzi voglio io, che la condizione ieri da me
postavi e da voi accettata, voi la mi osserviate, d’aiutarmi
dove io mancassi; affine che per noi a messer Ercole non si
manchi, il quale di ciò così disiderosamente ci ha richiesti e
pregati –. Il che detto e dagli due consentito, più perché il
Magnifico di dire non si rimanesse se essi il ricusassero, che
perché lo stimassero a niun bisogno, esso così cominciò a
parlare:
[III.] – Quello, che io a dirvi ho preso, è, messer Ercole,
se io dirittamente stimo, la particolare forma e stato della fio-
rentina lingua, e di ciò che a voi, che italiano siete, a parlar
toscanamente fa mestiero; la qual somma, perciò che nelle
altre lingue in più parti si suole dividere, di loro in questa,
partitamente e anco non partitamente, sì come ad uopo mi
verrà, vi ragionerò. E per incominciar dal Nome, dico che,
sì come nella maggior parte delle altre lingue della Italia,
così eziandio in quella della città mia, i nomi in alcuna delle
vocali terminano e finiscono sempre; sí come naturalmente
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fanno ancora tutte le toscane voci, da alcune pochissime in
fuori. E questi nomi altro che di due generi non sono: del
maschio e della femina. Quello che da’ Latini neutro è detto,
ella partitamente non ha; sì come non hanno eziandio le
altre volgari, e come si vede la lingua degli Ebrei non avere,
e come si legge che non avea quella de’ Cartaginesi negli
antichi tempi altresì. Usa tuttavia gli due, nella guisa che
poi si dirà, e di loro se ne serve in quella vece. Ne’ maschi il
numero del meno più fini suole avere. Perciò che egli e nella
O termina, che è nondimeno comunemente fine delle altre
lingue volgari, e nella I, che proprio fine è della toscana in
alquante di quelle voci, che nomi propriamente si chiamano,
Neri Geri Rinieri e simili. Perciò che quelli delle famiglie
che cosí finiscono, Elisei Cavalcanti Buondelmonti, sono tolti
dal numero del più e non da quello del meno. Termina ezian-
dio nella E, nella quale, tra gli altri, generalmente hanno fine
que’ nomi, che o maschi o di femina o pure neutri che essi
siano, nel secondo loro caso d’una sillaba crescono nel latino,
Amore Onore Vergine Margine e questo, che io Genere no-
vellamente chiamo, e somiglianti. Il qual fine, quantunque
ragionevolmente così termini, perciò che usandosi volgarmente
una sola forma e qualità per tutti i casi, meglio fu il pigliar
quel fine che a più casi serve nel latino, che quello che serve
a meno, nientedimanco hanno gli scrittori alcuna volta usato
eziandio il fine del primo caso; sì come fe’ Dante che disse
Grando, e il Petrarca che disse Pondo e altre, e il Boccac-
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cio che Spirante turbo disse. Oltra che s’è alcuna volta detto
Imago e Image da’ migliori poeti. Ma tornando alle voci
del maschio, egli termina nella E ancora molto toscanamente
in molti di que’ nomi, li quali comunemente parlandosi nella
O finiscono, Pensiere Sentiere Destriere Cavaliere Cinghiare
Scolare e somiglianti. Termina ultimatamente ancora nella
A, che tuttavia, fuori solamente alcuni pochissimi, è fine di
nomi più tosto d’uffici o d’arti o di famiglie, o per altro acci-
dente sopraposti, che altro. Quantunque a questo nome d’uf-
ficio, che si dice Podestà, diede il Boccaccio l’articolo della
femina, quando e’ disse: Giudice della Podésta di Forlim-
popoli, sì come gli aveano altri toscani prosatori dato avanti
allui; e posegli oltre acciò l’accento sopra la sillaba del mez-
zo, imitando in questo non pure altri scrittori, ma Dante an-
cora, che fe’ nel suo Inferno:
Quando verrà lor nemica podésta.
Nella U niuno toscano nome termina, fuori che Tu e Gru;
la qual voce così si dice nel numero del più, come in quello
del meno, la Gru le Gru. La Virtù e le Virtù, che si dicono,
e dell’altre, non sono voci compiute. Ma tuttavolta, in qua-
lunque delle vocali cada il numero del meno nelle voci del
maschio, quello del più sempre in I cade –.
[IV.] Detto che così ebbe il Magnifico, per picciolo spa-
zio fermatosi e poscia passare ad altro volendo, mio fratello
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così prese a dire: – Egli non si pare che così sia, Giuliano,
come voi dite, che nella I tutti i nomi del maschio forniscano,
i quali nel numero del più si mandan fuori, almeno ne’ poeti;
con ciò sia cosa che si legga:
Togliendo gli anima’, che sono in terra;
e ancora,
Che v’eran di lacciuo’ forme sì nove;
dove si vede che Anima’ e Lacciuo’ sono voci del numero
del più, e nondimeno nella I non forniscono. E similmente
in ogni poeta ve ne sono dell’altre, e in questi medesimi
altresì. Dunque affine che messer Ercole, a questi versi o ad
altri a questi simili avenendosi, non istea sospeso, scioglie-
tegli questo picciol dubbio e fategliele chiaro –. Perché il
Magnifico, a queste parole rispondendo, cosí disse: – Queste
voci, messer Ercole, che ora il Bembo da Dante e dal Pe-
trarca ci reca, voci intere non sono, anzi son fatte tali dalla
licenza de’ poeti. La quale da questa parte nondimeno è leg-
giera; ché il tor via di loro le due ultime lettere niuna dispa-
rutezza si vede che genera, e per aventura direbbe alcuno,
che vi si giugne e accresce vaghezza così facendo. E io vi
ragionava delle intere, che, in queste due, Animali e Lac-
ciuoli sono, delle quali le due ultime lettere sono sì deboli,
che poco perdono, se pure non acquistano, le dette voci da
questo canto. E sono tuttavia di quelli che nella scrittura
niente vogliono che si lievi di loro, anzi si lascino intere;
quantunque poscia, leggendo il verso, così le mandan fuori,
come voi fatto avete. Il che si fa medesimamente in quelle
voci, che con tre vocali finiscono, le quali tutte interamente
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si scrivono, e nondimeno alle volte si leggono e proferiscono
non intere:
Non era vinto ancora Montemalo
dal nostro Uccellatoio; che com’è vinto
nel montar su, cosí sarà nel calo
e ancora,
Lasciala tal, che di qui a mill’anni
ne lo stato primaio non si rinselva.
Né solo Dante, ma gli altri toscani poeti ancora questa li-
cenza si presero in altre così fatte voci. – Niuna licenza, –
disse allora acciò framettendosi messer Federigo – che nuova
fosse, si presero i vostri poeti, Giuliano, nel così fare come
avete detto; perciò che vie di lor prima i Provenzali così fa-
cevano, che Gioia Noia essi senza la vocale ultima scriveano,
e d’una sillaba essere la ne facevano. E ciò usavano in quelle
voci, che da noi con le tre vocali, nella detta guisa favellando,
si mandan fuori. Il che da essi togliendo, sì come da loro
maestri, disse Lupo degli Uberti in un verso rotto delle sue
canzoni così:
Ch’altra gioia non m’è cara;
e il re Enzo in un altro:
Per meo servir non veggio,
che gioia mi se n’accresca;
e il Boccaccio in uno intero delle sue ballate medesimamente
così:
Onde ’l viver m’è noia, né so morire.
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E dell’altre voci ancora dissero i nostri poeti di questa ma-
niera:
Ecco Cin da Pistoia, Guitton d’Arezzo,
e simili –. E questo detto, si tacque.
[V.] Di che il Magnifico, dopo altre parole sopra ciò
dallui e da mio fratello dette, che il dire di messer Federigo
raffermavano, nel suo ragionar si rimise, così dicendo: –
Nelle voci della femina, il numero del meno nella A o nella
E, quello del più nella E o nella I suole fornire, con una
cotal regola, che porta che tutte le voci finienti in A nel nu-
mero del meno, in E finiscano in quello del più, e le finienti
in E in quello del meno, in I poi finiscano nell’altro; levan-
done tuttavolta la Mano e le Mani, che fine di maschio ha
nell’un numero e nell’altro, e alquante voci, che sotto regola
non istanno, tolte così da altre lingue, Dido Saffo e simili.
E se, in questa voce Fronda, il numero del più ora la E e
quando la I aver si vede per fine, è perciò che ella, in quello
del meno, i due fini dettivi della A e della E ha medesima-
mente; perciò che Fronde, non meno che Fronda, si legge
nel primier numero. E a tal condizione sono alcune altre
voci, Ala Arma Loda Froda, perciò che e Ale e Arme e Lode
e Frode si sono eziandio nel numero del meno dette. In
maniera che dire si può terminatamente così, che tutte quelle
voci di femina, che in alcuno de’ due numeri due di questi
fini aver si veggono, di necessità i due altri hanno eziandio
nell’altro, come che non ciascuno di questi fini sia in uso
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ugualmente o nella prosa o nel verso; levandone tuttavia
quelle voci, che per accorciamento dell’ultima sillaba che si
gitta, così nel numero del più come in quello del meno si
dicono nelle prose: la Città le Città, di cui sono i diritti, la
Cittate le Cittati, che dire si sogliono alle volte nel verso.
Nel qual verso ancora mutano i poeti le più volte la T, con-
sonante loro ultima, nella D, Cittade e Cittadi dicendo. Il
che tutto adiviene medesimamente in moltissime altre voci
di questa maniera, e in alquante ancora, che di questa ma-
niera non sono, e sono così del maschio come della femina,
Matre Patre, che Madre e Padre si dissero, e Piè in vece di
Piede e di Piedi e altre.
[VI.] Le voci poi, che sono del neutro nel latino, e io
dissi nel volgare non aver proprio luogo, l’articolo e il fine di
quelle del maschio servano nel numero del meno. In quello
del più, usano con l’articolo della femina un proprio e par-
ticolare loro fine, che è in A sempre, e altramente non gia-
mai. Con la qual regola si vede che parlò il Boccaccio,
quando e’ disse: Messo il capo per la bocca del doglio, che
molto grande non era, e, oltre a quello, l’uno delle braccia
con tutta la spalla; e non disse l’una delle braccia o altra-
mente. Né dico io ciò, perché tutti quelli nomi, che sono
nel latino neutri, usino di sempre così fare nel toscano, che
no ’l fanno; con ciò sia cosa che moltissimi di loro la termi-
nazione e l’articolo delle voci del maschio ritengono in amen-
due i numeri, sì come sono il Regno, il Segno, il Tormento,
il Sospiro, il Bene, il Male, il Lume, il Fiume, e i Regni, i
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Segni, i Tormenti, i Sospiri, i Beni, i Mali, i Lumi, i Fiumi.
Ma dicolo perciò che qualunque voce si dice neutralmente
nel numero del più nella nostra lingua, ella quel tanto a diffe-
renza dell’altre usa e serva continuo, che io dissi: le Fila,
le Ciglia, le Ginocchia, le Membra, le Fata, le Peccata, e
quella che una volta usò il Petrarca neutralmente nel sonetto,
che ieri messer Federigo ci recitò,
Di vaga fera le vestigia sparse.
Il che aviene ancora di molte di quelle voci, che maschia-
mente si dicono nel latino, le Dita, le Letta le Risa, e si-
mili; come che elle vie più tosto della prosa siano, che del
verso. Di queste e di quelle voci, se molte eziandio maschia-
mente si dicono, i Letti, i Diti, i Vestigi, i Peccati, è ciò più
tosto da altre lingue tolto, che egli natìa forma sia di quella
della mia città; il che da questo veder si può, che egli è
più tosto uso del verso che della prosa, e degli ultimi poeti
che de’ primieri: e ultimo chiamo il Petrarca, dopo ’l quale
non si vede gran fatto che sia veruno buon poeta stato infino
a’ nostri tempi. Quantunque gli antichi Toscani un altro
fine ancora nel numero del più, in segno del loro neutro,
assai sovente usarono nelle prose, e alcuna volta nel verso;
sì come sono Arcora Ortora Luogora Borgora Gradora Pra-
tora e altri. Né solamente i più antichi, o pure Dante, che
disse Corpora e Ramora, dalla qual voce s’è detto Ramo-
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ruto; ma il Boccaccio ancora, che nelle sue novelle e Latora
e Biadora e Tempora disse.
[VII.] E questo che fin qui s’è detto, può, come io aviso,
essere a bastanza detto di que’ nomi, i quali, col verbo posti,
in piè soli star possono e reggonsi da sé senza altro. Di quelli
appresso, che con questi si pongono, né stato hanno altra-
mente, dire si può che le voci del maschio due fini sola-
mente hanno: la O e la E nel numero del meno, Alto Puro
Dolce Lieve, e la I in quello del più, Alti Lievi; e quelle della
femina due altri: la A e la medesima E, che ad amendue
questi generi è comune, Alta Pura Dolce Lieve, nel numero
del meno, e la E e la I in quello del più, Pure Lievi; levan-
done la voce Pari, che così in ciascun genere e in ciascun
caso e in ciascun numero si disse, come che Pare si sia alcuna
volta detto da’ poeti nel numero del meno; e quelle ancora
con le quali si numera, i Due, che Duo si disse più spesso e
più leggiadramente nel verso, e le Due, e Tre e Sei e Dieci,
che Diece più anticamente si disse, e Trenta e Cento e gli
altri, i quali non si torcono; come che Dante torcesse la voce
Tre, e Trei ne facesse nel suo Inferno. Et è sovente che
nelle voci del maschio si lascia la O e la E nel numero del
meno, in que’ nomi che la R v’hanno per loro ultima con-
sonante, Pensier Primier e Amar e Dur, che una volta
disse il Petrarca, Miglior Piggior; o in quelli che per con-
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sonante loro ultima v’hanno la N, Van Stran Pien Buon, i
quali tutti eziandio nel numero del più si son detti. È il
vero, che Fier in vece di Fiero, e Leggier in vece di Leggieri,
e Signor in vece di Signori, o pure ancora Peregrin in vece
di Peregrini, che disse Dante:
Ma noi sem peregrin come voi sete,
non si direbbon così spesso nelle prose come nel verso. Non
si fa così nelle voci della femina, che la A vi si lasci medesi-
mamente, perciò che ella non vi si lascia giamai. Lasciavisi
alle volte la E, in quelle che v’hanno la L, e dicesi Debil vi-
sta, Sottil fiamma, nel numero del meno; e la I alcune poche
volte in quello del più: il Petrarca,
Con voce allor di sì mirabil tempre.
Et è poi, che si lascia in quello del più eziandio la L, nelle
voci del maschio e della femina; sì come la lasciò il mede-
simo Petrarca:
Qua’ figli mai, qua’ donne,
furon materia a sì giusto disdegno?
e ancora,
Da ta’ due luci è l’intelletto offeso;
e il Boccaccio, che disse:
Con le tue armi e co’ crude’roncigli
e ancora,
Ne’ padri e ne’ figliuo’,
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in vece di dire Crudeli e Figliuoli. Né pure la medesima O,
di cui sopra si disse, ma ancora tutta intera la sillaba si la-
scia in questa voce, Santo, maschilemente detta, e in que-
st’altre, Prode Grande; e più ancora che la intera sillaba in
queste, Belli e Quelli, vi si lascia, e in Cavalli la lasciò il
Boccaccio, che disse Cava’ nella sua Teseide. Come che
la voce Grande, troncamente detta, non più al maschio si
dà che alla femina. Nulla, allo ’ncontro, si lascia di quelle
voci, che con più consonanti empiono la loro ultima sillaba,
Destro Silvestro Ferrigno Sanguigno, e somiglianti. Mutasi
alcuna volta della voce Grave la vocal primiera, e fassene
Greve nel verso.
[VIII.] Dànnosi oltre acciò, per chi vuole, in compagne
di tutte queste e simili voci, quelle ancora che da’ verbi della
prima maniera si formano; sì come si forma Impiegato Disa-
giato Ingombrato, alquante delle quali usarono gli scrittori
d’accorciare nelle rime, un altro fine dando loro. Perciò che,
in vece di questa, Ingombrato che io dissi e Sgombrato che
si dice, essi alle volte dissero Ingombro Sgombro; e in vece
di Macerato, Macero; e di Dubbioso, Dubbio; e di Cercato,
Cerco; e di Separato, Sevro, sì come quelli che Severare in
vece di Separare dicevano, e nelle prose altresì, e Scieverare e
Discieverare ancora più anticamente; e di Inchinato, In-
chino, e per aventura dell’altre; e i prosatori parimente, che
ancora essi Cerco e Desto e Uso e Vendico e Dimentico e Di-
libero, in vece di Cercato e Destato e Usato e Vendicato e
Dimenticato e Diliberato, dissero. Il che fecero gli antichi
Toscani alle volte ancora nelle voci che da sé si reggono,
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Santà e Infertà in vece di Sanità e Infermità dicendo. Lasso
e Franco e Stanco e per aventura dell’altre, in vece delle com-
piute, sono così in usanza, che più tosto propriamente dette
paiono che altramente. Usarono nondimeno i detti antichi
alcune di queste voci, pure in luogo di voci che da sé si reg-
gono; sì come Caro in vece di Caristia, che dissero: Nel detto
anno in Firenze ebbe grandissimo caro; e somigliantemente
dissero: Scarso di vittovaglia, in vece di Scarsità; e Faccendo
molesto alla città, quando cresciea, e Che infino a que’ tempi
stavano in molte dilizie e morbidezze e tranquillo, in vece
di dire Molestia e Tranquillità; e, quello che pare piú nuovo,
Per lunga dura in vece di Per lunga durata, alcuna volta si
disse. Usarono eziandio alquante di queste voci, in luogo di
quelle particelle, che a’ nomi si dànno e per casi o per nu-
meri o per generi non si torcono, sì come si vede non solo
ne’ poeti, che dissero:
Qui vid’io gente, più ch’altrove, troppa,
in vece di dire, troppo più che altrove; e ancora,
Quella, che giva intorno, era più molta,
in vece di dire molto più; ma ne’ prosatori ancora: Giovan
Villani, Per la qual cosa i Lucchesi furono molti ristretti e
afflitti; e il Boccaccio, Ma veggendosi molti meno, che gli
assalitori, cominciarono a fuggire; il che ora, popolaresca-
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mente ragionando, si fa tutto giorno. Né mancò ancora che
essi non ponessero alle volte di queste voci, col fine del ma-
schio, dandole nondimeno a reggere a voci di femina; sì come
pose il Boccaccio, che disse: E subitamente fu ogni cosa di
romore e di pianto ripieno, e altrove, Essendo freddi gran-
dissimi, e ogni cosa pieno di neve e di ghiaccio. Dove si
vede, che quella voce Ogni cosa si piglia in vece di Tutto, e
perciò così si disse Ogni cosa pieno, come se detto si fosse
Tutto pieno –.
[IX.] Avea queste cose ragionato il Magnifico e tacevasi,
forse pensando a quello che dire appresso dovea; a cui messer
Federigo, veggendolo star cheto, disse: – Io non so già, se
voi, Giuliano, parte de’ nomi essere vi credete quella, che
chiamaste ieri articoli, del Signorso ragionandoci di cui si
disse, Il La Li Le e gli altri; con ciò sia cosa che essi senza i
nomi avere luogo non possono in modo alcuno, né i nomi
per la maggior parte in piè si reggono senza essi. Ma come
che ciò sia, che poco nondimeno importa, voi non potete de’
nomi avere a bastanza detto, se degli articoli eziandio non
ci ragionate quello, che dire se ne può e bene è che messer
Ercole intenda. Né solamente degli articoli, ma ancora di
quelli, che segni sono d’alcuni casi, e alle volte senza gli ar-
ticoli si pongono, e talora insieme con essi: Di Pietro, A Pie-
tro, Da Pietro; Del fiume, Al fiume, Dal fiume; de’ quali
alcuni, senza dubbio, proponimenti mostra che siano piú
tosto, che segni di caso. Il che comunque si prenda, che me-
desimamente di molta importanza non può essere, gli usi
nondimeno di loro e le differenze non sono per aventura da
essere adietro lasciate di questi ragionamenti. – Dunque non
si lascino, – disse il Magnifico – se pare, messer Federigo,
così a voi, il che pare eziandio a me – e, un poco fermatosi,
seguitò: – È l’articolo del maschio nel numero del meno,
quando la voce, a cui esso si dà, incomincia da lettera che
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consonante sia, quello che voi diceste, Il; e quando da vocale,
Lo; il quale nondimeno si vede alcuna volta usato eziandio
dinanzi alle consonanti, e più spesso da’ più antichi che da’
meno. Suole tuttafiata questo articolo dinanzi alle vocali la-
sciare sempre adietro la vocal sua, L’ardore L’errore, sì come
quello altresì la sua dopo le vocali, Da ’l cielo Co ’l mondo
Su ’l fiume Inverso ’l monte. Usa eziandio l’articolo della
femina, che è quell’uno, che voi diceste La, nel numero del
meno medesimamente lasciare adietro la vocal sua, quando
la seguente voce incomincia da vocale: L’onda L’erba e si-
mili. E aviene alle volte che, essendo questi due articoli del
maschio e della femina dinanzi a vocal posti, essi ora ne
mandan fuori la detta vocale, Lo ’nganno Lo ’nvito La ’ngiu-
ria La ’nvidia, ora oltre acciò ne mandan fuori ancor la loro,
e in vece delle due scacciate ne pigliano una di fuori, la qual
nondimeno è sempre la E: L’envio L’envoglia nel verso,
in vece di dire La invoglia Lo invio. Nel numero del più è
l’articolo del maschio I dinanzi a consonante, I buoni I rei,
e alcuna volta Li, usato solamente da’ poeti, e da’ miglior
poeti più rade volte. Dinanzi a vocale è il detto articolo Gli:
Gli uomini Gli animali. È il vero che quando la voce inco-
mincia dalla S, dinanzi ad alcun’altra consonante posta o
pure dinanzi la V che in vece di consonante vi stia, così né
più né meno si scrive, come se ella da vocale incominciasse:
Gli sbanditi Gli sciocchi Gli scherani Gli sgannati Gli sven-
turati. Nelle quali voci, medesimamente al numero del meno,
Lo e non Il è richiesto, così nel verso come nelle prose; ché
non si dirà Il spirito Il stormento, ma Lo spirito Lo stor-
mento, e così gli altri. Questo stesso, nell’un numero e nel-
l’altro, è stato ricevuto ad usarsi dopo la particella Per, Per
lo petto Per li fianchi. Usasi l’uno ancora dopo la voce Mes-
sere, che si dice Messer lo frate Messer lo giudice. Et è da
sapere che questo medesimo Lo, dinanzi ad altre consonanti
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che alla S, accompagnata come si disse, il Petrarca non diede
mai se non a voci d’una sillaba. Di quello poi della femina,
che è questo Le, niente altro si muta, se non che dinanzi alle
voci, che da vocale hanno principio, non sempre si lascia di
lei adietro la vocal sua, come io dissi che nel numero del
meno si faceva. Ma tale volta si lascia, e ciò è nel verso bene
spesso, e tale altra non si lascia, il che si fa per lo più nelle
prose.
[X.] È tuttavia da sapere che, nelle medesime prose, la
consonante di questi due articoli s’è raddoppiata da gli an-
tichi quasi sempre e ora si raddoppia da’ moderni, nell’un
numero e nell’altro, quando essi hanno dinanzi a sé il segno
del secondo caso, Dell’uomo Della donna Delli uomini Delle
donne; quantunque l’usanza abbia poscia voluto che Degli
uomini si dica, più tosto che Delli uomini; o quando essi
v’hanno le particelle A e Da, o ancora la Ne, quando ella
stanza e luogo dimostra, o pure alcuna volta eziandio la par-
ticella Con, di cui nondimeno la consonante ultima nella L,
che si piglia, si muta. Tutto che la particella A, che Ad
eziandio si dice, è cagione che ancora ad altre voci, e non
pur agli articoli, la consonante molte volte si raddoppia, a
cui ella sta dinanzi; sì come è Lui, che Allui si dice, e Ciò,
Acciò, e Sé, Assé, e questo ultimo più si legge nelle antiche che
nelle nuove scritture, e dell’altre; e Affrettare e Allettare e
simili. Ma queste, che ne’ verbi si raddoppiano o nelle voci
nate da loro, ancora ne’ versi hanno luogo. Usasi ciò fare
eziandio con la particella Ra, ché Raccogliere Raddoppiare
Rafforzare Rappellare e degli altri si leggono. E questo non
per altro si fa, se non perché alla particella Ad, quando ella
a’ verbi si dà, Accogliere Addoppiare Afforzare Appellare, si
giugne la R, e fansene le dette voci; onde ne viene, che quan-
do si dice Ricogliere, la C non si raddoppia, con ciò sia cosa
che alla voce Cogliere la particella Ri si dà, che dalla Re latina
si toglie, e non alla voce Accogliere; la qual R tuttavia si
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prende da questa medesima Ri, e tanto è a dire Raccogliere
quanto sarebbe Riaccogliere, e così l’altre.
[XI.] Altri articoli che del maschio e della femina la volgar
lingua non si vede avere. Di questi articoli quello del maschio,
nel numero del più e nel verso, assai si lascia sovente nella
penna; ma nelle prose quasi per lo continuo; e gittasi o pure
sottentra nella vocale che dinanzi gli sta, quando quelli, che
voi, messer Federigo, diceste essere o proponimenti o segni
di casi, si dànno alle voci, e le voci incominciano da conso-
nanti: A piè de’ colli cioè De i colli, De’ buoni A’ buoni Da’
buoni e ancora Ne’ miei danni Co’ miei figliuoli, in vece di
dire De i buoni A i buoni Da i buoni Ne i miei danni Con i
miei figliuoli; gittandosi tuttavia in questa voce non sola-
mente la vocale dell’articolo, ma ancora la sua consonante,
senza in altra cangiarla. Il che medesimamente in quest’altra
particella si fa, di cui si disse, che si suole alle volte molto
toscanamente dir così: Pel mio potere Pe’ fatti loro, ciò è
Per lo mio potere e Per li fatti loro. E questo vi può essere
a bastanza detto, messer Ercole, degli articoli; e de’ segni de’
casi vi potrà quest’altro, che al segno del secondo caso, quando
alla voce non si dà l’articolo, qualunque ella si sia, diciate
Di e così usiate continuo: Io ho disio di bene, Tu ti puoi
credere uno di noi, Le donne sono use di piagnere; quando
e’ si dà l’articolo o conviene che si dia, diciate sempre De,
e altramente non mai: Del pubblico, Della città, Degli abi-
tanti, Delle castella, Del vivere, Del morire; e ancora De’
malvagi, De’ rei; il che si fa per abbreviamento di queste
voci, De i malvagi, De i rei, levandone l’una vocale, che vi
sta oziosamente. Oltra che alcuna volta eziandio il segno
medesimo si leva via di questo secondo caso; sì come levò il
Boccaccio, il quale nelle sue prose disse: Al colei grido,
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Per lo colui consiglio, Per lo costoro amore, e altre; e Dante
che nelle sue canzoni fe’:
Che ’l tuo valor, per la costei beltate,
mi fa sentir nel cor troppa gravezza;
e il Petrarca, che disse medesimamente nelle sue:
Il manco piede
giovinetto pos’io nel costui regno.
Il che s’usa di fare con questa voce Altrui assai sovente:
Nell’altrui forza, Nelle altrui contrade; ma molto più con
quest’altre due, Cui e Loro, che con alcuna altra: Il cui va-
lore, I cui amori, Onde fosti e cui figliuolo, Del padre loro,
Alle lor donne, Co’ loro amici. Quantunque non solamente
in queste voci, che in luogo di nomi si pongono, Colui Co-
stui Loro Coloro Cui Altrui e somiglianti, è ita innanzi que-
sta usanza di levar loro il segno del secondo caso; ma ezian-
dio ne’ nomi medesimi alcuna fiata; sì come si pare in queste
parole del Boccaccio: A casa le buone femine, In casa questi
usurai, in luogo di dire: A casa delle buone femmine, e di
questi usurai; e Non che la Dio mercé ancora non mi bisogna
così fare, e altrove: Poco prezzo mi parrebbe la mia vita
a dover dare, per la metà diletto di quello che con Guiscardo
ebbe Gismonda, in vece di dire: La mercé di Dio, e la metà
di diletto; e come ora, ne’ nostri ragionamenti, tutto dì si vede
che diciamo. Né pure il segno solo del secondo caso si toglie
sovente a quella voce Loro, come io dissi; ma quello del terzo
ancora: Diede lor credere, Fece lor bene; e a quell’altra Al-
trui: Io stimo, che egli sia gran senno a pigliarsi del bene,
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quando Domeneddio ne manda altrui; della qual licenza
e uso tutte le rime si veggono e tutte le prose ripiene.
[XII.] Potrei, oltre a questo, d’un altro uso ancora della
mia lingua d’intorno al medesimo articolo, quando egli al
secondo caso si dà, non più del maschio che della femina,
ragionarvi; il quale è che alle volte si pon detto articolo con
alquante voci, e con alquante altre non si pone: Il mortaio
della pietra, La corona dello alloro, Le colonne del porfido,
d’altra parte: Ad ora di mangiare et Essendo arche grandi
di marmo et Essi eran tutti di fronda di quercia inghirlan-
dati, che disse il Boccaccio; e dirvi sopra esso, perché è
che egli all’une voci si dia, e all’altre non si dia, e come sa-
per si possa questa distinzion fare ne’ nostri ragionamenti.
Ma ella è assai agevole a scorgere; e per aventura non fa me-
stiero di porla in quistione. – Anzi, sì fa, – disse inconta-
nente mio fratello – e puovisi errar di leggiere, e dicovi piú,
che radissimi sono quelli che non vi pecchino a questi tempi.
Perciò che assai pare a molti verisimile, che così si possa dire
Il mortaio di pietra, come della pietra, e Ad ora del man-
giare, come di mangiare, e così gli altri. Perciò, acciò che
messer Ercole non vi possa error prendere, sponetegliele in
ogni modo –. Al quale il Magnifico rispose senza dimora,
che volentieri, e disse: – La ragione della differenza, messer
Ercole, brievemente è questa; che quando alla voce, che di-
nanzi a queste voci del secondo caso si sta o dee stare, delle
quali essa è voce, si dànno gli articoli, diate eziandio gli arti-
coli ad esse voci; quando poi allei gli articoli non si dànno, e
voi a queste voci non gli diate altresì; sì come in quegli es-
sempi si diedero e non si diedero, che si son detti, e parimente
in quest’altri: Nel vestimento del cuoio, Nella casa della pa-
glia, e Con la scienza del maestro Gherardo Nerbonese, che
disse il Boccaccio, e A la miseria del maestro Adamo, che
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disse Dante, e Tra le chiome de l’or, che disse il Petrarca;
e Guido Giudice ancor disse più volte, Il vello dell’oro, ma
Il vello d’oro non mai; e così ancora, Bionde come fila d’oro,
e In caso di morte, e Me uom d’arme, e Che ella n’è divenuta
femina di mondo, e molte altre voci di questa maniera. E
perciò All’ora del mangiare e Ad ora di mangiare, Le ima-
gini della cera e Una imagine di cera nel medesimo Boccaccio
si leggono, e infinite altre cose così si dissero da’ buoni e
regolati scrittori di que’ secoli, che rade volte uscirono di
queste leggi. Le quali tuttavia da’ poeti non si servano così
minutamente, anzi si tralasciano senza risguardo; e oltre ac-
ciò non hanno luogo nelle voci de’ nomi, che propriamente
si dicono, e di quelli che a’ luoghi si danno altresì. Quan-
tunque non solamente nelle voci del secondo caso, ma ezian-
dio in altre voci e altramente dette, ciò che io dissi si fece
assai sovente; ché si disse: Come la neve al sole e Come
ghiaccio a sole. Il che piú spesso ancora si vede avenire di
questo secondo modo, nel quale non si pon l’articolo; e spe-
zialmente quando le particelle Da e In, movimento dimo-
stranti, si danno alle voci: Che venir possa fuoco da cielo,
che tutte v’arda e Recatosi suo sacco in collo, e somiglianti.
Nelle quali parole ancora questo medesimo dire, Recatosi suo
sacco, più tosto che Il suo sacco, pare che abbia piú di leg-
giadria in sé, che di regola che dare vi se ne potesse. Il che
si vede, che parve eziandio al Petrarca, quando e’ disse:
I’ dicea fra mio cor: perché paventi?
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più tosto che Fra ’l mio core. Ma lasciando ciò da parte,
viene, oltra le dette cose, che quando alle parti del corpo
o pure al corpo, le dette particelle o ancora la particella Di
si danno, eziandio che l’articolo si dia alla voce dinanzi ad
esse posta, egli poi non si dà alle dette parti, anzi si toglie
il più delle volte: Gittatogli il braccio in collo, Le mise la
mano in seno, Levatasi la laurea di capo, Egli mi trarrà l’a-
nima mia di corpo, Essendo allui il calendario caduto da cin-
tola; e qui disse il Boccaccio Da cintola, sì come si direbbe
Da lato.
[XIII.] Ma passiamo a dire di quelle voci, che in vece di
nomi si pongono, Io Tu e gli altri. De’ quali questi due, nel
numero del meno e negli altri loro casi, perciò che a questa
guisa detti sono nel primo, come che Io eziandio I’ si disse
nel verso, ogni volta che eglino dinanzi al verbo si pongono,
vicini e congiunti ad esso, né segno di caso o proponimento
hanno seco alcuno, essi cosí si scrivono, Mi diede, Ti disse,
finienti nella I; se dopo ’l verbo, medesimamente così, Die-
demi, Dìsseti, Amarmi, Onorarti. Il che si fa eziandio, qua-
lora le voci che in vece di Lui e di Lei e di Loro si pongono,
delle quali si dirà poi, giacciono tra ’l verbo e loro, Darlomi,
Farloti, Darallemi, Farolleti. Perciò che qualunque volta elle
giacciono dopo essi, eglino nella E se n’escon sempre, Dar-
melo, Fartelo e Sassel chi n’è cagion, che disse il Petrarca,
e Tengasel bene a mente, e Facciasegli buoni esso, e somi-
glianti. Dopo ’l verbo dissi, e quando essi sotto l’accento del
verbo si ristringono, né altra voce sotto quello accento me-
desimo si sta dopo essi. Con ciò sia cosa che quando essi al-
tramente vi stanno, si scrive così e fannosi terminare nella E:
Me la diè, Te gli tolse,
Ferir me di saetta in quello stato,
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Conchiuse, te essere solo colui, nel quale la sua salute ripo-
sta sia,
Vommene in guisa d’orbo senza luce,
Io ci tornerò, e darottene tante, che io ti farò tristo.
Quivi traponendosi messer Federigo: – E perché – disse
– è egli, Giuliano, che in quel verso del Petrarca, che voi
allegato ci avete, Ferir me di saetta, si convenga più tosto
il dire Ferir me, che Ferir mi? – Per questo – rispose il
Magnifico – che io dissi che il Me ha l’accento sopra esso e
non si regge da quello del verbo, e in Ferirmi il Mi non l’ha,
ma da quello del verbo si regge. – Ora perché è egli –
disse messer Federigo – che l’uno ha l’accento e l’altro non
l’ha, come voi dite? – È perciò – rispose il Magnifico –
che qualora ciò aviene, che si dica il Me o il Te di maniera
che rispetto s’abbia ad altrui, di cui eziandio convenga dirsi,
egli s’usa di por l’accento sopra essi in questa guisa, dal verbo
un poco scostandogli e aspettandone quello che segue, sì
come aviene nel detto verso:
Ferir me di saetta in quello stato.
Perciò che rispetto s’ha al Voi che segue, e s’aspetta ad udire:
A voi armata non mostrar pur l’arco.
Che se ciò non avesse avuto a dirsi, Ferirmi e non Ferir me
si sarebbe detto. Sì come eziandio dal medesimo Petrarca
in questi versi:
Diti schietti soavi a tempo ignudi
consente or voi, per arricchir me Amore,
s’è rispetto avuto al Voi con la voce Me; e però e’ disse Per
arricchir me, e non Arricchirmi –.
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[XIV.] E questo detto, e ciascun tacendosi, egli nel suo
ragionar rientrò e disse: – Cade sotto le dette regole eziandio
il Sé, il quale non solo nel numero del meno come questi,
ma ancora in quello del più medesimamente ha luogo. È
il vero che egli primo caso non ha come hanno questi; anzi
tanta somiglianza hanno queste tre voci tra loro, Me Te Sé,
che ancora, qualunque volta qualunque s’è l’una delle due
primiere o dinanzi o dopo ’l verbo si truova, posta con l’altra
o con questa terza tra ’l verbo e lei, così si scrive quella che
più lontana è dal verbo come l’altra: Io mi ti do in preda,
Ella ti si fe’ incontro, Io son contento di darmiti prigione,
Il suono incomincia a farmisi sentire. Dartimi o Farsimi
non si dicono, ma diconsi i detti in quella vece: Tu se’
contento di darmiti prigione, e simili. Dissi tra ’l verbo e lei;
perciò che qualunque volta tra lei e il verbo altro v’ha, la
Si nella Se si muta, rimanendo nondimeno la dinanzi allei,
senza mutamento fare alcuno per questo; sì come si muta
nel Boccaccio, che disse: E questo chi che ti se l’abbia mo-
strato, o come tu il sappi, io no ’l niego. Usasi medesima-
mente ciò fare, e servasi la regola già detta, eziandio con
queste due voci che luogo dimostrano, Vi Ci: Le acque mi
vi paion dolci, Queste ombre ti ci debbono essere a bisogno
la state e Paionmivi dolci et Essertici a bisogno altresì. Ma,
tornando alla somiglianza delle tre voci, dico che in essa tut-
tavia una dissomiglianza v’ha, la quale è questa; che quando
essi dopo ’l verbo si pongono e sotto l’accento di lui, senza
da sé averne, dimorano, il primiero e il terzo di loro nelle
rime e in I e in E si son detti, e veggonsi all’una guisa e
all’altra posti ne’ buoni antichi scrittori; ma il secondo a
una guisa sola, cioè finiente in I, ma in E non giamai. Perciò
che Dolermi, Consolarme, Duolmi, Valme, Dolersi, Celarse,
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Stassi, Fasse, si leggono nel Petrarca, il che non si fa del
secondo, che lo hanno sempre, et esso e gli altri antichi, po-
sto come io dico, Consolarti, Salutarti, e non altramente. Il
che pare a dir nuovo; ché se mi si conciede il dire Onorarme,
perché non debbo io poter dire eziandio Onorarte? Nondi-
meno l’opera sta, come voi udite; dico appo gli antichi,
ché da’ moderni s’è pure usato alcuna volta per alcuno, il
porlo eziandio in quella maniera. È ancora da avertire, che
quando il terzo predetto si pone finiente in E, si ponga solo
nel numero del meno; perciò che in quello del più la I gli
si convien sempre, Dansi, Fansi, e non Danse o Fanse, che
sarebbe vizio; solo che quando esso si ponesse dopo ’l verbo,
e avesse nondimeno l’accento da sé, sì come del Me e del Te
dissi, in questa guisa: Essi fecero sé e gli altri arricchire.
[XV.] Dissi delle due primiere voci, che in vece di nomi
si pongono, nel numero del meno; ora dico che elle, in
quello del più, quando sono intere niuna varietà fanno, ma
così si dicono, Noi Voi, per tutti i casi. Ma qualora esse la
lettera del mezzo lasciano adietro, la prima ad un modo si
scrive sempre così, Ne, o ne’ versi che ella entri o nelle prose;
la seconda medesimamente ad un modo così, Vi, in tutti gli
altri luoghi; solo che o nella rima, quando ella sotto l’accento
si sta del verbo, che si ponga senza termine, nel qual luogo,
secondo che alla rima mette bene, e Vi e Ve parimente dire
si può, Farvi, Darve; o pure quando ella si pon con questa
particella Ne, perciò che in quel caso ella medesimamente in
E finisce continuo: Mi ve ne dolsi: Mi ve ne sia doluta. La
qual particella tanto ha di forza, che ancora con le altre già
dette voci posta, in E le fa finire similmente: Me ne rendo
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sicuro, Te ne dò licenzia, Vi se ne conviene. A volere ora
intendere, quando le intere di queste voci usar si debbano e
quando le non intere, oltra quello che detto s’è, altro sapere
non vi bisogna; se non che a qualunque guisa Io e Tu, e a
qualunque guisa Me e Te, aventi sopra sé gli accenti, si pon-
gono, poniate Voi e Noi medesimamente; a quelle maniere
poscia del dire, alle quali Mi e Ti si danno, o pure Me e Te,
che da altri accenti si reggano, come io dissi, diate le non
intere. È oltre acciò, che si vede la Ci, in vece della Ne, co-
munemente usarsi da’ prosatori: Noi ci siamo aveduti che
ella ogni dì tiene la cotal maniera, e altrove: Egli non sarà
alcuno che, veggendoci, non ci faccia luogo e lascici andare.
Da’ poeti ella non così comunemente si vede usata, anzi di
rado e sopra tutti dal Petrarca, il qual nondimeno la pose
ne’ suoi versi alcuna volta. Questa Ci tuttavia muta la sua
vocale nella E, a quella guisa medesima che del Vi, vegnente
dal Voi, si disse: Tu non ce ne potresti far più, e somiglianti.
[XVI.] Ora il nostro ragionamento ripigliando, dico che
sono degli altri, che in vece di nome si pongono; sí come si
pone Elli, che è tale nel primo caso, come che Ello alle volte
si legga dagli antichi posto in quella vece e nel Petrarca al-
tresì, e ha Lui negli altri, nel numero del meno; la qual
voce s’è in vece di Colui alle volte detta, e da’ poeti, sì come
si disse dal Petrarca:
Morte biasmate, anzi laudate lui,
che lega e scioglie,
o pure:
Poi piacque a lui, che mi produsse in vita;
e da’ prosatori, sì come si vede nel Boccaccio, il qual disse:
Ma egli fa Adamo maschio et Eva femina; e allui mede-
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simo, che volle per la salute della umana generazione sopra
la croce morire, quando con un chiovo e quando con due i
piè gli conficca in quella. Né solamente negli altri casi, ma
ancora nel primo caso pose il Boccaccio questa voce in luogo
di Colui, quando e’ disse: Si vergognò di fare al monaco
quello, che egli, sì come lui, avea meritato. Con ciò sia cosa
che quando alla particella Come si dà alcun caso, quel caso
se le dà, che ha la voce con cui la comperazione si fa; sì come
si diede qui: Donne mie care, voi potete, sì come io, molte
volte avere udito; il che tuttavia è così chiaro, che non facea
bisogno recarvene testimonianza. Anzi, se altro caso si vede
che dato alcuna volta le sia, ciò si dee dire che per inaver-
tenza sia stato detto, più che per altro. Posela eziandio Dante
nel primo caso in quella vece, quando e’ disse nel suo Con-
vito: Dunque se esso Adamo fu nobile, tutti siamo nobili, e
se lui fu vile, tutti siamo vili. Nel numero del più egli serba
la primiera sua voce per aventura in tutti i casi, dal terzo in
fuori. E questo numero non entra nelle prose se non di rado,
con ciò sia cosa che le prose usano il dire Essi nel primier
caso, e negli altri Loro in quella vece; ma è del verso. Le
quali prose nondimeno, accrescendonelo d’una sillaba negli
antichi scrittori, l’hanno alle volte usato nel primo caso così,
Ellino. E queste voci, che al maschio tuttavia si danno, i
meno antichi dissero Egli et Eglino più sovente. Ella ap-
presso et Elle, che si danno alla femina, et Elleno medesima-
mente, non si sono mutate altramente. Sono nondimeno co-
munalmente ora, Eglino et Elleno, in bocca del popolo più
che nelle scritture, come che Dante ne ponesse l’una nelle
sue canzoni. Quellino eziandio disse una volta Giovan Vil-
lani nella sua istoria, in vece di Quelli. Ma lasciando da
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parte quelle del maschio, ha Ella, che voce del primo caso è,
similmente Lei negli altri casi sempre, solo che dove alcuna
volta Lei, in vece di Colei, s’è posta altresì, come Lui, in vece
di Colui, come io dissi; et Elle ha Loro. Dico nelle prose, nelle
quali questa regola si serva continuo; ma nel verso sì si leg-
gono Ella nel numero del meno et Elle in quello del più,
molte volte poste in tutti gli altri casi, dal terzo in fuori,
e massimamente nel sesto caso, operandolo la licenza de’
poeti più che ragione alcuna che addurre vi si possa –.
[XVII.] Di poco avea così detto il Magnifico, quando
messer Federigo, ad esso rivoltosi, disse: – Egli si par bene,
Giuliano, che la natura di queste voci porti che Ella solamente
al primo caso si dia, e Lei agli altri, come diceste usarsi nelle
prose; ma sí come si vede, e voi diceste ancora, che nei poeti
si truova alle volte Ella posta negli altri casi, così pare che si
truovi eziandio Lei, nel primo caso posta, appo il Petrarca,
quando e’ disse:
E ciò che non è lei,
già per antica usanza odia e disprezza.
Con ciò sia cosa che al verbo È solo il primo caso si dà, e
dinanzi e dopo, come diede il Boccaccio, che disse: Io non
ci fu’ io, e ancora, E so, che tu fosti desso tu; o pure io
non intendo, come queste regole si stiano –. Alle quali pa-
role il Magnifico così rispose: – Lo avere il Petrarca posto
questa voce Lei col verbo È, non fa, messer Federigo, che ella
sia voce del primo caso; perciò che è alle volte, che la lin-
gua a quel verbo il quarto caso appunto dà, e non il primo;
il qual primo caso non mostra che la maniera della toscana
favella porti che gli si dia; sì come non gliele diede il me-
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desimo Boccaccio, il quale nella novella di Lodovico disse:
Credendo egli, che io fossi te, e non disse, che io fossi tu,
che la lingua no ’l porta; e altrove: Maravigliossi forte Te-
baldo, che alcuno intanto il somigliasse, che fosse creduto
lui, e non disse, che fosse creduto egli. Tra le quali parole
se bene v’è il verbo Creduto, egli nondimeno vi sta nel me-
desimo modo. Né vi muovano que’ luoghi, che voi diceste,
Io non ci fu’ io, e So che tu fosti desso tu; perciò che in essi
solamente la voce che fa, si replica e dicesi due volte, niente
del sentimento mutandosi, nel quale primieramente si pone:
Io non ci fu’ io, e Tu fosti desso tu; e come si replica ezian-
dio in questo verso delle sue ballate:
Qual donna canterà, s’io non cant’io.
Là dove in questi, Credendo egli che io fossi te e Che al-
cuno fosse creduto lui e Ciò che non è lei, il sentimento
della voce che fa, si muta in altro; ché Io e Tu non sono
una cosa medesima, né Alcuno et Egli, né Ciò et Ella al-
tresì. Oltre che in questo modo di dire, Ciò che non è lei,
il verbo è ha quella medesima forza che avrebbe Contiene, o
Ha in sé, o Dimostra o somiglianti. E tanto è a dire, Cre-
dendo, che io fossi te, quanto che io fossi in te; e tanto che
fosse creduto lui quanto che fosse creduto esser lui. E prima
che io di queste due voci Lui e Lei fornisca di ragionarvi,
non voglio quello tacerne, il che si vede che s’usa nella mia
lingua, e ciò è, che elle si pongono alle volte in vece di que-
sta voce Sé, di cui dianzi si disse; sì come si pose dal Boc-
caccio in questo ragionamento: Essendosi accorta, che costui
usava molto con un religioso, il quale quantunque fosse ton-
do e grosso, nondimeno, perciò che di santissima vita era,
quasi da tutti avea di valentissimo uomo fama, estimò co-
stui dovere essere ottimo mezzano tra lei e ’l suo amante.
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Nel qual ragionamento si vede che Tra lei e ’l suo amante,
in vece di dire Tra sé e ’l suo amante, s’è detto. Il che s’usa
di fare ancora nel numero del più alcuna fiata, sì come si
fece qui: Voglio che domane si dica delle beffe, le quali o
per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già
fatte a’ lor mariti.
[XVIII.] Ma tornando alla voce Elli, dico che sì come,
aggiugnendovi due lettere, la fecero gli antichi d’una sillaba
maggiore e dissero Ellino; così essi, levandone le due conso-
nanti del mezzo, la fecero d’una sillaba minore, e dissero
primieramente Ei, ristrignendola ad essere solamente d’una
sillaba, e poscia E’, levandole ancora la vocale ultima, per
farne questa stessa sillaba più leggiera. Il che è usatissimo di
farsi e nelle prose e nel verso; dico nel numero del meno;
quantunque ancora in quello del più ella s’è pur detta alcuna
volta dal Boccaccio: E appresso questo, menati i gentili uo-
mini nel giardino, cortesemente gli dimandò chi e’ fossero,
e ancora, Come potrei io star cheto? e se io favello, e’ mi co-
nosceranno. Èssi eziandio detto Ei nel numero del più, so-
lamente da’ poeti; la quale usanza tuttavia si vede essere ne’
migliori poeti più di rado. Resta, messer Ercole, d’intorno
acciò, che io d’una cosa v’avertisca; e ciò è, che questa voce
Egli, non sempre in vece di nome si pone; con ciò sia cosa
che ella si pon molto spesso per un cominciamento di par-
lare, il quale niente altro adopera, se non che si dà con quella
voce principio e nascimento alle parole che seguono; come
diede il Boccaccio: Egli era in questo castello una donna
vedova, e altrove, Egli non erano ancora quattro ore com-
piute. Ponsi medesimamente molto spesso ne’ mezzi par-
lari, come pose il medesimo Boccaccio: Vedendo la donna
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queste cose, conobbe che egli erano dell’altre savie, come ella
fosse, e il Petrarca, che disse:
Or quando egli arde il cielo.
Dove si vede che il così porla, poco altro adopera che un
cotale quasi legamento leggiadro e gentile di quelle parole,
che senza grazia si leggerebbono, se si leggessero senza essa.
E come che questa voce ad ogni parlare serva, non si può
perciò ben dire quale parte di parlare ella sia, se non che si
dà sempre al verbo, et è più tosto per adornamento trovata,
che per necessità. Tuttavolta lo adornamento è tale, e così
l’ha la lingua ricevuta per adietro e usata nelle prose, che ella
è ora voce molto necessaria a ben voler ragionare toscana-
mente. Non la usa molto il verso, così interamente detta;
usala tronca più sovente, pigliando di lei solamente la prima
lettera E; sì come alle volte si piglia, quando in vece di nome
si pone, come io dissi:
E’ non si vide mai cervo, né damma;
e ancora,
Orso, e’ non furon mai fiumi, né stagni.
Il che non è che alle volte non si dica ancora nelle prose:
E’ mi dà il cuore, e similmente.
[XIX.] Ora, un poco adietro a dirvi ancora di queste
due voci, che in vece di nomi si pongono, Elli o per aven-
tura Ello et Ella, ritornando, è da sapere che elle si ristrin-
gono e fannosi più leggiere e più brievi eziandio ad un’altra
guisa in alcuni casi; ciò sono il terzo e il quarto caso nel
numero del meno, e il quarto in quello del più. Con ciò
sia cosa che in vece di Lui s’è preso a dire Li, e Le in vece
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di Lei nel detto terzo caso, e Lo e La nel quarto altresì, nel
numero del meno; e così Li e Le in vece di Loro nel quarto
caso, in quello del più. E questo Li dell’uno e dell’altro nu-
mero parimente Gli s’è detto: Diedeli e Diedegli, in vece
di dire Diede allui, e Diedele, in vece di dire Diede allei, e
Preselo e Presela; e così le altre che assai agevoli a saper
sono, o posposte che elle siano al verbo o preposte: Gli die-
de, Lo prese, e somiglianti. È il vero che questa voce del
maschio del quarto caso nel numero del meno si dice pari-
mente Il:
Cieco non già, ma faretrato il veggo.
È oltre acciò che a queste voci, Il e La e Lo, si leva loro
bene spesso la vocale, quando hanno altre vocali innanzi o
dopo la loro: S’i’ ’l dissi mai, in vece di dire Se io il dissi;
e Amor l’inspiri, in vece di dire La inspiri; e O chi l’affreni,
in vece di dire Lo affreni;
Né mostrerolti,
se mille volte in su ’l capo mi tomi,
che disse Dante; e
Che ’l cor m’avinse, e proprio albergo felse,
che disse il Petrarca; e Dirolti e Dicolti e Vedetelvi voi, che
disse il Boccaccio –. Volea il Magnifico, detto questo, pas-
sare a dire altro; e mio fratello con queste parole a’ suoi ra-
gionamenti si trapose: – E queste voci medesime, quando
elle si mescolano con le primiere tre, sì come si mescola que-
sta, Vedetelvi, e le altre, in qual modo si mescolano elle, che
meglio stiano? Perciò che e all’una guisa e all’altra dire si
può; che così si può dire, Vedetevel voi, e Io te la recherò
e Tu la mi recherai e Io gli vi donerò volentieri e Io ve gli
donerò e Se le fecero allo ’ncontro e Le si fecero. Questo co-
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noscimento, e questa regola, Giuliano, come si fa ella? O
pure puoss’egli dire a qual maniera l’uom vuole medesima-
mente, che niuna differenza o regola non vi sia? – Diffe-
renza v’è egli senza dubbio alcuno, e tale volta molta, – ri-
spose il Magnifico – ché molto più di vaghezza averà questa
voce, posta d’un modo in un luogo, che ad un altro. Ma re-
gola e legge che porre vi si possa, altra che il giudicio degli
orecchi, io recare non vi saprei, se non questa: che il dire,
Tal la mi trovo al petto, è propriamente uso della patria
mia; là dove, Tal me la trovo, italiano sarebbe più tosto che
toscano, e in ogni modo meno di piacevolezza pare che ab-
bia in sé che il nostro, e per questo è egli per aventura men
richiesto alle prose, le quali partire dalla naturale toscana
usanza di poco si debbono –.
[XX.] Io – tornò qui a dire mio fratello – tanto credo
esser vero, quanto voi dite d’intorno a questa voce; ma egli
mi risorge da un’altra parte di lei un altro dubbio, il quale
è questo che egli si truova ne’ poeti alle volte dupplicata di
lei la prima lettera, quando ella è consonante, Aprilla Dipar-
tille, in vece di dire La aprí e Le dipartì. Questo perché si
fa? O quando s’ha egli a fare più in un luogo che in al-
tro? – Fassi – disse il Magnifico – ogni volta che ella,
dopo ’l verbo in vocale finiente posta, dall’accento di lui si
regge, e il verbo ha l’accento sopra l’ultima sillaba. Perciò
che, sì come ci ragionò ieri messer Federigo, l’accento, po-
sto sopra l’ultima sillaba della voce, molto di forza si vede
che ha, in tanto che egli ne’ versi di dieci sillabe, nella fine
del verso posto, opera che la sillaba, sopra cui esso giace, vi
sta in vece di due sillabe e basta per quella che al verso
manca naturalmente. Perché, sì come egli da questa parte di-
mostra la sua forza, bastando per una sillaba che non v’è,
così da quest’altra, quando alcuna di queste voci vi s’aggiu-
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gne, la dimostra egli medesimamente, raddoppiando sempre
la consonante di lei, come diceste, perché la sillaba ne divenga
più piena: Dàlle Sortille e somiglianti. Né solamente in
queste voci ciò aviene, che si raddoppia in quel caso sem-
pre la lettera consonante loro nel verso; anzi in quelle altre
ancora che si son dette, Mi Ti Si, e Ne, in vece di Noi detta,
ora nel verso e quando nella prosa questo stesso si vede ave-
nire. Perciò che né più né meno, nel verso, Fammi Mostrom-
mi Stassi Vedrassi, vi si dice sempre, et Etti Faratti Dinne
e Dienne nelle prose. Né solo la consonante di queste tali
voci si raddoppia, ma ancora la vocal loro primiera quando
ella in forza di consonante vi si pone; come si pon nel Voi,
che si dice Vi: Favvi Sovvi Puovvi Dievvi, e somiglianti; tut-
tavia solamente nelle prose, ché nelle rime ciò non ha luogo.
Raddoppiavisi medesimamente la consonante di queste due
particelle del parlare, Vi Ci, o pure la vocale che in vece di
consonante vi sta: et evvi, oltre acciò, l’aere più fresco, e
Porrovvi suso alcun letticello, e Hacci Vacci e simili –. Ap-
pena avea così detto il Magnifico, che messer Federigo così
disse: – Egli è il vero che quelle consonanti, che voi detto
avete, si raddoppiano, Giuliano, a quelle voci donate, che si
son dette. Ma io mi sono aveduto che in alquante altre voci
elle non si raddoppiano; il che si pare non solo in Dante, il
quale e Quetami e Levami disse, ma ancora nel nostro
medesimo Boccaccio, che disse: Farane un soffione alla tua
servente, e altrove, Tu hai avuto da me ciò che disiderato
hai, e hami straziata quanto t’è piaciuto; e ciò si vede in
molti altri luoghi delle sue prose. E pure qui la medesima
ragione v’è dell’accento che è in quelle –. E così detto, si
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tacque. Di che il Magnifico rincominciò in questa maniera:
– Egli v’è bene, in quelle voci che voi detto avete e in al-
tre somiglianti, l’accento che io dissi, ma egli non v’è in quel
modo. Con ciò sia cosa che egli in queste voci non vi sta,
sì come in ultima loro sillaba, anzi sì come in penultima;
perciò che Quetàimi e Levàimi e Faràine e Hàimi, sono le
compiute voci. Là dove in quelle, delle quali vi recai gli es-
sempi, elle vi stanno, sì come in compiute. E perciò che com-
piendole, come io ora fo, e fuori mandandolene, le conso-
nanti raggiunte loro non si raddoppiano, ché non si potrebbe
dire Quetaìmmi Ricorderaìtti e l’altre, ché bisognerebbe le-
varne l’accento del suo luogo, vuole l’usanza della lingua
che elleno vi rimangano sole e semplici, non altramente che
se le voci si dicesser compiute. Il che si fa medesimamente
della voce, di cui si ragionava; perciò che, quando la voce,
a cui ella si dà, è compiuta, la consonante di lei si raddop-
pia, come si dice. Vedesi in questi versi:
Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla.
Quando poi la voce non è compiuta, niente di lei si rad-
doppia, ma si lascia tale quale ella è naturalmente. Vedesi
in quest’altro delle canzoni del medesimo poeta:
E s’altro avesser detto a voi, direlo.
Ne’ quali due luoghi si vede, che perciò che Riguardò è voce
compiuta, si disse Riguardolla; allo ’ncontro, perciò che Di-
re’ non è compiuta voce, ma tronca, ché la compiuta è Direi,
fu di mestiero che si dicesse Direlo, né altramente si sarebbe
potuto dire –.
[XXI.] Di tanto mostrandosi pago messer Federigo, così
rientrò il Magnifico ne’ suoi ragionari: – Io posso oltre
acciò, messer Ercole, di questo avertirvi, che usanza della
mia lingua è il porre questa medesima voce di maniera, che
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ella ad alcuno per aventura parer potrebbe di soverchio po-
sta; sì come può parere non solo nel Boccaccio, che disse:
Dio il sa, che dolore io sento, dove assai bastava che si
fosse detto, Dio sa, che dolore io sento; e, Quel cuore, il
quale la lieta fortuna di Girolamo non aveva potuto aprire,
la misera l’aperse, e, Molto tosto l’avete voi trangugiata
questa cena, o pure, Come al Re di Francia per una na-
scenza, che avuta avea nel petto, et era male stata curata,
gli era rimasa una fistola; o pure in quest’altre parole, nelle
quali questa voce due volte vi si pare soverchiamente detta:
Il che, come voi il facciavate, voi il vi sapete, e somiglianti;
ma ancora nel Petrarca, il qual disse:
E qual è la mia vita, ella sel vede;
dove medesimamente, se egli detto avesse Ella si vede, sì
si pare che egli avrebbe a bastanza detto ciò che di dire in-
tendeva, senza altro. Tuttavia egli non è così; ché quantunque
ciò che in questi luoghi si dice, dire eziandio senza quella
voce si potesse, dico in quanto al sentimento degli scrittori,
nondimeno, quanto poi all’ornamento e alla vaghezza del
parlare, manifestamente veder si può che ella non v’è di so-
verchio posta, anzi vi sta di maniera, che non poco di grazia
vi s’arroge, così dicendo. E questo nelle altre voci, Mi e Ti
e Vi, parimente si fa, ché si disse: Io mi rimarrò giudeo,
come io mi sono, e Deh che non ceni, se tu ti vuoi cenare,
e Io non so se voi vi conosceste Talano; e sopra tutte nella
Si, con la qual si disse: Io sono stato più volte già, là dove
io ho vedute merendarsi le donne, e Io non so qual mala
ventura si facesse a sapere che il marito mio andasse iermat-
tina a Genova, o ancora: O se io avessi avuto pure un pen-
sieruzzo di fare qualunque s’è l’una di queste cose. Il quale
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uso, passato parimente nel verso, fe’ che Dante in molti de’
suoi versi disse come in questi:
Bastavasi ne’ secoli recenti,
e
Ma ella s’è beata, e ciò non ode;
il che imitando, il Petrarca medesimamente disse:
Beata s’è che può beare altrui,
e altrove
Né so che spazio mi si desse il cielo,
e somiglianti.
[XXII.] Né pure in queste voci solamente, ma ancora
nelle particelle Ci, che Ce eziandio si disse, e nella Vi al-
cuna volta, e nella Ne molto spesso così si fece dal mede-
simo Boccaccio, che disse: Natural ragione è di ciascuno che
ci nasce, la sua vita, quanto può, aiutare; e ancora: Deh,
se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colà su di
queste papere; e medesimamente: In tanto che né in tor-
nei, né in giostre, né in qualunque altro atto d’arme niuno
v’era nell’isola che quello valesse che egli; e parimente an-
cora: Avisando che questi accorto non se ne fosse che egli
fosse stato dallui veduto. Perché fie bene che voi, messer
Ercole, eziandio a questi modi di ragionari poniate mente, e
oltre questi ad un altro ancora sopra la medesima voce, che
in vece di Lui e di Lei e di Loro si pone, molto usato dalla
mia lingua, che può parere per aventura più nuovo, il quale
è questo: che quando a porre avete due volte seguentemente
la detta voce dinanzi o dopo ’l verbo a qualunque persona
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si danno esse voci, solamente che più che ad una non si
diano, e in qualunque numero esse a por s’hanno o di qua-
lunque genere, sempre nelle prose diciate a questa maniera,
Gliele, e altramente non mai. Il che si vede in questi ragio-
namenti del Boccaccio: Anzi mi pregò il castaldo loro, quan-
do io me ne venni, che se io n’avessi alcuno alle mani che
fosse da ciò, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; e
altrove: Paganino da Monaco ruba la moglie a M. Ric-
ciardo di Chinzica, il quale, sappiendo dove ella è, va e di-
venta amico di Paganino; raddomandagliele, et egli, dove
ella voglia, gliele conciede; e altrove: Avenne ivi a non
guari tempo, che questo catalano con un suo carico navicò
in Alessandria, e portò certi falconi pellegrini al Soldano, e
presentógliele. Ma perché vi vo io di questo scrittore essem-
pi sopra ciò raccogliendo? Egli ne sono tutte le sue prose sì
abondevoli, che mestier non fa il più ragionarne. Ma come
che io v’abbia gli essempi di questa usanza solo dal Boc-
caccio recati, non è tuttavia per questo che ella incomincia-
mento dallui avuto abbia, perciò che egli la trovò già vecchia.
Con ciò sia cosa che non pur Dante la ponesse nelle sue
prose, o ancora Giovan Villani, ma eziandio Pietro Crescenzo
per tutti i libri del suo Coltivamento della villa, e Guido
Giudice di Messina per tutta la sua istoria della guerra di
Troia la si spargessero. Il qual Guido Giudice, come che ci-
ciliano fosse, scrisse nondimeno toscanamente, sì come in
quella età che sopra Dante fu, nella quale esso visse, si po-
tea. Fassi in parte questo medesimo, quando dopo la voce
Gli si pon la Ne, ché si dice Gliene diedi, Gliene portarono,
e somigliantemente.
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[XXIII.] Ora, piú oltre passando, dico che sono in vece
di nomi ancor Quelli, che si disse medesimamente Quei nel
verso, e Questi, assai toscanamente cosí detti nel numero del
meno, e solamente nel primo caso; come che Quei eziandio
in quello del più si dica e in ciascun caso assai sovente da’
poeti, e alcuna volta ancor Questi, ma tuttavia di rado, che
poi si disse più spesso nelle prose. Più di rado si truova detto
Quelli nel numero del più di esse prose. È Colui, che in ogni
caso del numero del meno si dice, e Costui altresì; e servono,
in luogo degli altri casi, a Quegli e a Questi che sono pur
del primo, come io dissi. Et è Cotesti, tuttavia non molto
usato, che si disse alcuna rara volta Cotestui quantunque
Cotesti si dica ancora nel numero del più; e sono tutte voci
del maschio, che altramente non forniscono; sì come Quello
e Questo e Cotesto sono voci del neutro, che anco non for-
niscono altramente. E dassi questa voce ultima, Cotesti e Co-
testo, solamente a coloro e alle cose, che sono dal lato di
colui che ascolta. Ma Quello si dice alle volte Ciò: Fammi
ciò che tu vuoi, e Questo altresì: Oltre acciò Sopra ciò; la
qual voce non pure neutralmente, ma ancora maschilemente
e feminilemente, e così nel numero del più come in quello
del meno, s’è molto spesso detta dagli antichi, che dicevano:
Ciò fu il fortissimo Ettore, che disse Guido Giudice, e Ciò
erano vaghissime giovani, che disse il Boccaccio e
Ciò furon li vostr’occhi pien d’amore
che Guido Guinicelli disse. Ma tornando alle voci Colui
Costui, è alcuna volta che elle si danno alle insensibili cose,
e Lui altresì; sì come si diè in Pietro Crescenzo, il quale,
ragionando di lino, disse: Nella costui seminazione la terra
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assai dimagrarsi e offendersi si crede; e in Dan- te, che di
rena parlando, disse:
Non d’altra foggia fatta, che colei,
che fu da’ piè di Caton già sopressa;
e nel Boccaccio, che disse: Lei d’una testa morta novel-
lando. Perché meno è da maravigliarsi, se Questi e Quegli
medesimamente si dà loro. Et è oltre acciò alcuna volta, che
in luogo di Questo si dice Esto da’ poeti; e ultimamente
nella voce di femina, Sta in vece di Questa, non solo da’ poeti,
ma ancora da’ prosatori, giunto tuttavia e posto con queste
tre voci e non con altre: Stanotte, Stamane, Stasera. Perciò
che quando si dice, Ista notte, Ista mane, Ista sera, ciò si
fa per aggiunta della I, che a queste cotali voci si suole
dare, sì come l’altr’ieri messer Federigo ci disse. Come che
eziandio Stamattina dicesse il Boccaccio: Di questo di sta-
mattina sarò io tenuto a voi –.
Quivi messer Ercole, che attentamente ciò ascoltava, vo-
lendo il Magnifico seguir più oltre, disse: – Deh a voi non
gravi, Giuliano, che io un poco v’addomandi, come ciò sia,
che voi detto avete che Quello, Questo, Cotesto, voci del
neutro sono. Quando e’ si dice: Quel cane, Quell’uomo, e
Questo fanciullo, e Cotesto uccello e somiglianti, non sono
elleno voci del maschio eziandio queste tutte che io dico?
– Sono, – rispose il Magnifico – ma sono congiunte con
altre voci, e da sé non istanno. E io di quelle che da sé
stanno vi ragionava, delle quali propriamente dire si può
che in vece di nomi si pongono; il che non si può così
propriamente dire di quelle che l’hanno accanto. Sì come
sta da sé solo Questi nel Petrarca:
Questi m’ha fatto men amare Dio,
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nel qual luogo non si potrebbe dir Questo; e chi ciò dicesse,
intenderebbesi Questa cosa, e non Amore, il che egli vuole
che vi s’intenda; sì come in quella medesima canzone s’in-
tende Questo in luogo di Questa cosa, quando e’ disse:
Ancor, e questo è quel che tutto avanza,
da volar sopra ’l ciel gli avea dat’ali,
dove non si potrebbe dir Questi, ché non ne uscirebbe il sen-
timento del poeta, ma altro assai da esso lontano –.
[XXIV.] Stette di tanto contento e pago messer Ercole;
laonde Giuliano seguitando cosí disse: – Sono medesima-
mente nel numero del più Costoro e Coloro e Loro; la qual
voce in vece di Coloro e di Quelli e d’Essi usa di por la
mia lingua in tutti i casi, fuori solamente il primo. E come
che Costoro paia voce che si dia al maschio, nondimeno si
vede che ella s’è data eziandio alla femina. Di queste voci
tutte quelle, che alla femina comunalmente si danno, sono
sì semplici, che mestier non fa che se ne ragioni altramente;
sì come sono Costei e Colei che a tutti i casi ugualmente si
danno, né si mutano giamai. Resta che vi sia chiaro che Lei
in vece di Colei, sì come Lui in vece di Colui, del qual si
disse, s’è alcuna volta detto da’ nostri scrittori. È ancora Esso,
voce di questa medesima qualità, la quale, come che rego-
larmente si muti e ne’ generi e ne’ numeri, ché Esso et Essa,
Essi et Esse si dice, niente di meno è alle volte, che il pri-
miero ad ogni genere e ad ogni numero serve, quando con
altra voce di queste o ancor d’altre voci si pone, e ponsi in-
nanzi; perciò che e Con esso lui e Con esso lei e Con esso
loro e Sovr’esso noi e Con esso le mani e Lungh’esso la
camera medesimamente si dice, toscanamente parlando;
come che Essa lei eziandio si legga alcuna volta nelle buone
scritture. Dicesi ancor Desso e Dessa, per voce più ispressa, e
nelle prose e nel verso. È appresso quest’altra voce Stesso, che
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dopo alcuna di quelle che in vece di nomi si pongono, come
che sia, si pon sempre e altramente non si regge. E quantun-
que usino i Toscani di dire Egli stessi, più tosto che Egli
stesso, non perciò si dirà ancora così Esso stessi, ma Esso
stesso; forse per la diversità de’ fini, che è in quelle voci e
non è in queste. È Altri nel primo caso del numero del
meno e di quello del più, e ha Altrui negli altri dell’un nu-
mero e dell’altro; e diconsi amendue in voce di maschio
sempre, come che in sentimento possono darsi, sotto voce di
maschio, eziandio alla femina. È Alcuno, che alcuna volta
s’è detto Veruno, et è Niuno e Nullo, che vagliono spesse
volte quanto quelle, non solo nelle prose, che l’hanno per
loro domestiche e famigliari molto, ma alle volte ancora nel
verso, nel quale più volentieri Nessuno che Niuno, sì come
voce più piena, v’ha luogo. Vedesi ciò in questo verso me-
desimo, di cui vi dissi:
I dì miei più leggier, che nessun cervo,
fuggîr com’ombra.
Et è Qualche quello stesso, e questa in ogni genere e in
ogni numero ugualmente ha luogo.
[XXV.] È ultimamente Il quale, voce che si rende a
ciascuna delle altre già dette, che in vece di nome si pon-
gono, e ancora ad altre; la qual voce si dice eziandio Che in
ogni genere medesimamente e in ogni numero. E questa
Che, neutralmente posta, si disse alcuna volta Il che dal Boc-
caccio: Di che la donna contenta molto si dispose a volere
tentare, come quello potesse osservare, il che promesso avea;
e ancora: Vi farei goder di quello, senza il che per certo
niuna festa compiutamente è lieta. È appresso Chi nel primo
caso e ha Cui, negli altri; le quali voci a ciascun numero
e a ciascun genere servono. Dissi ciascun genere, ciò è del
maschio e della femina; perciò che in quella del neutro, Che
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si dice in amendue i numeri. Quantunque è alcuna volta,
ma tuttavia molto di rado, che si truova Chi posto negli obli-
qui casi, sì come si vede nel Petrarca, che disse:
Fra magnanimi pochi, a chi ’l ben piace,
e ancora,
Come chi ’l perder face accorto e saggio;
e nel Boccaccio, il qual medesimamente disse: O ritornavi
mai chi muore? Disse il monaco: sì, chi Dio vuole; e al-
trove: Come il meglio si poté, per la villa allogata tutta la
sua famiglia, chi qua e chi là, e quello che segue. Ora que-
ste tre voci, quando richiedendo si dicono, hanno semplice
e brieve sentimento: Chi ti diede? Cui sentisti? Che ti fece? Quando poi si dicono senza richiesta, elle si sciolgono, cias-
cuna per sé, tale volta in due cotali, Colui il quale:
Chi è fermato di menar sua vita
su per l’onde fallaci;
o Colei la quale:
Se chi tra bella e onesta
qual fu più lasciò in dubbio;
o Colui al quale: Per mostrare che anche gli uomini sanno
beffare, chi crede loro, come essi, da cui elli credono, sono
beffati; o pure Quello che: Fa che ti piace, in vece di
dire: Fa quello che ti piace; e tale altra si sciolgono in que-
sta sola, Alcuno: Chi fa bene, e chi fa male, cioè Alcuno fa
bene, e alcun male; e tale altra in queste due, Alcuno il
quale: È chi fa bene, et è chi fa male; o pure in quest’altre
due, Ciascuno il quale:
Chi vuol veder quantunque può natura.
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E questo Ciascuno, che si dice ancora Ciascheduno anti-
camente Catuno si disse. Ma queste due ultime un’altra
volta si ristringono in una sola, la quale ora è Chiunque e
ora Qualunque; tra le quali questa differenza ci ha, che
Chiunque si dà al numero solamente degli uomini e da sé
si regge:
Chiunque alberga tra Garonna e ’l monte;
e Qualunque si dà alla qualità delle cose, delle quali si ra-
giona, e posta sola non si regge, ma conviene che seco abbia
la voce di quello di che si fa il ragionamento:
A qualunque animale alberga in terra;
o se non l’ha, vi s’intenda. E come Chiunque maschilemente
e feminilemente si dice, così Cheunque neutrale sentimento
ha in quella medesima forma, e tutte così nel numero del più come in quello del meno si dicono.
[XXVI.] È appresso Tale e Quale, non quando compa-
razione fanno, ma quando fanno partigione; l’una delle
quali si dice alle volte in vece di Chi, sì come la disse il Boc-
caccio: Laonde fatto chiamare il siniscalco, e domandato
qual gridasse, ciò è Chi gridasse; sì come allo ’ncontro Chi
si dice alle volte, in vece di dir Quale: il medesimo Boccac-
cio: La novella di Dioneo era finita; e assai le donne, chi
d’una parte e chi d’altra tirando, chi biasimando una cosa,
chi un’altra intorno ad essa lodan done, n’avevan ragionato.
È ancora che l’una e l’altra si pon neutralmente, e vagliono
quanto Alcuna cosa e quanto Qual cosa; sì come vale l’una
appo il Petrarca:
Tal par gran meraviglia, e poi si sprezza;
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e l’altra appo il Boccaccio: E come il vide andato via, co-
minciò a pensare qual far volesse più tosto. Viene eziandio
a dir Tale alcuna volta, quanto Tale stato e Tal condizione
o somigliante cosa, sì come a dir viene pur nel Petrarca:
E or siam giunte a tale,
che costei batte l’ale,
per tornar a l’antico suo ricetto;
e nel Boccaccio ancora: Anzi sono io, per quello che infino
a qui ho fatto, a tal venuto, che io non posso fare né poco
né molto. Et è altra volta, quando l’articolo vi s’aggiugne,
che Tale può quanto Colui, e gli Tali quanto Coloro, e gli
Altretali quanto Quegli altri. Et è Cotale, che val quanto
Tale, più ispressamente detta. Sì come si dice Cotanto, più ispressamente che Tanto: Oimè, misera me, a cui ho io co-
tanti anni portato cotanto amore!. Ma la voce Cotale s’è
alle volte posta in vece della particella Così dal Boccaccio:
Né fu perciò, quantunque cotal mezzo di nascoso si dicesse,
la donna riputata sciocca. Levasi a tutte queste voci che si
son dette, che in vece di nome si pongono, le quali hanno
la L nell’ultima loro sillaba, o sola o raddoppiata, non sola-
mente la vocale loro ultima o ancora una delle due L comu-
nemente da tutti gli scrittori, quando vogliono o bene lor mette di levarle, Tal Qual Quel e simili, nel numero del
meno; ma eziandio alle volte tutta intera la sillaba in quello
del più; e ancora più che intera la sillaba da’ poeti, che Ta’
in vece di Tali, e Qua’ in vece di Quali, e Que’ in vece di
Quelli, dissero; come che questa ultima sia stata medesima-
mente detta da’ prosatori.
[XXVII.] Ma passisi a dire del verbo, nel quale la li-
cenza de’ poeti e la libertà medesima della lingua v’hanno
più di malagevolezza portata, che mestier non fa a doverlovi
/BEGIN PAGE 229/
in poche parole far chiaro. Il qual verbo, tutto che di quat-
tro maniere si veda essere così nella nostra lingua come egli
è nella latina, con ciò sia cosa che egli in alquante voci così
termina come quello fa, ché Amare Valere Leggere Sentire
da noi medesimamente si dice, non perciò usa sempre una medesima regola con esso lui. Anzi egli, in queste altre voci,
due vocali solamente ha ne’ suoi fini, Ama Vale Legge Sente,
dove il latino ne ha tre, come sapete. Di questo verbo, la
primiera voce nessun mutamento fa, se non in quanto Seggo eziandio Seggio s’è detto alcuna volta da’ poeti, i quali da
altre lingue più tosto l’hanno così preso che dalla mia, e
Leggo, Leggio; e Veggo, Veggio, traponendovi la I, e Deg-
gio altresì, la qual voce dirittamente non Deggo ma Debbo
si dice, e Vegno e Tegno, nelle quali Vengo e Tengo sono
della Toscana. Levaronne i poeti alcuna volta, in contrario
di quelli, la vocale che propriamente vi sta; quantunque ella,
non come vocale, ma come consonante vi stia; e di Seguo fe-
cero Sego, come fe’ il Petrarca. E tale volta ne levarono la consonante medesima, da cui piglia regola tutto il verbo; sì
come fecero messer Piero dalle Vigne e Guittone nelle lor can-
zoni, i quali Creo e Veo, in vece di Credo e di Vedo dis-
sero, e messer Semprebene da Bologna oltre a questi, che
Crio, in vece di Credo, disse. Né solamente di questa voce, la vocale o la consonante che io dissi, ma ancora tutta intera
l’ultima sillaba essi levarono in questo verbo, Vo’ in vece di
Voglio dicendo; il che imitarono e fecero i prosatori altresì
/BEGIN PAGE 230/
alcuna fiata. Vedo Siedo, non sono voci della Toscana. Nella prima voce poi del numero del più, è da vedere che sempre
vi s’aggiunga la I, quando ella da sé non vi sta. Ché non
Amamo Valemo Leggemo, ma Amiamo Valiamo Leggiamo
si dee dire. Semo e Avemo, che disse il Petrarca, non sono della lingua, come che Avemo eziandio nelle prose del Boc-
caccio si legga alcuna fiata, nelle quali si potrà dire che
ella, non come natìa, ma come straniera già naturata, v’ab-
bia luogo. Quando poscia la I naturalmente vi sta, sì come sta ne’ verbi della quarta maniera, è di mestiero aggiugnervi la A in quella vece, perciò che Sentiamo e non Sentimo
si dice.
[XXVIII.] Nella seconda voce del numero del meno, è solamente da sapere che ella sempre nella I termina, se non quando i poeti la fanno alcuna volta, ne’ verbi della prima maniera, terminare eziandio nella E; sì come fe’ il Petrarca, che disse:
Ahi crudo Amor, ma tu allor più m’informe
a seguir d’una fera, che mi strugge,
la voce, i passi e l’orme.
Et è oltre acciò da avertire che, in quelli della seconda maniera, non mostra che questa voce si formi e generi dalla prima, ma da sé; con ciò sia cosa che in Doglio Tengo e
simili, non Dogli Tenghi, ma Duoli Tieni si dice. Nella qual voce, oltre acciò che il fine non ha con lei somiglianza,
aviene ancor questo, che vi s’aggiugne di nuovo una vocale, per empierlane di più quel tanto: Doglio Duoli, Voglio
Vuoli, Soglio Suoli, Tengo Tieni, Seggo Siedi, Posso Puoi,
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e altri; come che Vuoli più è del verso che delle prose, le
quali hanno Vuoi e più anticamente Vuogli, sì come anco Suogli; le quali due voci, più che le altre, fanno ritratto pure dalla primiera. Di che altra regola dare non vi si può, se
non questa: che altre vocali che la I e la U non hanno in
ciò luogo; e quest’altra: che nelle voci, nelle quali la A giace nella penultima sillaba, non entran di nuovo queste vocali né veruna altra; ché Vaglio e simili non crescono da questa parte. Passa questo uso nella terza voce del numero del meno medesimamente continuo, ma più oltre non si stende; se non si stende in questo verbo Siede, nel quale Siedono eziandio si legge, come che Seggono più toscanamente sia detta. Passa altresì nella quarta maniera, ma solamente, che io mi creda, in questi verbi: Vengo, che Vieni e Viene fa, e Ferisco, che fa Fiere e Fiede, e Chero, che fa Chiere, quantunque egli, non pur come verbo della quarta maniera, anzi ancora come della seconda, Cherire e Cherere ha per voci senza termine, sì come l’altr’ieri si disse. Pongo, che della terza maniera
è, tra l’una e tra l’altra si sta di queste regole, perciò che
egli né Ponghi ha né Puoni per seconda sua voce, anzi ha Poni, voce nel vero temperata e gentile. Traggo d’altra parte due voci ha, Traggi e Trai detta più toscanamente, e ciò serba egli in buona parte delle voci di tutto ’l verbo; come che egli nondimeno nelle voci, nelle quali entra la lettera R nella seconda loro sillaba, raddoppiandonela, l’una e l’altra adietro lascia di queste forme. Muoio due voci ha di questa forma: la seconda di questo numero Muoi, e la terza di quello del più Muoiono; dalle quali tre voci ne vengono tre altre: Muoia e Muoii e Muoiano; le rimanenti di tutto ’l
verbo da Moro, che toscana voce non è, hanno forma. Di que-
sta seconda voce, di cui si parla, levò il Boccaccio la vocale ultima, quando e’ disse: Haiti tu sentito stamane cosa niuna? tu non mi par desso; e poco da poi, Tu par mezzo morto. La
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qual voce non da Pajo, che toscana è, ma da Paro, che è stra-
niera, si forma. E il Petrarca non solamente la detta vocal ne levò, Vien’ in vece di Vieni e Tien’ in vece di Tieni e Sostien’ in vece di Sostieni, ma ancora talor quasi intera e talor tutta intera l’ultima sillaba, Tôi in vece di Togli e Cre’ in vece di Credi e Suo’ in vece di Suoli, ponendo. Quantunque Tôi eziandio dal medesimo Boccaccio si disse nelle novelle: Dun-
que tôi tu ricordanza dal sere? Levarono altresì della terza i miei Toscani la vocale ultima spesse volte, quando ella dopo la L o dopo la N si pone, e la voce, che la seguita, si regge dal&
l’accento medesimo del verbo. Non dico già ne’ verbi della prima maniera, ne’ quali la A, che è la vocale loro ultima,
non se ne leva giamai; ma di co in quelli della seconda o
ancora della quarta, Duolmi Suolti Vuolsi Vuolvi e Tiemmi
e Viemmi e somiglianti. Come che alcuna volta eziandio, quando la voce, che segue, non si regge dall’accento del verbo
ciò si vede che usarono i poeti, Fier in vece di Fiere e Chier
in vece di Chiere dicendo; e i prosatori altresì, che Par e
Pon e Vien in vece di Pare e Pone e Viene dissero. Levarono in Puote i toscani prosatori, che la intera voce è, tutta la sez-
zaia sillaba e Può ne fecero, più al verso lasciandolane che serbandola a sé, il qual verso nondimeno usò pari mente e
l’una e l’altra. Aggiunsonvene allo ’ncontro un’altra i poeti bene spesso in questo verbo Ha, e fecerne Have, per aven-
tura da’ Napoletani pigliandola, che l’hanno in bocca con-
tinuo. Falla e Falle, che si legge parimente in questa voce,
non sono d’un verbo medesimo, anzi di due; l’uno de’ quali della prima maniera si vede che è, Fallare, e tanto vale
quanto Mancare e Non basta re; l’altro è della quarta, Fal-
lire, e pigliasi per Fare errore e inganno e pecca, da cui ne viene il Fallo. Così forma da sé ciascuno la sua terza voce,
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da quella dell’altro separata e nella terminazione e nel senti-
mento. Quantunque sì pure s’è egli per alcuni posto Fallire
in sentimento di Mancare, ma Fallare in sentimento di Pec-
care e d’Errare non mai. Pungo Ungo e di questa forma
degli altri, due fini hanno e nella seconda e nella terza voce
di questo numero, secondo che essi o prepongono o pospon-
gono la N alla G, che vi sono: Pungi e Pugni, Ungi e Ugni, Punge e Pugne, Unge e Ugne similmente; delle quali quelle, che l’hanno posposta, sono più toscane. E a questa condizione è Stringo e degli altri, che con le due con sonanti, che io
dissi, le dette voci chiudono. Esce di regola la terza voce del verbo Sofferire, la quale è Soffera.
[XXIX.] Semplice e regolata è poscia in tutto la seconda voce del numero del più. E sarebbe altresì la terza, la quale serba la A nella penultima sillaba ne’ verbi della prima ma-
niera e la O in quegli dell’altre e ha sempre somiglianza con
la prima voce del numero del meno, Pongo Pongono; se non che ella è alle volte per questo in picciola parte di sé di due maniere, sì come in Saglio e Doglio e Toglio ché Sagliono Dogliono Togliono e Salgo no Dolgono Tolgono s’è detto; e queste ancora più toscanamente, perciò che e Salgo e Dolgo
e Tolgo nelle prime loro voci, s’è altresì più toscanamente detto. Quantunque Sagliendo tuttavia il sole più alto e Sa-
gliente su per le scale, che disse il Boccaccio, più toscane voci sieno, che Salendo e Salente non sono. Ponno; che in
vece di Possono disse alcuna volta il Petrarca, non è nostra voce, ma straniera. È più nostra voce Deono, che in vece di Debbono alle volte si disse. Il che può aver ricevuto forma dalla prima voce del numero del meno, che alcuna volta
Deo dagli antichi rimatori toscani s’è detta, sì come in Guit-
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tone si vede. Da questa primiera voce Deo, la quale in uso
non è della lingua, s’è per aventura dato forma alla terza
di quello stesso numero Dee, che è in uso, e De’ medesima-
mente in quella vece; quantunque De’ eziandio nella seconda voce, in luogo di Dei, s’è parimente detto: De’ mi tu far sempremai morire a questo modo?. Debbe, che la diritta
voce è, dalle prose rifiutata, solo nel verso ha luogo, e Deve altresì. Dansi Fansi, per accorcia mento dette, e simili, sono pure in uso del verso sola mente e non delle prose.
[XXX.] Seguita, appresso queste, la prima voce del nu-
mero del meno, di quelle che pendentemente si dicono,
Amava Valeva Leggeva Sentiva, che medesimamente si dice nella terza; nella quale Profereva, che si legge nelle prose,
non da Proferire, ma da Proferere, che è eziandio della lin-
gua, si forma. In queste due voci nondimeno, fuori solamente quelle della prima maniera, s’è usato di lasciare spesse volte adietro la V e dirsi, Volea Leggea Sentia; come che il Pe-
trarca in questa voce Fea, detta in vece di Facea, più che
una vocal ne levasse. Il quale uso non è stato dato alle voci
del numero del più, se non in parte; con ciò sia cosa che
bene si lascia indifferentemente, per chi vuole, adietro la V nella terza voce, e dicesi Soleano Leggeano Sentiano, ma So-
leamo Leggeamo Sentiamo non giamai. Et è di tanto ita innanzi questa licenza, che ancora s’è la A, che necessaria-
mente pare che sia richiesta a queste voci, cangiata nella E,
et èssi così anticamente e toscanamente nelle prose detta: Avièno Morièno Servièno e Contenièno e Ponièno e, quel
che disse il Petrarca,
Come veniéno i miei spirti mancando
e ancora,
Ma scampar non potiémmi ale né piume
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in vece di dire Potiènomi, e degli altri; sì come Avie Udie Sentie, in vece di Avea Udia Sentia, nel numero del meno
si disse. Al qual tornando, dico che è di lui la seconda voce questa, Amavi Valevi Leggevi Sentivi; della quale eziandio
in alcun verbo s’è da’ poeti gittata via la medesima V, et èssi detto Potei Solei Volgei, in vece di Potevi Solevi Volgevi; il che non è stato ricevuto dalle prose, né s’è tuttavolta ciò
detto nel verso medesimo, se non di rado. Resterebbe, nelle pendenti voci, a dirsi del la seconda del numero del più, che
è questa, Amavate Valevate Leggevate Udivate; ma ella altra mutazione non fa se non questa, che la vocale, la quale in-
nanzi alla penultima si sta, si mutava dagli antichi, di quella che ella dee essere, nella A, Vedavate Leggiavate Venavate, quasi per lo continuo; come che essi alle volte ciò facevano ancora nella prima voce di questo numero, Leggiavamo Ve-
navamo e similmente dicendo.
[XXXI.] Nelle voci poi che si danno al passato, la prima
di loro, ne’ verbi della prima maniera, in due vocali sempre termina così, Amai Portai; fuori solamente queste, che son
di due sillabe, Stetti Diedi Feci, che Fei eziandio si disse nel verso; nella qual licenza è nondimeno rimasa in piè la I, che par fine molto richiesto a questa voce. Non la lasciò in piè
il Petrarca, quando e’ disse:
I’ die’ in guardia a san Pietro,
e altrove,
Ch’i’ li die’ per colonna
de la sua frale vita,
dove Die’, in vece di Diedi, si legge. Né pure il Petrarca
nelle rime così fece, ma il Boccaccio ancora così ci ragionò nelle prose, il qual disse: Ma io mi posi in cuore di darti
quello che tu andavi cercando, e dietelo; e altrove: Signor,
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questa donna è quello leale e fedel servo, del quale io poco avanti vi fe’ la dimanda. Levasi tuttavia la detta vocal
nelle prose più spesso, quando alcun’altra voce le si dà che dall’accento di lei si regga, e Dilibera’mi in vece di Dilibe-
raimi, e cotali altre senza risparmio si dicono toscanamente. Non così semplicemente dire si può, che quella della seconda e della terza maniera ne mandi il fin suo; tra le quali al-
quanta più di varietà si vede essere. Perciò che quantunque
ella nella I sempre termini, sì come fa in tutte, vi termina nondimeno nell’una e nell’altra maniera in diversi modi,
con ciò sia cosa che nella seconda più fini v’han luogo. Per-
ciò che in que’ verbi, che la C per loro naturale consonante v’hanno, Giacere Tacere, ella con esso lei C e con la Q ap-
presso termina, Giacqui Tacqui. In quelli che v’hanno la L,
essa v’aggiugne la S, e Valsi Dolsi ne fa, che Dolfi eziandio
si disse. Solamente Volli la sua consonante raddoppia, come che pure nel verso egli alle volte fa come quelli. Raddop-
piano medesimamente quegli altri, che delle altre consonanti v’hanno naturalmente, Caddi Tenni Seppi Ebbi Bevvi, e que-
st’altri, Sedetti Temetti Dovetti, che ha eziandio Dovei nel verso, i quali oltre acciò una sillaba di più v’aggiunsero. Dissi Bevvi, perciò che quantunque Bere toscanamente si dica, egli pure da Bevere n’uscì, la qual voce e qui e in altre parti della Italia è ad usanza. Escono di questa regola Godei Capei Po-
tei e Vidi e Providi, che ha nondimeno Provedetti nelle prose, e Parvi, che Parsi medesimamente nel verso ha, e Offersi,
che da Offerere si genera.
[XXXII.] Hanno più fini luogo medesimamente nella
terza maniera, a’ quali tutti, che molti e diversi sono, cono-
scere, una cotal regola dare, messer Ercole, vi si può: che
alla voce di loro, la quale di verbo e di nome pure nel pas-
sato tempo partecipa, riguardando, ogni volta che così uscire
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Renduto Perduto Compiuto ne la troverete, diate alla voce,
di cui si ragiona, questo fine Rendei Perdei Compiei. Dissi Compiuto, perciò che Compito, che più leggiadramente si
dice nel verso, non è della lingua. Fuori solamente queste: Vivuto, che ha Vissi, perciò che Visso della lingua non è,
come che ella altresì più vagamente così si dica nel verso, e Conceduto, che ha Concedetti, con ciò sia cosa che Con-
cesso, che al cuna volta si legge, altresì della lingua non è et
è solo del verso; e Creduto, che Credetti ha, quantunque messer Piero dalle Vigne, Cretti, in vece di Credetti, dicesse nel la canzona, che così comincia:
Assai cretti celare,
ciò che mi convien dire.
E fuori ancora alquante altre poche voci, poste alcuna
volta dagli antichi a questa guisa, come che elle vengano
da’ verbi della quarta maniera; sì come è Smarruto, in vece
di Smarrito, che disse Bonagiunta e messer Cino nelle loro canzoni; e Vestuta in vece di Vestita, che pose Dante nelle
rime della sua Vita Nuova; e Feruto, in vece di Ferito, e Feruta, per voce che da sé si regge, detta non solo da altri,
ma dal Petrarca ancora; e Pentuta, che disse il Boccaccio
nelle sue Novelle alcuna fiata; e Venuto, sempre e da cia-
scuno così detta. Ogni altra volta che la scorgerete di que-
st’altro modo Letto Scritto e simili, che se n’escono con le
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due T, e voi quest’altro fine delle due S le darete, Lessi
Scrissi e somiglianti. Quando poscia ve ne fia un altro di
questa maniera, Pianto Spento Finto, parimente Piansi Spensi Finsi nella detta voce saperete di dover dire. E così né più
né meno Risi Offesi Arsi Tolsi Mossi, quandunque volta Riso Offeso Arso Tolto Mosso nelle participanti loro voci saranno, come s’è detto; nelle quali Sparto, in vece di Sparso, che al-
cuna volta si legge, solamente è del verso. Escono nondimeno di quest’ordini Dissi, che ha Detto, e Strinsi, che ha Stretto,
e Conobbi, che ha Conosciuto, e Nocqui, che ha Nociuto, e Misi, che ha Messo per voce che partecipa, e Posi, che ha Po-
sto altresì. E se Mordei eziandio Morsi si disse, è per ciò che Morduto e Morso egli medesimamente ha per voci che par-
tecipano, come che Morduto più rade volte si truovi detta e solamente nelle prose.
[XXXIII.] Semplice e regolato è ultimamente nella quar-
ta maniera di questa voce il fine, il qual sempre con la natìa consonante del verbo, dinanzi la I posta, termina e con l’ac-
cento sopra esse, Udì Sentì; se non in quanto ha tale volta l’uso della lingua nelle prose la medesima I raddoppiata,
Udìi Sentìi; come che Dante le recasse nel verso. Allo ’ncon-
tro delle quali levarono d’alcun verbo non solamente della prima maniera, com’io dissi, ma delle altre ancora, i poeti
alle volte la medesima I, che di necessità star vi suole, e Com-
pie’ in vece di Compiei dissero. Non così lungamente fa bisogno che si ragioni della seconda voce di questo tempo, essendo ella solamente una in tutti i verbi, dalla terza loro semplice voce del presente tempo per lo più formandosi in questa guisa, che vi si giugne una sillaba di tre lettere cotali STI; fuori che queste due Dà, Sta, che Desti e Stesti for-
mano. Dissi semplice, in differenza di quelle che v’aggiun-
gono la I o veramente la U, come s’è detto; perciò che que-
ste due vocali raggiunte non entrano giamai in questa voce: Ama Amasti, Tiene Tenesti, Duole Dolesti, Legge Leggesti.
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E dissi ancora per lo più, in quanto non così in tutto si for-
mano le voci della quarta maniera, ché non Sentesti e Ode-
sti, anzi Sentisti e Udisti si dice. Come che in Udisti e in
tutte le altre voci di questo verbo, che in qualunque guisa si danno al passato tempo e a quello che a venire è, eziandio
si muta di lui la prima lettera, che è la vocale O, e fassene
U: Udì Udisti Udirono e Udito e Udirò e le altre. Di questa seconda voce è alle volte che se ne levano le due ultime let-
tere, non solo nel verso:
Come non vedestú negli occhi suoi
quel, che vedi ora,
e altrove,
Già non fostú nodrita in piume al rezzo;
ma ancora nelle prose: Ove fostú stamane poco avanti al giorno e Odistú in quella cosa niuna della quale tu dubiti.
[XXXIV.] Non avien così della terza voce del detto nu-
mero del meno, perciò che ella tre fini ha, con ciò sia cosa che e nella O e nella E e nella I termina. Ma nella O hanno
fine le voci de’ verbi, che sono della prima maniera, Amò
Levò Pigliò Lasciò. Nella E finiscono quelle del le due se-
guenti, Volse Tolse Perdé; e della prima altresì, quando i verbi, nella lor prima voce, sono d’una sillaba e non più,
Diede Fece, de’ quali Do e Fo sono le prime voci. Delle quali voci tutte dire si può, che a quelle di loro solamente l’accento sopra l’ultima sillaba sia richiesto, le quali nella prima voce due vocali hanno per loro fine, Amai Amò, Potei Poté, Per-
dei Perdé, e non altre. Alla quarta maniera poscia si dà la
I e l’accento medesima mente sopra essa, Udì Sentì Dipartì; fuori solamente il verbo Venire, che ha Venni nella prima e Venne nella terza voce del numero del meno e Vennero in quella del più, e il verbo Aprire, che Apersi e Aperse ha, e
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il verbo Coprire; le quali voci sotto regola non istanno, come che Aprì in vece d’Aperse, e Coprì in vece di Coperse, si
legga nel verso. Dissi che si dà l’accento sopra essa, forse
per ciò che le intere voci erano primieramente queste, Udìo Sentìo Dipartìo; le quali nondimeno in ogni stagione si
sono alle volte dette e ne’ versi e nelle prose; uso per aven-
tura preso da’ Ciciliani, che l’hanno in bocca molto, come
che essi usino ciò fare, non solo ne’ verbi della quarta ma-
niera, ma ancora in quegli dell’altre. Il che tuttavia non è
stato ricevuto dalla Toscana, se non in poca parte e da’ suoi
più antichi, sì come furono messer Semprebene e messer Piero dalle Vigne, i quali Passao Mostrao Cangiao Toccao Doman-
dao dissero ne’ loro versi; quantunque il Boccaccio ancora,
che così antico non fu, Discerneo dicesse ne’ suoi. Di queste voci della quarta maniera levandosi, come io dico, l’ultima loro sillaba, che è la O, l’accento pure nel suo luogo rimase. Feo, oltre a questi, s’è alle volte da’ toscani poeti detto, e
Poteo e per aventura Perdeo. Né Feo qui si prende come
voce di verbo della prima maniera, ma della terza; perciò
che quantunque Fare sì come Amare si dica, non si formano perciò da questa le altre voci di lui, anzi da quest’altra Fa-
cere, che in uso della mia lingua non è, non altramente che
se ella in uso fosse. È oltre acciò alcuna volta, che questa voce ha parimente due fini, sì come ha la prima di cui si disse, perciò che e Volle e Volse e Dolse e Dolfe si dice. Di questi
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nondimeno più nuovo pare a dire Dolfe, con ciò sia cosa che la F non sia lettera di questo verbo, né in alcuna altra parte
di lui abbia luogo, se non in questo tempo, nel quale Dolfi
e Dolfero eziandio alcuna volta dagli antichi s’è detto. Beo ancora egli due fini pare che abbia in questa voce, perciò che
e Bebbe e Bevve si legge nelle buone scritture; il che è più
tosto da dire che un fine sia, per la somiglianza che hanno
verso di sé queste due lettere B e V, di maniera che Spesse volte si pi glia una per altra. Formasi nondimeno Bevve da
questa voce Beve, che tuttavia toscana non è, raddoppian-
dovisi la V, sì come da Piove, Piovve in questa medesima
guisa si forma. Ha due fini medesimamente in questi verbi, ma in altra guisa, Diede e Die’, Fece e Fe’, non solo ne’ poeti, ma ancora alle volte nelle prose. Dette Cadette Tacette Se-
guette e altre simili, che posero e Dante e il Boccaccio ne’
loro versi, o esse della lingua propriamente non sono, o
sono della molto antica e di quella, che più di ruvidezza in
sé ha che di leggiadria. E se Penté e Con verté nel medesimo Dante si leggono, è perciò che elle da Pentere e da Conver-
tere, verbi della terza maniera, si formano, e Pentei e Con-
vertei hanno, o almeno aver debbono, per loro prime voci
di questo tempo.
[XXXV.] La primiera voce appresso del numero del più ha in sé una necessità e regola e non più; che ella sempre raddoppia la M nell’ultima sillaba, Amammo Valemmo Leg-
gemmo Sentimmo, né altramente può aver stato. La seconda medesimamente ne ha un’altra, che ella in E si vede sempre fornire in questa guisa, Amaste Valeste Leggeste Sentiste, e non altramente. La terza non così d’una regola si contenta;
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perciò che ne’ verbi della prima maniera ella in questa guisa termina, Amarono Portarono, la A nell’avanti penultima loro sillaba sempre avendo; e la I in quelli della quarta, Udirono Sentirono. Nelle altre due maniere ella termina poscia così, Volsero Lessero e simili, alla terza loro voce del numero del meno la sillaba, che voi udite, sempre giugnendo, per questa del più formare, come vedete. Né vi muova ciò, che Disse
nella terza voce del numero del meno, e Dissero in quella
del più medesimamente si dice, come che Dire paia voce
della quarta maniera; perciò che tutto il verbo per lo più da Dicere, la qual voce non è in uso della fiorentina lingua, e
non da Dire si forma; sì come Fecero da Fece e questa da Facere, del qual si disse, e non Fare, altresì. Diedero e Stet-
tero, senza avere onde formarsi altro che da Dare e da Stare, fuori della detta regola solamente escono, che io mi creda,
e non altri. È oltre acciò che si leva spesso di queste voci la vocale loro ultima, e nel verso e nelle prose, Dieder Disser;
e alle volte ancora si gitta tutta intera l’ultima sillaba, Andaro Passaro Accordaro e Partiro e Sentiro e Assaliro e dell’altre, che Giovan Villani disse. Né mancò poi che eziandio due sillabe non si siano via tolte di queste voci, non solo nel
verso, che usa Fur invece di Furono, ma ancora nelle prose;
sì come si vede nel Boccaccio, il qual disse: Fer vela e Dier
de’ remi in acqua e andar via, e ciò fece egli in altre voci ancora, Comperar Domandar Diliberar, in vece delle com-
piute ponendo; e Giovan Villani altresì. Dierono, che è la compiuta voce di Dier, e Diedono, oltre a tutti questi, si
truova che si son dette toscanamente, e Uccisono e Rimasono e per aventura in questa guisa dell’altre. Denno e Fenno e Piacquen e Mossen, che disse il Petrarca, non sono toscane.
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[XXXVI.] Dànnosi al passato tempo, come io dissi, que-
ste voci. A quello poscia, che nel pendente pare che stia del passato, non si danno voci semplici e particolari del verbo,
anzi generali e mescolate in questa guisa, che pigliandosi sempre le voce del pendente di questo verbo Avere, si giu-
gne e compone con esso loro una sola voce del passato tempo di quel verbo, del quale s’ha a fornire il sentimento: Io avea fatto, Tu avevi detto, Giovanni ave va scritto e simili; e così
si va facendo nel numero del più. È il vero che la voce del verbo, del quale il senti mento si forma, si muta, per chi
vuole, ora in quella della femina, ora nell’un numero e quan-
do nell’altro: Io aveva posta ogni mia forza e Tu avevi ben consigliati i tuoi cittadini e somiglianti. E questo uso di con-
giugnere una voce del verbo Avere, con un’altra di quel
verbo, con cui si forma il sentimento, non solamente in ciò, ma ancora nel traccorso tempo, di cui s’è già detto, ha luogo; perciò che medesimamente si dice: Io ho amato, Tu hai go-
duto, Giovanni ha pianto, Coloro hanno sentito e le altre, e Amata e Godute e Pianti altresì. Ho visto, che disse il Pe-
trarca, in vece di Ho veduto, non è della Toscana. Né solo
con questo verbo Avere, ma con quest’altro Essere, ciò an-
cora si fa, in que’ verbi dico, che il portano: La donna s’è doluta, Voi vi sete ramaricati, Coloro si sono ingegnati, e somiglianti. E questi verbi sono tutti quelli, de’ quali le voci che fanno, in sé ritornano quello che si fa; sì come ritor-
nano in questi essempi che si son detti. E di tanto è ito a
usanza il dare a questa voce del passato il fine, che si tira
dietro la persona che fa, La donna s’è doluta, Voi vi sete ramaricati; che ancora alcuna volta s’è ciò fatto, essendo il ragionare in altra forma disposto, sì come qui: Il che molto
a grado l’era; sì come a colei, alla quale parecchi anni, a
guisa quasi di sorda e di mutola, era convenuta vivere, per lo non aver persona in teso. Dove Alla quale era convenuta
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vivere disse il Boccaccio, in vece di dire Era convenuto. Ora tra queste due usanze di dire, Io feci e Io ho fatto, altra differenza non mostra che vi sia, se non questa: che l’una
più propriamente si dà al passato di lungo tempo, e questa
è Io feci, e l’altra al passato di poco. Ché se io volessi dire d’aver scritti alcuni fogli, che io testé avessi forniti di scrivere, io direi Io gli ho scritti, e non direi Io gli scrissi. E se io que-
sto volessi dire d’altri, che io di lungo tempo avessi scritti, direi Io gli scrissi diece anni sono, e non direi Io gli ho
scritti –.
[XXXVII.] Così diceva il Magnifico, quando mio fra-
tello il ritenne, così dicendo: – Voi m’avete con questi due modi di passato tempo, Giuliano, a memoria fatto tornare
un altro modo ancora di questo medesimo tempo, che la
vostra lingua, non così continuo, usa nondimeno assai so-
vente, e ciò è questo: Ebbi detto, Ebbe fatto, Ebber pensato,
e le altre voci similmente. Laonde, se egli non vi grava, di-
teci che differenza il così dire abbia da quegli altri, acciò che
a messer Ercole e questo ancora si faccia chiaro –. A cui il Magnifico così rispose: – Io m’aveggo che rade volte altri
può di tutto ciò, che uopo gli fa, ramemorarsi; perciò che quantunque io, poscia che io jersera vi lasciai, sopra le cose, che io oggi a dire avea, questa notte alquanta ora pensato v’abbia, nondimeno egli non mi soveniva testé di ragionarvi
di cotesto modo di passato tempo; del quale, poiché voi, mes-
ser Carlo, più di me aveduto, la differenza, che tra esso e
gli altri è, richiedendomene mi ricordate, e io la vi dirò. La quale nondimeno è poca, et è tuttavia questa: che gli altri
due passati tempi soli e per sé star possono ne’ ragionamenti, Io scrissi, Giovanni ha parlato, ma questo non mai; perciò
che non si può così dire, Io ebbi scritto, Giovanni ebbe par-
lato, se altro o non s’è prima detto o poi non si dice. Anzi,
o veramente sempre alcuna delle particelle gli si dà, che si danno al tempo, Poi Prima Guari e simili: Poi che la donna s’ebbe assai fatta pregare e Né prima veduta l’ebbe e Né ebbe
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guari cavato, dopo le quali parole, altre parole fa bisogno
che seguano a fornire il sentimento; o veramente questo
modo di dire si pon dopo alcun’altra cosa detta, da cui esso pende e senza la quale star non può; sì come non può in
queste parole: E questo detto, alzata alquanto la lanterna, ebber veduto il cattivel d’Andreuccio, nelle quali Ebber ve-
duto si pone dopo E questo detto e Alzata la lanterna; o in quest’altre: Il famigliare, ragionando co’ gentili uomini di diverse cose, per certe strade gli trasviò, e a casa del suo si-
gnore condotti gli ebbe, dove Condotti gli ebbe si dice, da-
poi che s’è detto, Gli trasviò; o pure in quest’altre del Pe-
trarca:
Non volendomi Amor perder ancora
ebbe un altro lacciuol fra l’erba teso,
nelle quali medesimamente veder si può, che poscia che non l’ha voluto Amor perdere, Ebbe teso si dice. E finalmente, come che questo modo di passato tempo si dica; egli sempre in compagnia si pon d’altro verbo, come io dissi; dove gli altri due si dicono, senza necessità di così fare –.
[XXXVIII.] Di che rimanendo mio fratello e gli altri sodisfatti di questa risposta, Giuliano, il suo ragionar seguen-
do, disse: – Nel tempo che è a venire, la primiera voce del numero del meno una necessità porta seco, e ciò è d’aver l’accento sempre sopra l’ultima sillaba, Amerò Dolerò Leg-
gerò Udirò, e la terza altresì, Amerà Dolerà e l’altre. Era di necessità eziandio che, in tutti i verbi della prima maniera,
la A si ponesse nella penultima sillaba; sì come in quegli
della seconda e della terza la E, e in quegli della quarta la I necessariamente si pongono. Ma l’usanza della lingua ha portato che vi si pone la E in quella vece, e dicesi Amerò Porterò. Il che si serba nelle altre voci tutte di questo tempo,
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le quali voci, sì come quelle de’ tempi già detti, da questa prima pigliandosi, agevolmente si formano. Solo è da sapere, che nella terza del numero del più, sempre si raddoppia la
N, consonante di necessità richiesta a queste terze voci e alla maggior parte dell’altre del numero del più di tutti i verbi. Usasi ancora spesse volte ne’ verbi, che hanno il D nella pe-
nultima sillaba della prima voce di questo tempo, levarsi via
la vocal loro e dirsi così, Vedrò Udrò e l’altre, ma solamente
nel verso; come che Potrò in vece di Poterò, e Potrai in vece di Poterai e le rimanenti a queste, ancora nelle prose hanno luogo, anzi non si dicono giamai altramente. Usasi eziandio
in alquanti verbi levarsene la detta sillaba, raddoppiando in quella vece la R, che è lettera di necessità richiesta a questo tempo, Dorrò Corrò Porrò Verrò Sarrò e Merrò e Perrò e Sofferrò in vece di Dolerò Coglierò Ponerò Venirò Salirò e Menerò e Penerò e Sofferirò, e degli altri; e ciò è in uso,
non solo del verso, ma ancora delle prose, e fassi parimente
in tutte le altre voci di questo tempo. Et è alcuna volta, che non si dice giamai altramente; sì come si fa in questo verbo Voglio, che non si dice Voglierò, ma Vorrò; e il somigliante
si fa di questo tempo in tutte le altre sue voci, anzi pure in
tutte le altre voci di questo verbo, nelle quali entra la let-
tera R, da due in fuori che son queste: Volere e Volessero.
È oltre a tutto questo, che gli antichi Toscani hanno fatto
uscire la prima voce di questo tempo alcuna volta così: An-
cideraggio Serviraggio, in vece di dire Anciderò e Servirò,
che posero messer Onesto da Bologna e Buonagiunta da Lucca nelle loro canzoni, e messer Cino Falliraggio Avraggio Mor-
raggio Saraggio altresì, da altre lingue tuttavia pigliando-
lesi, e Risapraggio e Di raggio, che pose il Boccaccio nelle
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sue; e ciò vi sia, messer Ercole, detto più tosto perché il sappiate, che l’usiate. Et è ancora stato, che ella è uscita al-
cuna volta così, Torrabbo in vece di Torrò; il che tuttavia schifar si deve, sì come duro e orrido e spiacevole fine.
[XXXIX.] Possono dopo queste seguitar le voci che, quando altri commanda e ordina che che sia, si dicono per colui; le quali non sono altre che due in tutti i verbi, e que-
ste sono la seconda del numero del meno e la seconda mede-
sima del numero del più, con ciò sia cosa che commandare a chi presente non è, propriamente non si può, e a’ presenti
altre voci non si danno, per chi ordina, che queste. Ora que-
ste due voci ordinanti e commandanti, come io dico, nel
tempo che corre mentre l’uom parla, sono quelle medesime, che noi poco fa veramente seconde dicemmo essere di tutti
i verbi; fuori solamente quella, che seconda è del numero
del meno della prima maniera, la quale in questo modo di
ragionari non nella I ma nella A termina, l’una nell’altra
vocale tramutando così: Ama Porta Vola. E aviene ancora
che in alcuni verbi di questa maniera non si muta la I nella
A, come io dico, ma solamente si leva via; ne’ quali nondi-
meno la A vi rimane, che vi sta naturalmente, Fa Dà e si-
mili. Sapere tuttavia fuori si sta di questa regola, che ha
Sappi, e Avere che fa Abbi, tolte per aventura da altra guisa
di voci e poste in questa, e Sofferire altresì che ha Soffera e Soffra, che talora s’è detta nel verso. Levasi di queste voci
alle volte la I, che necessariamente vi sta, e dicesi Vien Sostien Pon Muor, in vece di Vieni e Sostieni e Poni e Muori, il che
si fa non solo nel verso, ma ancora nelle prose. Co’ e Racco’, che da’ presenti nostri uomini, in vece di Cogli e Raccogli,
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per abbreviamento si dicono, e Te’ in vece di Togli, che pare ancora più nuovo, e dicesi nella guisa che si dice Ve’ in vece di Vedi, è nondimeno uso antico. Leggesi in Dante, che
disse:
Dimandal tu, che più te li avicini,
e dolcemente, sì che parli, accolo,
in vece di dire Accoglilo, cioè Raccoglilo e Ricevilo; e nel Boccaccio, che disse nelle novelle: Te’, fa compiutamente quello che il tuo e mio signore t’ha imposto; e nel suo Filo-
colo: Te’ la presente lettera, la quale è secretissima guardìana delle mie doglie; che To’ più gravemente disse il Petrarca:
To’ di me quel che tu pòi:
in vece di Togli. È, oltre a questo, che si piglia la prima
voce di quelle che senza termine si dicono, e dassi a questa seconda voce del numero del meno, ogni volta che la parti-
cella, con cui si niega, le si pon davanti: Non far co sì, Non dire in quel modo, e come disse il Boccaccio, Or non far
vista di maravigliarti, né perder parole in negarlo. Nel
tempo poi, che a venire è, sono le dette due voci quelle me-
desime, delle quali dicemmo, Amerai Amerete, le quali que-
sto modo di ragionare piglia da quello, senza mutazione al-
cuna farvi. Chi poi eziandio volesse le terze voci formare e giugnere a queste, sì potrebbe egli farlo, da quelli due modi
di ragionare pigliandole, dell’uno de’ quali si ragiona tutta-
via, dell’altro si ragionerà poi.
[XL.] Le voci che senza termine si dicono, sono pur
quelle le quali noi poco fa raccogliemmo, Amare Volere
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Leggere Udire, dalle quali più tosto si reggono e formano
tutte l’altre di tutto ’l verbo, che elle sieno da alcuna di loro rette e formate. Le quali tutte, non solamente senza la vo-
cale loro ultima si mandan fuori comunemente, o ancora
senza l’una delle due consonanti, ciò è delle due R, quando esse ve l’hanno, sì come hanno in Torre, che si disse Tor via in vece di Torre via, e simili; ma è al le volte che elle mutano la consonante loro ultima, richiesta necessariamente a questa voce, nella consonante della voce, in vece di nome posta, che vi stia appresso e dall’accento si regga di lei; sì come la mu-
tarono nel Petrarca, che disse:
E chi noi crede venga egli a vedella.
E, oltre a questo, è ancora alcuna fiata avenuto, che s’è le-
vata via la vocale E penultima, che necessariamente esser
vi dee; sì come levò il medesimo Petrarca in questi versi:
Che poria questa ’l Ren, qualor più agghiaccia,
arder con gli occhi, e rompre ogni aspro scoglio,
in vece di Rompere; e il Boccaccio, il quale Credre in vece
di Credere nelle sue terze rime disse. Ponsi questa voce del verbo, quando ella da altro verbo non si regge, sempre col primo caso: Io ho vivendo tante ingiurie fatte a Domenedio, che per farnegli io una ora sulla mia morte, né più né meno
ne farà; e ancora, Una giovane ciciliana bellissima, ma di-
sposta per picciol preggio a compiacere a qualunque uomo, senza vederla egli, passò appresso di lui. E aviene che que-
sta voce senza termine si pone in vece di nome bene spesso nel numero del meno: il Boccaccio: Signor mio, il volere
io le mie poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m’è di
questa infermità stata cagione. Come che il Petrarca la po-
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nesse eziandio nel numero del più nelle sue rime:
Quanto in sembianti, e ne’ tuo’ dir mostrasti;
e ancora,
I vostri dipartir non son sì duri.
Il che non si concederebbe per aventura agevolmente nelle prose.
È ancora da sapere, che questa medesima voce senza ter-
mine si pone alcuna volta in luogo di quelle, che altramente stanno nel verbo sì come si pose dal Boccaccio: Ma questa mattina niuna cosa trovandosi, di che poter onorar la donna, per amor della quale egli già infiniti uomini onorati avea, il
fe’ ravedere, in luogo di dire Di che potesse onorar la don-
na; e altrove, E quivi di fargli onore e festa non si potevano veder sazi, e spezialmente la donna, che sapeva a cui farlosi, in vece di dire A cui il si faceva; o ancora, Qui è questa cena,
e non saria chi mangiarla, ciò è Chi la mangiasse; e altrove,
E se ci fosse chi fargli, per tutto dolorosi pianti udiremmo,
dove Chi fargli medesimamente disse, ciò è Chi gli facesse;
o pure ancora, Coteste son cose da farle gli scherani e i rei uo-
mini, il che tanto a dir viene, quanto Che fanno gli scherani.
[XLI.] Ora queste voci tutte al tempo si danno, che corre quando altri parla. A quello che già è traccorso, non si dà
voce sola e propria, ma compongonsene due, in quella guisa che già dicemmo, e pigliasi questo verbo Avere e ponsi con quello, del quale noi ragionare intendiamo, così: Avere ama-
to Aver voluto Aver letto Avere udito, e Udita e Uditi me-
desimamente. Et è ancora, che la lingua usa di pigliare alle volte quest’altro verbo Esse re in quella voce: Se io fossi vo-
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luto andar dietro a’ sogni, io non ci sarei venuto, e simili.
Il che si fa ogni volta che il verbo, che si pon senza termine, può sciogliersi nella voce, che partecipa di verbo e di nome,
sì come si può sciogliere in quella voce Andare, che si può
dire Se io fossi andato. Là dove se si dicesse Se io avessi vo-
luto andar dietro a’ sogni, non si potrebbe poscia sciogliere e dire Se io avessi andato dietro a’ sogni, perciò che queste
voci così dette non tengono. Fassi questo medesimo co’ verbi Voluto e Potuto, che si dice Son voluto venire, Son potuto andare. Perciò che Son venuto e Sono andato si scioglie, là dove Ho venuto e Ho andato non si scioglie. Creduto mede-
simamente sta sotto questa legge anch’egli; al quale tuttavia si giugne la voce, che in vece di nome si pone, dico il Mi o
il Ti o pure il Si: Io mi son creduto, e così gli altri. Quan-
tunque alcune rade volte è avenuto, che s’è pur detto Essere voluto, in vece semplicemente di dire Aver voluto; sì come disse il medesimo Boccaccio: E quando ella si sarebbe voluta dormire, o for se scherzar con lui, et egli le raccontava la vita di Cristo. Al tempo, che a venire è, si danno medesima-
mente le composte voci, sì come tuttavia dico: Essere a ve-
nire o Essere a pentirsi e somiglianti –.
[XLII.] Mentre il Magnifico queste così diceva, i fami-
gliari di mio fratello, veduto che già la sera venuta, co’
lumi accesi nella camera entrarono e, quelli sopra le tavole lasciati, si dipartirono. Il che vedendo il Magnifico, che già s’era del suo ragionar ritenuto, disse: – Io, Signori, dalla
catena de’ nostri parlari tirato, non m’avedea che il dì lasciati ci avesse, come ha. – Né io m’era di ciò aveduto, – disse
lo Strozza, – ma tuttavia questo che importa? Le notti sono lunghissime, e potremo una parte di questa, che ci sopra-
vene, donar, Giuliano, al vostro ragionamento, che rimane
a dirsi. – Bene avete pensato, messer Ercole – disse ap-
presso messer Federigo. – Noi potremo infino all’ora della cena qui dimorarci, e certo sono che messer Carlo l’averà in grado. – Anzi ve ne priego io grandemente, – rispose loro
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tutti mio fratello – né si vuole per niente che il dire di Giu-
liano s’impedisca: ottimamente fate –. E così detto, e chia-
mato uno de’ suoi famigliari, e ordinato con lui quello che
a fare avesse e rimandatolne, e già ciascuno tacendosi, Giu-
liano in questa guisa riprese a dire:
[XLIII.] – Detto s’era del verbo, in quanto con lui sem-
plicemente e senza condizione si ragiona. Ora si dica di lui
in quella parte, nella quale si parla condizionalmente: Io vorrei che tu m’amassi e Tu ameresti me, se io volessi e, come
disse il Boccaccio, Che ciò che tu facessi, faresti a forza, il
che tanto è a dire, quanto Se tu facessi cosa niuna, tu la fa-
resti a forza. Ne’ quali modi di ragionari, più ricca mostra
che sia la nostra volgar lingua, che la latina; con ciò sia cosa che ella una sola guisa di proferimento ha in questa parte, e
noi n’abbiam due. Perciò che Vorrei e Volessi non è una me-
desima guisa di dire, ma due; e Amassi e Ameresti, e Facessi
e Faresti altresì. Nelle quali due guise una differenza v’ha,
e ciò è che in quella, la quale primieramente ha stato e da
cui la particella Che piglia nascimento e forma, o ancora la quale dalla condizione si genera e per cagion di lei adiviene,
la R propriamente vi sta, Amerei Vorrei Leggerei Sentirei; come che alcuna volta Amere’ in vece d’Amerei s’è detto,
e Sare’ in vece di Sarei, e Potre’ in vece di Potrei, e del-
l’altre. E alcun’altra volta è avenuto, che i poeti ne hanno levata la E del mezzo, il che s’è d’altre voci ancor detto,
sì come levò messer Cino, il quale disse:
E chi conosce morte, od ha riguardo
della beltà? ch’ancor non men’ guardrei
io, che ne porto ne lo core un dardo.
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In quell’altra poscia, che dalla particella Che incomincia o pure che la condizione in sé contiene, la S raddoppiata,
Amassi Valessi Leggessi Sentissi, v’ha luogo. Della prima,
è la seconda voce del numero del meno questa, Ameresti Vor-
resti e l’altre, e la terza quest’altra, che con la B raddoppiata sempre termina toscanamente parlandosi, Amerebbe Vorreb-
be e Abitrebbe, che disse il Petrarca in vece di Abiterebbe,
e gli altri. È il vero che ella termina eziandio così, Ameria Vorria, ma non toscanamente e solo nel verso, come che Sa-
ria si legga alcuna volta eziandio nelle prose. Poria poscia,
che disse il Petrarca in vece di Potria, è ancora maggior-
mente dalla mia lingua lontano. Nel qual verso ancora così termina alle volte la prima voce Io Ameria Io Vorria, in vece d’Amerei e di Vorrei, e così quelle degli altri. Da questa
terza voce del numero del meno la terza del numero del più formandosi, serba similmente questi due fini, generale l’uno
e questo è Amerebbono Vorrebbono, particolare l’altro, Ame-
riano Vorriano, e solo del verso. La qual voce, se pure è
stata usurpata dalle prose, il che nondimeno è avenuto alcuna fiata, ella due alterazioni v’ha seco recate. L’una è lo avere
la vocale A, che nella penultima sillaba necessariamente ha stato, cangiata nella E, e l’altra, lo avere l’accento, che sopra la I dell’antipenultima sempre suole giacere, gittato sopra la
E, che penultimamente vi sta; et èssi così detto Avriéno Sa-
riéno in vece di Avriano Sariano, e Guarderiéno e Gitteriéno e per aventura degli altri. Raddoppia medesimamente la
prima voce del numero del più la lettera M, Ameremmo Vorremmo e l’altre, del qual numero la seconda appresso così fornisce, Amereste Vorreste. Nelle quali voci tutte; aviene alcuna volta quello che si disse che aveniva nelle voci del tempo che è a venire, ciò è che se ne leva l’una sillaba, rad-
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doppiandovisi in quella vece la lettera R, che necessariamente vi sta, Sosterrei e Dilibererei e Disiderrei parimente, in vece di Sostenirei e Dilibererei e Disidererei, dicendosi; e quello che disse Dante:
Chi volesse
salir di notte, fôra egli impedito
d’altrui, o non sarria, che non potesse
in vece di Saliria. Il che parimente in ciascuna persona e in ciascun numero di questi e d’altri verbi si fa, ne’ quali può questo aver luogo. Vedrei poscia e Udrei medesimamente nel verso si disse, e Potrei si disse e nel verso e nelle prose, e ciascuna dell’altre loro voci medesimamente si dissero di questo tempo. E ciò basti con la prima guisa aver detto di questi parlari.
[XLIV.] Della seconda si può dire, che in tutte le sue
voci conviene che si ponga la S raddoppiata, solo che nella seconda voce del numero del più. Perciò che nella prima e nella seconda voce del numero del meno, ad un modo solo
si dice così: Amassi Volessi Leggessi Sentissi. Nella terza,
in differenza di queste, solo la I si muta nella E, e dicesi Amasse Volesse e così gli altri. Di questa seconda voce levò
il Petrarca la sillaba del mezzo, Fessi in vece di Facessi, e l’ultima, Aves in vece di Avessi e Fos in vece di Fossi di-
cendo:
Ch’un foco di pietà fessi sentire
al duro cor ch’a mezza state gela;
e altrove,
Così avestú riposti
de’ be’ vestigi sparsi
ancor tra fiori e l’erba;
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e altrove,
Ch’or fostú vivo, com’io non son morta.
Il che si truova usato eziandio dalle prose, nella prima guisa di questi parlari: Sì potrestú avere covelle, non che nulla.
E la terza voce mandò fuori il medesimo poeta con la I della seconda:
Né credo già ch’Amor in Cipro avessi,
o in altra riva sì soavi nidi.
La qual cosa nel vero è fuori d’ogni regola e licenziosamente detta, ma nondimeno tante volte usata da Dante, che non
è maraviglia se questo così mondo e schifo poeta una volta la si ricevesse tra le sue rime. Nella prima voce del numero del più, così si dice, Amassimo Volessimo e l’altre. La terza due fini ha, raddoppiando nondimeno sempre la S nella pe-
nultima sillaba: con la R l’uno, e ciò è proprio della lingua, Amassero; con la N l’altro, Amassono, il che non pare che
sia così proprio né è per niente così usato. Andassen Tem-
prassen Addolcissen Fossin Avessin, che nel Petrarca si leg-
gono, sono voci ancora più fuori della toscana usanza. Do-
vrebbe essere, per la regola che la S si raddoppia in tutte queste voci, come s’è detto, che ancora nella seconda del numero del più, della quale rimane a dirsi, ella si raddop-
piasse e formassesi così, Amessate Volessate Leggessate Sen-
tissate, il che è in uso in quello di Roma, che così vi ragio-
nano quelle genti. Ma la mia lingua non lo porta, forse perciò che è paruta voce troppo languida il così dire, e per questo Amaste Voleste ne fa, e così l’altre.
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[XLV.] Parlasi condizionalmente eziandio in un’altra guisa, la quale è questa: Io voglio che tu ti pieghi, Tu cerchi
che io mi doglia, Ella non teme che ’l marito la colga, Coloro stimano che noi non gli udiamo e simili. Nella qual guisa
questa regola dar vi posso: che tutte le voci del numero del meno sono quelle medesime in ciascuna maniera, Io ami Tu ami Colui ami, Io mi doglia Tu ti do glia Colui si doglia, Io legga, Io oda, e così le seguenti. E quest’altra ancora: che
tutti i verbi della prima maniera queste tre voci nelle prose
così terminano, come s’è detto, nella I, ma nel verso e nella
I e nella E elle escono e finiscono parimente. Quelle poi delle altre tre maniere ad un modo tutte escono nella A, Io voglia Tu legga Quegli oda, e il medesimo appresso fanno le rima-
nenti a queste. Solo il verbo Sofferire esce di questa regola
che ha Sofferi. Doglia e Toglia e Scioglia, Dolga e Tolga e Sciolga si son dette parimente da’ poeti, e le altre loro voci
di questa guisa, Tolgano Dolgano e simili. Né è rimaso che alcuna di queste non si sia alle volte detta nelle prose, nelle quali non solo ne’ verbi s’è ciò fatto, ma eziandio in alcun nome, sì come di Pugna, che è la battaglia, la quale s’è detta Punga molte volte; perché meno è da maravigliarsi che Dante la ponesse nel verso. – Così avea detto il Magnifico, e ta-
cevasi quasi come a che che sia pensando, e in tal guisa per buono spazio era stato, quando mio fratello così disse: –
Egli sicuramente pare che così debba essere, Giuliano, come voi detto avete, a chi questo modo di ragionare dirittamente considera. Ma e’ si vede che i buoni scrittori non hanno co-
testa regola seguitata. Perciò che non solo negli altri poeti,
ma ancora nel Petrarca medesimo, si leggono altramente dette queste voci:
O poverella mia, come se’ rozza;
credo che tel conoschi,
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dove Conoschi disse e non Conosca; e ancora,
Pria che rendi
suo dritto al mar,
dove Rendi, in vece di Renda, medesimamente e’ disse; e ciò fece egli, se io non sono errato, eziandio in altri luoghi. Il Boccaccio appresso molto spesso fa il somigliante: E tu non par che mi riconoschi e Guardando bene che tu veduto non
sii e Acciò che tu di questa infermità non muoi e, ne’ versi medesimi suoi,
Deh io ti prego, Signor, che tu vogli,
e in molte altre parti delle sue scritture, per le quali egli si pare, che cotesta regola non abbia in ciò luogo –. E così detto si tacque. Laonde il Magnifico appresso così rispose: – Egli si pare, e così nel vero è, messer Carlo, che in quella parte, della quale detto avete, la regola, che io vi recai, non tenga.
E a questo medesimo pensava io testé, e volea dirvi, che
solo nella seconda voce del numero del meno, della quale
sono gli essempi tutti che voi raccolti ci avete, altramente si vede che s’è usato per gli scrittori, perciò che non solo
nella A, ma ancora nella I essi la fanno parimente uscire,
come avete detto. Né io in ciò saprei accusare, chi a qualunque s’è l’uno di questi due modi nello scrivere la usasse; ma bene loderei più, chiunque sotto la detta regola più tosto si rimanesse –.
[XLVI.] Di tanto parve che sodisfatto si tenesse mio fratello. Perché il Magnifico seguitò: – È appresso la pri-
ma voce del numero del più di tutti i verbi quella medesima, della quale da prima dicemmo, Amiamo Vogliamo e l’altre. Sarebbe altresì la seconda voce quella medesima con la se-
conda della prima guisa che noi dicemmo, se non fosse che
vi si giugne la I nel mezzo, e dicesi Amiate ne’ verbi della
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prima maniera, e in quegli della quarta si giugne la A simil-
mente, Udiate. Quelle appresso dell’altre due maniere, dalla terza loro voce del numero del meno formar si possono, giu-
gnendo loro questa sillaba TE: Voglia Vogliate, Toglia To-
gliate; dico in que’ verbi, ne’ quali la I da sé vi sta, come
sta in questi. Che dove ella non vi sta, conviene che ella vi
si porti, perciò che è lettera necessariamente richiesta a que-
sta voce, Legga Leggiate, Segga Seggiate; come che Sediate
e Sediamo più siano in uso della lingua, voci nel vero più graziose e più soavi. La terza ultimamente di questo nu-
mero, dalla medesima terza del numero del meno trarre si
può, questa sillaba NO in tutte le maniere de’ verbi giugnen-
dovi. Le quali amendue terze voci a coloro servir possono, a’ quali giova che, alla guisa delle voci che comandano, si diano eziandio le terze voci che dianzi vi dissi. E perciò che in
questi due verbi Stia e Dia, Stea e Dea s’è detto quasi per lo continuo dagli antichi, Stiano e Diano medesimamente Stea-
no e Deano per loro si disse; come che Dei eziandio, oltre
a queste, nella seconda del numero del meno, in vece di Dia
o pure Dii, si truova dal Boccaccio detta. È nondimeno da sapere, che, in tutte le voci di questa guisa, la consonante P o la B o la C, che semplicemente e senza alcuno mescolamento di consonanti sta nel verbo, vi si raddoppia; ché non Sapia,
sì come Sape, la qual tuttavia non è nostra voce, o Capia,
se come Cape, che nostra voce è, ma Sappia e Cappia si dice, e le altre altresì, e così Abbia Debbia Faccia Taccia, Abbiamo Debbiamo Facciamo Tacciamo e dell’altre. Il quale uso e regola pare che venga per rispetto della I che alle dette conso-
nanti si pon dietro, la quale abbia di raddoppiarnele virtú e forza. E perciò si dee dire, che non solo in questa guisa,
ma in quelle ancora che si son dette, anzi più tosto in cia-
scuna voce di qualunque verbo, nel quale ciò aviene, si rad-
doppino le consonanti che io dico; sì come in Abbiamo,
che men toscanamente Avemo s’è detto, e in Taccio Tac-
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ciono, Piaccio Piacciono; e ancora la G, con ciò sia cosa che Deggio Veggio e dell’altre eziandio si son dette ne’ versi.
Onde ne nacque, che in questa voce, che ora si dice Sa-
pendo, disser gli antichi Sappiendo quasi per lo continuo,
e Abbiendo in vece di dire Avendo molto spesso, e Dob-
biendo in vece di dire Dovendo alcuna fiata.
[XLVII.] Ora sì come voce condizionata del presente è questa Io ami, così è del passato di questa medesima qualità
Io abbia amato, e del futuro Io abbia ad amare overo Io sia per amare. E sì come è altresì condizionata quest’altra pure
del presente tempo Io amerei, così è del passato Io averei amato, e del futuro Io averei ad amare o Io sarei per amare.
E ancora sì come è del medesimo presente condizionata voce Io amassi, così è del passato Io avessi amato, e del futuro Io avessi ad amare o pure Io fossi per amare; e queste voci
tutte parimente si torcono per le persone e pe’ numeri, come le loro presenti fanno, delle quali s’è già detto. È oltre ac-
ciò un’altra condizionata voce del tempo che a venire è, e insieme parimente di quello che è passato, ciò è che nel fu-
turo il passato dimostra in questo modo, Io averò desinato;
al qual modo di dire la condizione si dà, ché si dice: Io averò desinato, quando tu ti leverai. E questa voce tuttavia, se si
pone alle volte senza la condizion seco avere, non vi si pon perciò mai, se non di modo che ella vi s’intende, sì come
è a dire Allora io averò desinato o A quel tempo io averò fornito il mio viaggio o somigliante mente; ne’ quali modi
di dire quella voce Allora, o quell’altre A quel tempo, che si dicono, o simili che si dicessero, ci ritornano o ci ritorne-
rebbono in su la condizione, di cui conviene che si sia da-
vanti detto o si dica poi.
[XLVII.] Sono oltre a tutte le dette, medesimamente
voci di verbo queste, Amando Tenendo Leggendo Partendo,
le quali dalla terza voce del numero del meno di ciascun
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verbo, Ama Tiene Legge Parte, si formano, quella sillaba
e quelle lettere, che voi vedete, ciascuna parimente giugnen-
dovi. È il vero che si lascia di loro adietro quella vocale che nella prima voce non istà, ma si piglia dopo lei, sì come si piglia in Tiene e Puote e simili, che Tengo e Posso avere non si veggono. Anzi se ella ancora nella prima voce avesse luogo, sì come ha in questi verbi Nuoto Scuoto e in altri, ella mede-
simamente ne la scaccia, e Notando Scotendo ne fa in quella vece. Piglia non dimeno la vocale U in questo verbo Odo, in vece dello O, e dicesi Udendo. La quale O tuttavia in altre
che nelle tre prime voci del numero del meno e nella terza
del numero del più delle medesime prime voci e di quelle an-
cora che si dicono condizionalmente, Odo Odi Ode Odono Oda Odano, non ha luogo. È tuttavia da sapere, che ferma regola è di questa maniera di dire, che sempre il primo caso
se le dà, Parlando io, Operandol tu; ché Parlando me e Ope-
randol te da niuno si disse giamai. Né voglio io a questa
volta che l’essempio da Dante mi si rechi, che disse:
Latrando lui con gli occhi in giù raccolti,
nel qual luogo Lui, in vece di Colui, non può esser detto. Perciò che egli niuna regola osservò, che bene di trascendere gli mettesse, né ha di lui buono e puro e fedel poeta la mia lingua, da trarne le leggi che noi cerchiamo. E se il Pe-
trarca, che osservantissimo fu di tutte, non solamente le re-
gole, ma ancora le leggiadrie della lingua, disse:
Ardendo lei, che come ghiaccio stassi,
è perciò, che egli pose Lei, in vece di Colei, in questo luogo; sì come l’avea posta Dante prima in quest’altro, il quale in
ciò non uscì del diritto:
Ma perché lei, che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia.
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Il che si fa più chiaro per la voce Che, che seguita nell’un
luogo e nell’altro; perciò che tanto è a dire Lei che, come sarebbe a dire Colei la quale.
[XLIX.] E questo tanto potrà forse bastare ad essersi
detto che del verbo, in quanto con attiva forma si ragiona
di lui. In quanto poi passivamente si possa con esso formar
la scrittura, egli nuova faccia non ha, sì come ha la latina lingua. Nella qual cosa vie più spedita si vede essere la no-
stra, che tante forme non ammette, alle quali appresso più
di regole e più d’avertimenti faccia mestiero. Ha nondimeno questo di particolare e di proprio; che pigliandosi di ciascun verbo una sola voce, la quale è quella che io dissi che al pas-
sato si dà in questo modo Amato Tenuto Scritto Ferito, e
con essa il verbo Essere giugnendosi, per tutte le sue voci discorrendo, si forma il passivo di questa lingua; volgen-
dosi, per chi vuole, la detta voce Amato Tenuto e le altre,
nella voce ora di femina e ora di maschio, e quando nel
numero del meno pigliandola e quando in quello del più, secondo che altrui o la convenenza o la necessità trae e
porta del la scrittura. È nondimeno da sapere che, nelle voci senza termine, suole la lingua bene spesso pigliar quelle, che attivamente si dicono, e dar loro il sentimento della passiva forma: La Reina conoscendo il fine della sua signoria esser venuto, in piè levatasi, e trattasi la corona, quella in capo
mise a Panfilo, il quale solo di così fatto onore restava ad onorare, nel qual luogo Ad onorare si disse, in vece di dire
Ad essere onorato, e poco appresso: La vostra virtú, e degli altri miei sudditi farà sì, che io, come gli altri sono stati, sarò
da lodare, in vece di dire Sarò da essere lo dato. Vassi Stassi Caminasi Leggesi e simili, sono appresso verbi, che si di-
cono senza voce alcuna seco avere, che o nome sia o in vece di nome si ponga altresì, come si di cono nel latino, e tor-
consi come gli altri per li tempi e per le guise loro, tuttavia nella terza voce solamente del numero del meno, dove ella
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può aver luogo. De’ quali non fa uopo che si ragioni altra-
mente, se non si dice, che quando essi sono d’una sillaba,
come son questi Va Sta, sempre si raddoppia la S che vi si
pone appresso, Vassi Stassi. E ciò aviene per cagion dell’ac-
cento, che rinforza la sillaba; il che non aviene in quegli
altri.
[L.] Ragionare oltre a questo de’ verbi, che sotto regola
non istanno, non fa lungo mestiero; con ciò sia cosa che
essi son pochi, e di poco escono; sì come esce Vo, che Ire e Andare ha per voce senza termine parimente, e del quale
le voci tutte del tempo, che corre mentre l’uom parla, a questo modo si dicono, Va Vada. Le altre tutte, da questa,
che io dissi Andare, formandosi, così ne vanno, Andava
Andai Anderò e più toscanamente Andrò e Andrei. Gire e
Gìa e Gìo e Girei e Gito e simili sono voci del verso, quan-
tunque Dante sparse l’abbia per le sue prose. Esce ancor Sono, che Son e So’ alle volte s’è detto e nel verso e nelle prose, e Se’ in vece di Sei nella seconda sua voce, del quale
è la voce senza termine questa Essere, che con niuna delle
altre non s’aviene, se non s’avien con questa Essendo, che si dice eziandio Sendo alcuna volta nel verso. Il qual verbo ha nel passato Fui e Sono stato e Suto, che vale quanto Stato;
e nella terza voce del numero del più Furono, che Fur s’è detto troncamente, e Furo, che non così troncamente disse
il Petrarca. Quantunque Stato è oltre acciò la voce del pas-
sato, che di verbo e di nome partecipa, e torcesi per li ge-
neri e per li numeri. Fue, che disse il medesimo Petrarca,
in vece di Fu, voce pure del verso, ma non sì che ella non
sia eziandio alle volte delle prose, è con quella licenza detto, con la quale molti degli altri poeti a molte altre voci giun-
sero la medesima E, per cagione della rima, Tue Piue Sue Giue Dae Stae Udie Uscie, e alla terza voce ancora di questo
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stesso verbo, Ee, che disse Dante, e Mee e ad infinite somi-
glianti. Dalla quale troppa licenza nondimeno si rattenne il medesimo Petrarca, il quale, oltre a questa voce Fue, altro che Die, in vece di Dì, non disse di questa maniera; e fu
egli in ciò più guardingo ne’ suoi versi, che Giovan Villani
non è stato nelle sue prose, con ciò sia cosa che in esse Hae
e Vae e Seguie e Cosie si leggono. Quantunque Die s’è
detto anticamente alcuna volta eziandio nelle prose, perciò
che dicevano Nel die giudicio, in vece di dire Nel dì del giudicio. Di questo verbo pose il Boccaccio la terza voce
del numero del meno È con quello del più ne’ nomi, Già è molt’anni dicendo. Le terze voci di lui, che si danno al
tempo che è a venire, in due modi si dicono, Sarà e Fia e Saranno e Fiano; e poi nel tempo che corre, condizional-
mente ragionandosi, Sia e Siano e Fora, voce del verbo, di
cui l’altr’ieri si disse, che vale quanto Sarebbe, e Saria
quello stesso, che si disse spesse volte Sarie nelle prose; delle quali sono parimente voci Fie e Fieno, Sie e Sieno, in vece delle già dette. Ha il detto verbo quello, che di niuno altro
dir si può, e ciò è, che la prima voce sua del numero del
meno e la terza di quello del più sono quelle stesse. Esce Ho anch’egli, in quanto da Avere non pare che si possa ragio-
nevolmente formare così questa voce. Più dirittamente ne viene Abbo, che disse Dante, e degli altri antichi; ma ella è voce molto dura, e perciò ora in tutto rifiutata e da’ rima-
tori e da’ prosatori parimente. Non è così rifiutata Aggio,
che ne viene men dirittamente, sì come voce non così rozza
e salvatica, e per questo detta dal Petrarca nelle sue can-
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zoni, tolta nondimeno da’ più antichi, che la usarono
senza risguardo; dalla quale si formò Aggia e Aggiate, che
il medesimo poeta nelle medesime canzoni disse più d’una volta. Dalla Ho, prima voce del presente tempo molto usa-
ta, formò messer Cino la prima altresì del passato Ei, quando e’ disse:
Or foss’io morto, quando la mirai,
che non ei poi, se non dolore e pianto,
e certo son ch’io non avrò giamai.
[LI.] Esce So, che alcuna volta si disse Saccio, sì come
si disse dal Boccaccio in persona di Mico da Siena:
Temo morire, e già non saccio l’ora,
la qual voce tuttavia non è della patria mia; e che ha nella
terza voce Sa, e al cuna volta Sape, di cui si disse, per terza voce, e Sapere per voce senza termine. Del qual verbo più sono ad usanza Saprò e Saprei, che Saperò e Saperei non
sono. E questo parimente dire si può di tutte l’altre voci di
questi tempi. Esce Fo, che si disse ancora Faccio da’ poeti,
sì come la disse messer Cino, di cui ne viene Face, poetica voce ancora essa, della qual dicemmo, e Facessi; le quali
tutte da Facere, di cui si disse, voce senza termine usata nondimeno in alcuna parte della Italia, più tosto è da dire
che si formino. Escono Riedi e Riede, da’ poeti solamente dette, se Dante l’una non avesse recata nelle sue prose, e
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in tanto ancora escono maggiormente, in quanto elle sole,
che in uso siano, così escono senza altra. È il vero che ’l medesimo Dante nella sua Comedia, e messer Cino nelle
sue canzoni, e il Boccaccio nelle sue terze rime, Redire al-
cuna volta dissero; ma questa pose Dante eziandio nelle
sue prose, e Pietro Crescenzo altresì, e oltre acciò Rediro,
in vece di Tornarono nell’istoria di Giovan Villani, e Redì,
in vece di Tornò, in più antiche prose ancora di queste si leggono. Tengo Pongo Vengo e simili, non si può ben
dire che escano, come che essi, nella voce senza termine e
nella maggior parte dell’altre, la G non ricevano. Escono
per aventura degli altri, de’ quali, perciò che sono più age-
voli, non ha uopo che si ragioni. E sono di quelli ancora,
che poche voci hanno, sì come è Cale, che altre voci gran fatto non ha, se non Calse Caglia Calesse Calere e alcuna
volta Caluto e radissime volte Calea e Calerà e antichissi-
mamente Carrebbe, in vece di Calerebbe.
[LII.] Sono, oltre a questi, ancora verbi della quarta maniera, che escono in alquante loro voci, e tutti ugual-
mente, Ardisco Nutrisco Impallidisco e degli altri; con ciò
sia cosa che con la loro voce senza termine, Ardire Nutrire Impallidire, questa voce non ha somiglianza. Escono tutta-
via nelle loro tre primiere voci del numero del meno, e nel-
l’ultima di quello del più, Ardisco Ardischi Ardisce Ardi-
scono, e nelle tre del numero del meno, di quelle che al-
l’uno de’ due modi condizionalmente si dicono, che sono nondimeno tutte una sola, Ardisca, o pur due, perciò che
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la seconda fa eziandio così, Ardischi, come si disse; e nella terza parimente del più, Ardiscano. Quantunque i poeti han-
no eziandio regolatamente alle volte usato alcune di queste medesime voci; perciò che Fiere dissero in vece di Ferisce, e Pato e Pate in vece di Patisco e Patisce, e Pero e Pere e Pera
e Nutre e Langue e per aventura dell’altre.
[LIII.] Deesi, perciò che detto s’è del verbo e per adietro detto s’era del nome, dire appresso di quelle voci che del-
l’uno e dell’altro col loro sentimento partecipano, e nondi-
meno separata forma hanno da ciascun di questi, come che
ella più vicina sia del nome che del verbo. Ma egli poco a
dire ci ha, con ciò sia cosa che due sole guise di queste voci
ha la lingua e non più. Perciò che bene si dice Amante Te-
nente Leggente Ubidiente e Amato Tenuto Letto Ubidito,
ma altramente non si può dire; perciò che questa voce Fu-
turo, che la lingua usa, s’è così tolta dal latino, senza da sé aver forma. Formasi l’una di queste voci da quella voce
del verbo, che si dice Amando Tenendo, di cui dicemmo;
l’altra è quella stessa voce del passato di ciascun verbo, la quale col verbo Avere o col verbo Essere si manda fuori, di
cui medesimamente dicemmo. Di queste due voci, come che l’una paia voce, che sempre al tempo dare si debba, che corre mentre l’uom parla, Amante Tenente, e l’altra, che è Amato Tenuto, medesimamente sempre al tempo che è passato, non-
dimeno egli non è così. Perciò che elle sono amendue voci,
che a quel tempo si danno, del quale è il verbo che regge il sentimento: La donna rimase dolente oltra misura, il che
tanto è a dire quanto La donna si dolse, perciò che Rimase
è voce del passato. E La donna rimarrà dolente se tu ti
partirai, dove rimarrà dolente vale come se dicesse Si dorrà, perciò che Rimarrà, del tempo che è a venire, è voce. E an-
cora, La donna amata dal marito non può di ciò dolersi,
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nel qual luogo Amata tanto è, quanto a dire La quale il ma-
rito ama, e così fia del presente, perciò che è del presente
voce Può dolersi. O pure La donna amata dal marito non poteva di ciò dolersi, nel qual dire Amata è in vece di dire
La quale il marito amava, perciò che Poteva è voce del pen-
dente altresì. E così per gli altri tempi discorrendo, si vede che aviene di questa qualità di voci, le quali possono darsi parimente a tutti i tempi.
[LIV.] È oltre acciò da sapere quello che tuttavia mi
sovien ragionando della detta voce del passato, Restituito
Messo e somiglianti, la quale alle volte si dà alla femina,
quantunque si mandi fuori nella guisa che si dà al maschio,
e, posta nel numero del meno, dassi a quello del più simil-
mente. Il che si fece non solamente da' poeti, che dissero:
Passato è quella, di ch’io piansi e scrissi,
e altrove,
Che pochi ho visto in questo viver breve,
e somigliantemente assai spesso; ma da’ prosatori ancora, e
dal Boccaccio in moltissimi luoghi e, tra gli altri, in questo:
I gentili uomini, miratola e commendatola molto, e al ca-
valiere affermando che cara la doveva avere, la comincia-
rono a riguardare, e in quest'altro: E così detto, ad un’ora
messosi le mani ne' capelli, e rabbuffatigli e stracciatigli tutti,
e appresso nel petto stracciandosi i vestimenti, cominciò a
gridar forte. Nel qual modo di ragionare si vede ancor que-
sto, che si dice Miratola e commendatola, in vece di dire
Avendola mirata e commendata, e così Messosi le mani ne’ ca-
pelli in vece di dire Avendosi le mani ne' capelli messe. La
qual guisa e maniera di dire, sì come vaga e brieve e graziosa
molto, fu da’ buoni scrittori della mia lingua usata non
meno che altra, e dal medesimo Boccaccio sopra tutti. Il quale
ancora più oltre passò di questa guisa di dire, perciò che egli
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disse eziandio cosí, nella novella di Ghino di Tacco, assai
leggiadramente, Concedutogliele il Papa, in vece di dire Aven-
dogliele il Papa conceduto. Né oltre a questo fie per aven-
tura soverchio il dirvi, messer Ercole, che quando la detta
voce del passato si pone assolutamente con alcun nome, al
nome sempre l’ultimo caso si dia, sì come si dà latinamente favellando, Caduto lui Desto lui; come diede Giovan Villani,
che disse: Incontanente, lui morto, si par tirono gli Aretini,
e altrove, Avuto lui Milano e Chermona, piú grandi signori
della Magna e di Francia il vennero a servire; e come diede
il medesimo Boccaccio, che dis se: Voi dovete sapere, che ge-
neral passione è di ciascun che vive, il vedere varie cose nel sonno; le quali, quantun que a colui che dorme, dormendo
tutte paian verissime, e desto lui, alcune vere, alcune veri-
simili. Fassi parimente ciò eziandio nella voce del presente
di questa maniera: E non potendo comprendere costei in
questa cosa aver ope rata malizia né esser colpevole, volle lei presente vedere il morto corpo–.
[LV.] Avea tutte queste cose dette il Magnifico; e mes-
ser Federigo, udendo che egli si tacea, disse: – Voi m’avete
col dir dianzi di quella parte del verbo, che si dice Amando Leggendo, una usanza della provenzale fa vella a memoria
tornata di questa maniera, e ciò è, che essi danno e prepon-
gono a questo modo di dire la parti cella In, e fannone In
andando In leggendo, della quale usanza si vede che si ri-
cordò Dante in questo verso:
Però pur va, e in andando ascolta;
e il Petrarca in quest’altro:
E se l’ardor fallace
durò molt’anni in aspettando un giorno.
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Il che si truova alcuna volta eziandio negli antichi prosa-
tori, sì come in Pietro Crescenzo, il qual disse, parlando di
letame: Ma il vecchio l’ha tutto perduto in amministrando
e dando il suo umore in nutrimento, e in Giovan Villani,
che disse: E fatto il detto sermone, venne innanzi il Vescovo,
che fu di Vinegia; e gridò tre volte al popolo, se voleano
per Papa il detto frate Pietro: e con tutto che ’l popolo assai
se ne turbasse, credendosi avere Papa romano, per tema ri-
sposono in gridando che sì, e in Dante medesimo, che nel
suo Convito disse: Quanta paura è quella di colui che ap-
presso sé sente ricchezza, in camminando, in soggiornando.
Quantunque non contenti gli antichi di dare a questa parte
del verbo la particella In, essi ancora le diedero la Con; sì
come diede il medesimo Giovan Villani, il qual disse:
Con levando ogni di grandissime prede, in vece di dire Levando.
Ma voi tuttavia non vi ritenete per questo—.
[LVI.] Laonde il Magnifico, così a ragionare rientrando,
disse: — Resterebbe, oltra le dette cose, a dirsi della parti-
cella del parlare, che a verbi si dà in più maniere di voci,
Qui Li Poi Dinanzi e simili, o delle altre particelle ancora,
che si dicono ragionando come che sia. Ma elle sono agevoli
a conoscere, e messer Ercole da sé apparare le si potrà senza
altro. — Non dite così, - rispose incontanente messer Er-
cole, — ché ad uno del tutto nuovo, come sono io in questa
lingua, d’ogni minuta cosa fa mestiero che alcuno averti-
mento gli sia dato, quasi lume, con i camino dimostri,
per lo quale egli a camminare ha, non v’essendo stato giammai.
Così è — disse appresso messer Federigo, nel Magnifico
risguardando che si tacea — e messer Ercole dice il vero. Di
che voi farete cortesemente, a fornir quello che così bene
avete, Giuliano, tanto oltre portato col vostro ragionamento;
massimamente picciola parte a dire restando, se alle già dette
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si risguarderà —. Per la qual cosa vo agnifico, disposto a
sodisfargli, seguitò e disse: — Sono voci da tutte le già dette
separate, che quale a’ verbi e quale a nomi si danno, e quale
all’uno e all’altro, e quale ancora a’ membri medesimi del
parlare come che sia si dà, più tosto che ad una semplice
parte di lui e ad una voce. Delle quali io così, come elle mi
si pareranno dinanzi, alcuna cosa vi ragionerò, poscia che
così volete. Sono adunque, di queste voci che io dico, Qui e
e Qua, che ora stanza e ora movimento dimostrano, e dannosi
al luogo, nel quale è colui che parla; et è Costi, che sempre
stanza, e Costà, che quando stanza dimostra e quando mo-
vimento, e a quel luogo si danno, nel quale è colui con cui
si parla; e In costà detta pure in segno di movimento; et è
Là, che si dà al luogo, nel quale né quegli che parla è né
quegli che ascolta, e talora stanza segna e talora movimento,
che poscia Lì, sì come Qui, non si disse se non da’ poeti. La
qual particella nondimeno s'è alle volte posta da’ medesimi
poeti in vece di Costà:
Pur là su non alberga ira né sdegno.
Dissesi eziandio Colà, cioè in quel luogo e a quel luogo.
Et è Quivi, che vale quel medesimo, e Ivi, dal latino e in
sentimento e in voce tolta, la B nella V mutandovisi. È tut-
tavia, che alle volte Ivi si dà al tempo, e dicesi Ivi a pochi
giorni; sì come anco Qui, che s'è detto Infino a qui, e come
ancora Colà, che s’è detto Colà un poco dopo l'avemaria e
Colà di dicembre e somiglianti. Ma queste due, Qui e Ivi,
eziandio si ristrinsero, ché l'una Ci e l’altra Vi si disse, Ve-
nirci Andarvi e Tu ci verrai lo ’andrò. È ancor da sapere
che, quando queste particelle Qua e Là insieme si pongono,
non si dice Qui, ma dicesi Qua, per non fare l’una dall’altra
dissomigliante: Chi qua con una, e chi là con mแป altra co-
minciarono a fuggire. Se non quando la Qui dopo l’altra
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si dicesse: Senza che tu diventerai molto migliore e più co-
stumato e più da bene là, che qui non faresti, e ancora:
Pensa, che tali sono là i prelati, quali tu gli hai qui potuti
vedere. Fassi il somigliante nella Di qua, quando con la Di
là è posta: Acciò che io di là vantar mi possa, che io di qua
amato sia dalla più bella donna, che mai formata fosse dalla
natura. Ché, senza essa parlandosi, Di qui e non Di qua si
dice: Di qui alle porte di Parigi, Villa assai vicina di qui;
e dassi alle volte al tempo: Donna, io ho avuto dallui che
egli non ci può essere di qui domane, e simili. Fassi ancora
nella Costà, quando con la Qua si pone: Né possa costà una
sola, più che qua molte. È il vero che, qual volta si dice
Di qua per dire Di questo mondo, non si dice giamai Di qui,
ancora che ella non s’accompagni con la Di là, o, accompa-
gnandovisi, a lei si posponga; ma dicesi Di qua: Per quelli
di qua, e Se di là, come di qua s’ama; e similmente quando
è sola nel mezzo del parlare: A guisa, che quelle sono, che
le donne qua chiamano rose. Dicesi eziandio In qua sem-
pre, si come sempre Infino a qui, e dicesi Qua giù, Qua sù,
Qua entro, e Di quaentro, e parimente Costà sù, Costà giù, e
Di costà, sì come Di colà, e Colà sù e Colà giù.
[LVII.] Sono Ove e Dove, che alcuna volta s’è detto U’
da’ poeti, e vagliono quello stesso; se non che Dove alle volte
vale quanto val Quando, posta in vece di condizione e di
patto: Madonna Francesca dice che è presta di volere ogni
tuo piacer fare, dove tu a lei facci un gran servigio, il che
è tuttavia molto usato dalla lingua. Sono medesimamente
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Onde, di cui l’atr’ieri messer Federigo ci ragionò, e Donde,
Che potica voce è più che delle prose, vagliono quanto si
sa, e alcuna volta quanto Per la qual cosa, sì come vale anco
Di che, voce assai usata dalle prose; come che il Petrarca
eziandio la ponesse nelle sue rime:
Di ch’io son fatto a molta gente exempio,
Di ch’io veggio ’1 mio ben, e parte duolmi.
Da onde e Da ove, che Dante disse*, sono più tosto licen-
ziosamente dette, che ben dette. E D’altronde che è D’altra
parte; et è Laonde, che alcuna volta se detto in vece di dire
Onde, sì come si disse dal Boccaccio: La donna lo ’ncominciò
a pregare per l'amor di Dio che piacer gli dovesse d'aprirle,
perciò che ella non veniva laonde s’avisava, e alcun’altra
volta in vece di dire Per la qual cosa: I1 quale lui in tutti i
suoi beni e in ogni suo onore rimesso avea, laonde egli era
in grande e buono stato. Sì come Là dove, in vece di Dove,
medesimamente s’è detto: Perché la Giannetta, ciò sentendo,
uscì d’una camera e quivi venne, là dove era il Conte. II
che medesimamente nel Petrarca più d'una volta si legge,
e Dante medesimamente disse:
Ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia, come gran di spelta.
Le quali due particelle tuttavia sono state alle volte da’ poeti
ristrette ad essere solamente di due sillabe, che Là ’ve in vece
di Là ove, e Là ’nde in vece di Laonde dissero; come che
questa non si disse giamai, se non insieme con la prima per-
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sona, così: Là’nd’io. Sono Indi e Quindi, che quel mede-
simo portano, ciò è Di là e ancora Dapoi, e Quinci, Di qua
e Da questo, e Linci, Di là, che a questa guisa medesina
formò Dante. Dissersi eziandio Di quinci e Di quindi, che
anco Di quivi alcuna volta si disse. Come che Indi alcuna
volta appo il Petrarca vale, quanto Per di là:
Però che dì e notte indi m’invita,
e io contra sua voglia altronde ’1 meno;
sì come vale questa medesima Altronde, non quanto Da altra
parte sì come suole per lo più valere, ma quanto Per altra
parte. E questa medesima Indi, che vale quanto Per di là,
disse Dante Per indi nel suo Inferno, e Per quindi il Boc-
caccio nelle sue novelle. Sono Quincisù e Quindigi e Quin-
centro, che tanto alcuna volta vale quanto Per qua entro;
sì come la fe’ valere, non solo Dante nelle terze rime sue
più volte, ma ancora il Boccaccio nelle sue novelle quando
e’ disse: Io son certo, che ella è ancora quincentro, e ris-
guarda i luoghi de’ suoi diletti. Dalla detta maniera di voci
formò per aventura Dante la voce Costinci, ciò è Di costà,
quando e’ disse:
Ditel costinci, se non l’arco tiro.
La qual voce si potrebbe nondimeno senza biasimo alcuno
usar nelle prose.
[LVIII.] È Intorno, la quale alcuna volta si partì, e fe-
cesene In quel torno, in vece di dire Intorno a quello, et è
Dintorno e Dattorno il medesimo. Differente sentimento poi
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alquanto da queste ha la Attorno, che vale quanto Per le
contrade e i luoghi circostanti, se non che Dattorno è alcune
volte che vale questo stesso, e pongosi oltre acciò una per
altra. Dissesi eziandio alcuna volta Per attorno. Sono In e
Ne quel medesimo; ma l’una si dice, quando la voce a cui
ella sì dà non ha l’articolo, In terra In cielo; l’altra quando
ella ve l'ha, Nell’acqua Nel fuoco, o pure quando ella ve ’l
dee avere, Ne’ miei bisogni, in vece di dire Ne i miei bisogni.
Il che non solamente si serva, come altra volta detto s’è, quasi
continuo nelle prose, ma deesi fare parimente nel verso; sì
come si vede sempre fatto e osservato dal Petrarca, nel quale,
se si legge:
Ma ben ti prego, che ’n la terza spera
Guitton saluti, e messer Cino, e Dante,
e ancora
Sai, che ’n mille trecento quarantotto
i dì sesto d’aprile in l’ora prima,
è incorrettamente scritto, perciò che deesi così leggere:
Ma ben ti prego, ne la terza spera,
Guitton saluti,
e ancora,
Il dì sesto d'aprile in l'ora prima.
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[LIX.] Sono Poi e Poscia e Dapoi, che quel medesimo
vagliono e dànnosi al tempo; e Dopo, che al luogo sì ฤà, e
ancora all’ordine, e alcuna volta eziandio al tempo;
contraria di cui è Dinanzi. E come che, a quelle tre, paia che sempre
la particella Che stia dietro in questo modo di ragionare:
Poi che cisì tuttavia, che alcuna volta, si parli ancora
senza essa:
Ma poi vostro destino a voi pur vieta
l’esser altrove;
e Che poi a grado non ti fu, che io tacitamente e di nascoso
con Guiscardo vivessi. Et è oltre acciò avenuto, che in que-
sta voce Dapoi si sono tramutate le sillabe et èssi detto Poi
da; sì come le tramutò il Boccaccio, che disse: E da che dia-
vol siam nor por da che noi siam vecchie. Et è alcuna volta
stato, che se lasciato a dietro la voce Poi et essi detto Da che,
in vece di dire Dapoi che, non solo nel verso:
Con lei foss'io da che si parte il sole,
ma ancora nelle prose: Da che, non avendomi ancora quella
contessa veduto, ella s’è innamorata di me. È oltre acciò
da sapere, che gli antichi poeti posero la detta particella Poi
e la seconda voce del verbo Posso, in una medesima rima
con tutte queste voci Cui Lui Costui Colui Altrui Fui; sì
come si legge nelle canzoni di Guido Cavalcanti e di Dino
Frescobaldi e di Dante, lasciando da parte le terze rime sue,
che sono, vie più che non si convien, piene di libertà e d’ar-
dire. Quantunque Brunetto Latini, che fu a Dante maestro,
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più licenziosamente ancora che quelli non fecero, o pure più
rozzamente, Luna e Persona, Cagione e Comune, Motto e
tutto, Uso e Grazioso, Sapere e Venire, e dell’altre di que-
sta maniera ponesse enziandio per rime nel suo Tesoretto;
il quale nel vero tale non fu, che il suo discepolo, furando-
gliele, se ne posso potito arricchire.
[LX.] Ma lasciando ciò da parte, è Appresso, che vale
quanto Dapoi, oltra l’altro sentimento suo, che è alle volte
Vicino e Accanto; e si disse ancor Presso. Contraria di cui è
Da lunge e Da lungi, che sono del verso, e Di lungi e Dalla
lungi, che sono delle prose. È ultimamente Poco dapoi, che
si disse più toscanamente Pocostante. E la Dinanzi, che io
dissi, e Innanzi e Davanti e Avanti altresì; tra le quali, come
che paia che molta differenza vi debba potere essere, sì come
è che Dinanzi e Davanti si pongano con la voce, che da loro
si regge: Dinanzi al Soldano Davanti la casa A me si para
dinanzi Allo Stradico andò davanti, e Innanzi e Avanti
senza essa: Avendo un grembiule di bucato innanzi sempre
e Co’ torchi avanti; e sì come e ancora che la Dinanzi al
luogo si dia: Se noi dinanzi non gliele leviamo, e le altre
si diano al tempo: Innanzi tratto Il dì davanti Avanti che
otto giorni passino; egli nondimeno non è regolatamente
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così. Perciò che elle si pigliano una per altra molto spesso;
se non che la Davanti rade volte si dice, senza la voce che da
lei si regge, e la Innanzi e la Avanti vagliono ancora quanto
Sopra e Oltre o simil cosa: Caro innanzi ad ogni altro e Da
niuna altra cosa essere più avanti, e oltre acciò si pongono
in vece di Più tosto, il che non aviene delle altre. Come che
ancora in questo sentimento si dica alcuna volta Anzi: Che
mi pare anzi che no, che voi ci stiate a pigione. La quale
Anzi si dice parimente in luogo di Prima: Anzi che venir
fatto le potesse, e tale volta in luogo di Avanti: Anzi la
morte; senza quest’altro, che è il più usato sentimento suo:
Che caldo fa egli? anzi non fa egli caldo veruno. E avenne
ancora che Avanti s’è presa, in luogo di dire In animo, overo
in luogo di dire Trovato Pensato o somigliante cosa: Aguz-
sato lo ’ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir
dovesse. Ante e Avante e Davante, che alcuna volta si dis-
sero, sono solamente del verso. Oltra le quali particelle
tutte è la Dianzi, la qual vale a segnar tempo che di poco
passato sia, e la Per innanzi, che si dà al tempo che è a ve-
nire, contraria di cui è Per adietro, che al passato si dà; e
dissersi ancora Per lo innanzi e Per lo adietro. Et è Da quinci innanzi
e Da indi innanzi, la qual si disse alcuna volta Da
indi in avanti, ma tuttavia di rado. È Testé, che tanto vale
quanto Ora, che si disse ancora Testeso alcuna volta molto
anticamente, e da Dante che più d’una volta la pose nelle
sue terze rime, e dal Boccaccio, che non solamente la pose
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ne’ suoi sonetti, ma ancora nelle sue prose: Io non so, te-
steso mi diceva Nello, che io gli pareva tutto cambiato, e al-
trove: Tu non sentivi quello de io, quando tu mi tiravi te-
steso i capelli, e ancora: Egli dee venir qui testeso uno, che
ha pegno il farsetto. Sono Tosto, e alcune volta To-
stamente, e Ratto quel medesimo; se non in quanto alle
volte Tosto vale quanto val Subito, e dicesi Tosto che in vece
di Subito che; il che di Ratto non si fa, quantunque il Pe-
trarca dicesse:
Ratto, come imbrunir veggio la sera,
sospir del petto, e degli occhi escon onde.
Et è Prestamente quello stesso, che si disse alcuna volta
eziandio Rattamente e Spacciatamente e In fretta. Et è Im-
mantenente e Incontanente altresì; ma quella è più del verso,
e questa è delle prose, che in loro si disse ancora Tantosto.
Presto, che alcuni moderni pigliano in questo sentimento,
vale quanto Pronto e Apparecchiato, et è nome e non mai
altro, dal quale si forma Apprestare e Appresto, che è Appa-
recchiare e Apparecchiamento. È, oltre a queste, Repente
solamente del verso. Sono Da mane e Da sera e Di merigge,
che pare dal latino detta, la D in due G mutandovisi, sì come
si muta in Oggi, per l’uso così fatto della lingua; il quale
uso in molte altre voci ha luogo. Dicesi ancora Di meriggio
e Di meriggiana, che disse il Boccaccio: Se alcun volesse o
dormire o giacersi di meriggiana.
[LXI.] Sono Unqua e Mai quello stesso; le quali non
niegano, se non si dà loro la particella acconcia a ciò fare.
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Anzi è alle volte che due particelle in vece d’una se ne le
danno, più per un cotal modo di dire, che per altro; sì come
diede il Boccaccio: Né giamai non m’avenne, che io perciò
altro che bene albergassi. Et è Oggimai e Oramai, voci so-
lamente delle prose, e Omai delle prose e del verso altresì;
le quali si danno parimente a tutti i tempi. È Unque, che si
dice eziandio Unqua nel verso; et è Unquanco, che di queste
due voci Unqua e Anco è composto, e vale quanto Ancor
mai, e altro che al passato e alle rime non si dà, e con la par-
ticella, che niega, si pon sempre. Sono Ancora e la detta
Anco; l’una delle quali si dà al tempo, l’altra, che alcuna
volta s’è detta Anche, vale quanto Eziandio. Nondimeno elle
si pigliano spesse volte una per altra; se non in quanto la
Anco e Anche si danno al tempo solamente nel verso.
È il vero che l'una di loro si pon le più volte quando alcuna
consonante la segue, Ancor tu Ancor ler, e l’altra quando la
segue alcuna vocale, Anch’io Anch’ella. Unquemai dire non
si dovrebbe, che è un dire quel medesimo due volte; come
che e Dante e messer Cino le ponessero nelle loro canzoni.
Quandunque, che vuole propriamente dire Quando mai, oltra
che si legge nelle terze rime di Dante, esso ancora e mes-
ser Cino medesimo la posero nelle loro canzoni, e il Boccac-
cio nelle sue prose. Ondunque, oltre a queste, medesima-
mente si legge alcuna fiata, e Dovunque molto spesso. È oltre
accio Quantunque, la qual voce alle volte s’è presa in luogo
di questo nome Quanto, non solo ne’ poeti, ma ancora nelle
prose, e così nell'un genere come nell'altro; et èssi detto
Quantunque volte e Quantunque gradi vuol, che giù sia
messa. Prendesi ancora in vece di Quanto si voglia; come
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si prende in questo verso del Petrarca:
Tra quantunque leggiadre donne e belle,
ciò è Tra donne quanto si voglia belle e leggiadre, e in que-
st’altro:
Dopo quantunque offese a mercé vene:
Dopo quante offese si voglia viene a mercé. Prendesi ezian-
dio in vece di Tutto quello che: Il Boccaccio: Al qual pareva
pienamente aver veduto, quantunque disiderava della pazien-
za della sua donna, e altrove: Pur seco propose di voler ten-
tare quantunque in ciò far se ne potesse; quasi dicesse
quanto mai disiderato avea e quanto mai far se ne potesse.
E così fia di sentimento più somigliante alla formazion sua,
e più in ogni modo alle volte opererà, che se Quanto sempli-
cemente si dicesse. L’altro sentimento suo, che vale quanto
Benché, assai e a ciascuno per sé chiaro, et è solamente delle
prose. È ancora Comunque, che in vece di Come assai so-
vente s’è detta; è Comunquemente quello stesso, ma detta
tuttavia di rado.
[LXII.] Leggesi Sovente, che è Spesso: di cui Guido Gui-
nicelli ne fece nome, e Soventi ore disse in questi versi:
Che soventi ore mi fa variare
di ghiaccio in foco, e d'ardente geloso;
e Guido Cavalcanti in quest’altri:
Che soventi ore mi dà pena tale
che poca parte lo cor vita sente.
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Sì come di Spesso fecero Spess’ore comunemente quasi tutti
quegli antichi, alla cui somiglianza disse A tutt’ore il Pe-
trarca. Dicesi alcuna volta eziandio Soventemente; sì come
si disse da Pietro Crescenzo: E questo faccia soventemente
che puote, in vece di dire quanto spesso puote; sì come egli
ancora, in vece di dir Secondo, disse Secondamente molte
volte. È Al tempo, che vale quanto Al bisogno, et è del
verso. Et è In tempo delle prose, che si dice più toscana-
mente A bada, cioè A lunghezza e a perdimento di tempo:
dalla qual voce s’è detto Badare, che è Aspettare, e alcuna volta
Avere attenzione e Por mente. Et è Per tempo, che vuol dire
A buona ora. È Da capo, che vale comunalmente quanto
Un’altra volta; trovasi nondimeno detta ancora in luogo di
dire Da principio. Et è A capo, che vale quanto A fine.
È Da sezzo, che è Da ultimo, a cui si dà alcuna volta l’articolo
e fassene Al da sezzo; da queste si forma il nome Sezzaio.
Et è Alla fine, che medesimamente si disse dagli antichi Alla
perfine e alcuna volta Alla finita.
[LXIII.] È Del tanto, che vuol dire quanto Per altret-
tanto, cioè Per altrettanta cosa, quanta è quella di che si
parla, che si disse ancora in forma di nome, Altrotale, e Al-
trotali nel numero del più. Et è Cotanto, che vale quanto
val Tanto, se non che ella dimostra maggiormente quello di
che si parla; onde dir si può, che ella più tosto vaglia quanto
vale Così grandemente: Madonna Francesca ti manda di-
cendo, che ora è venuto il tempo, che tu puoi avere il suo
amore, il quale tu hai cotanto desiderato. Et è Duecotanto
e Trecotanto, che sono Due volte tanto e Tre volte tanto; e
tassene alle volte nomi, e diconsi nel numero del più, e sono
voci delle prose: Io avea tre cotanti genti di lui, cioè Tre
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volte più gente di lui. Ultimamente è Alquanto; della qual
voce Guido Guinicelli ne fece nome, e disse:
E voce alquanta, che parla dolore;
e il Boccaccio ancora, che disse: Ma io intendo di farvi avere
alquanta compassione, e Alquanta avendo della loro lingua
apparata. È Guari, molto usata dagli antichi, che vale quanto
val Molto; la quale voce, come che si ponga quasi per lo
continuo con la particella che niega, Non ha guari Non istette
guari, non è tuttavia, che alcuna fiata ella non si truovi an-
cora posta senza essa, ma è ciò sì di rado, che appena dire
si può che faccia numero. Sono Più e Meno, particelle assai
chiare e conte a ciascuno; le quali nondimeno alcuna volta,
in luogo di questi nomi Maggiore e Minore si pigliano, sì
come si presero dal Boccaccio, quando e’ disse: Della più
bellezza e della meno delle raccontate novelle disputando.
Dall'una delle quali ne viene Almeno, e ancora Nondimeno
Nientedimeno Nulladimeno, che son tutte tre quello stesso,
delle quali tuttavia la primiera è la più usata, e la ultima la
meno. Vale quel medesimo ancora la Nonpertanto; vedesi
nel Boccaccio: Nonpertanto quantunque molto di ciò si ma-
raurglasse, in altro non volle prender cagione di doverla met-
tere in parole. È Per poco, che s'è posta alcuna volta, in
vece di Quasi, dal medesimo Boccaccio: La quale ogni cosa
così particolarme de’ fatti d’Andreuccio le disse, come
avrebbe per poco detto egli stesso, e altrove, Laonde egli
cominciò sì dolcemente, sonando, a cantare questo suono,
che quanti nella real sala n’erano, parevano uomini aom-
brati: sì tutti stavano taciti e sospesi ad ascoltare; e il re per
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poco più che gli altri. È Tale, in vece di Talmente detta alle
volte da’ poeti; e Quale, in vece di Qualmente, ma detta tut-
tavia più di rado:
Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avisando lor presa e lor vantaggio.
[LXIV.] È Perciò che delle prose, e alcuna volta Imper-
ciò che; et è Però che del verso, e alle volte ancora Perché
di quel medesimo sentimento:
Non perch’io non m’aveggia,
quanto mia laude è ingiuriosa a voi;
la qual voce tuttavia è ancora delle prose: Colui, che andò,
trovò il famigliare stato da messer Amerigo mandato, che
avendole il coltello e ’l veleno posto innanzi, perché ella così
tosto non eleggeva, le diceva villania. Et è oltre accio Che,
la quale da’ poeti molto spesso in luogo di Perciò che, da’
prosatori non così spesso, anzi rade volte si truova detta; sì
come dal Boccaccio, che disse: Che per certo in questa casa
non istarai tu mai più. E questa medesima Che è ancora,
che si pose dal Petrarca, in vece di Acciò che:
Un conforto m’è dato, ch'io non pera;
acciò che io non pera. E dal medesimo Boccaccio: Se egli
è così tuo come tu di, ché non ti fai tu insegnare quello
incantesimo, che tu possa fare cavalla di me, e fare i fatti
tuoi con l’asino e con la cavalla? ciò è acciò che tu possa.
Dove si vede che la detta Che, eziandio in vece di Perché,
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s'usa di dire comunemente: Ché non ti fai tu insegnare quello
incantesimo? Sì come allo ’ncontro si dice la Perché in luogo
di Che alcuna fiata: Che vi fa egli, perché ella sopra quel
veron si dorma? E poco da poi: E oltre acciò maravigliatevi
voi, perché egli le sia in piacere l'udir cantar l'usignuolo?
Et è alle volte che la medesima Che si legge in vece di Si che
o In modo che: il medesimo Boccaccio: E seco nella sua
cella la menò che niuna persona se n'accorse. E ancora in
vece di Nel quale assai nuovamente il pose una volta il Pe-
trarca:
Questa vita terrena è quasi un prato,
che ’1 serpente tra fiori e l’erba giace.
È Il perché delle prose, usato tuttavia rade volte, in vece
di dire Per la qual cosa: il Boccaccio: Il perché comprender
si può, alla sua potenza essere ogni cosa suggetta; e ancora,
in vece di dire Perché ciò sia o pure La cagione di ciò: il
medesimo Boccaccio: Universalmente le femine sono più mo-
bili, e il perché si potrebbe per molte ragiom naturali dimo-
strare. Sono Benché e Comeché quello stesso; ma questa
sarebbe per aventura solamente delle prose, se Dante nel verso
recata non l’avesse. Et è la detta Perché, che si prende alle volte
in quel medesimo sentimento et è del verso, e alle volte,
anzi pure molto più spesso, si piglia in vece di Per la qual
cosa o Per le quali cose nelle prose; sì come si piglia ancora
Di che, della qual dicemmo, e alcuna volta Sì che: Io in-
tesi che vostro marito non c'era, sì che io mi sono venuto
a stare alquanto con essovoi. Et è Nonché, la quale, oltra
il comune sentimento suo, vale quello stesso anch'ella, ma
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rade volte così si prende. Prendesi nel Boccaccio: Non che
la Dio mercé ancora non mi bisogna, in vece di dire Ben-
ché. Ê Purché, che vale quanto Solamente che; et è Tuttoché,
che pur vale il medesimo di quell'altre, detta dalle prose, e
nondimeno ricevuta da Dante più d'una volta nel verso.
La quale si disse ancora così, Tutto, senza giugnervi la parti-
cella Che: Giovan Villani: I campati di morte della barta-
glia, tutto fossono pochi, si ridussono ou'è oggi la città di
Pistoia, e altrove, E tutto fosse per questa cagione uomo di
sangue, sì fece buona fine. Dove si vede che alle volte la
particella Sì vale quanto Nondimeno: Sì fece buona fine,
ciò è Nondimeno fece buona fine. Né solo Giovan Villani
usò il dire Tutto, in vece di Tuttoché, ma degli altri antichi
prosatori ancora, sì come fu Guido Giudice", di cui dicem-
mo. Dissesi oltre acciò in quello sentimento medesimo Ave-
gnadioché dagli antichi", e Avegnaché ancora, e ultimamente
Avegna dal Petrarca:
Amor, avegna mi sia tardi accorto,
vòl che tra duo contrari mi distempre.
È oltre acciò, che alcuna volta Tuttoché altro sentimento
ha e molto da questo lontano, sì come ha nel Boccaccio, che
nella novella di Madonna Francesca disse: E, così dicendo,
fu tutto che tornato in casa; e poco dapoi, Da’ quali tutto che
rattenuto fu?; il che tanto porta, quanto è a dire: Poco
meno che tornato in casa e Poco meno che rattenuto fu. Altro
sentimento ancora, e diverso alquanto dal detto di sopra,
hanno le voci Perché e Purché, in quanto elle tanto vagliono,
quanto Eziandio che: il medesimo Boccaccio: Che perché
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egli pur volesse, egli no ’1 potrebbe, né saprebbe ridire; e
Dante:
E però, Donne mie, pur ch'io volessi,
non vi sapre’ io dir ben quel ch’i’ sono.
Somigliantemente diverso sentimento da già detti ha talora
la particella Che. Con ciò sia cosa che ella si pone alle volte
invece di Più che, quasi lasciandovisi la Più nella penna e
nondimeno intendendolavi: Giovan Villani: Però che allora
la città di Firenze non avea che due ponti; e il Boccaccio:
Il quale in tutto lo spazio della sua vita non ebbe che una
sola figliuola.
[LXV.] È, oltre a queste, Mentre, che vale quanto In-
fino e quanto Infin che, e ciò è secondo che a lei o si dà e
giugne la particella Che, o si lascia; il che si fa parimente.
Et è Parte, che vale quello stesso, detta nondimeno rade
volte in questo sentimento: il Boccaccio: Parte che lo sco-
lare questo diceva, la misera donna piagneva continuo; e
altrove: Parte che il lume teneva a Bruno, che la battaglia
de topi e delle gatte dipigneva. Ponsi nondimeno comu-
nalmente Parte dai poeti, in vece di dire In parte. È In
quella, che vuol dire In quel mezzo, o pure In quel punto:
messer Cino:
Sta nel piacer della mia donna Amore,
come nel sol lo raggio, e 'n ciel la stella,
che nel mover degli occhi porge al core,
sì ch’ogni spirto si smarrisce in quella;
e Dante:
Qual è quel toro, che si slaccia in quella
c’ha ricevuto già ’1 colpo mortale;
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e il Boccaccio, il quale non pure ne’ sonetti così disse:
E com’io veggio lei più presso farsi,
levomi per pigliarla, e per tenerla,
e ’1 vento fugge, et ella spare in quella;
ma ancora nelle novelle: O marito mio, disse la donna, e’
gli venne dianzi di subito uno sfinimento ch'io mi credetti
ch'é fosse morto, e non sapea né che mi far né che mi
dire, se non che frate Rinaldo nostro compare ci venne in
quella. Il che imitando disse più vagamente il Petrarca:
In questa passa ’1 tempo;
e ancora,
Et in questa trapasso sospirando.
E questo sentimento ispresse egli e disse eziandio con quest’altra voce In tanto.
[LXVI.] È Contro e Contra, che si disse parimenti In-
contro e Incontra; ma quest’ultima è solo dei poeti, de' quali
è A l’incontra altresì. Et è Rimpetto e A rimpetto e Di rim-
petto solamente delle prose; e vagliono, non quello che
vale A l’incontra, ma quello che vale Di rincontro e Per
iscontro, e Affronte, contraria di cui è Di dietro. Et è Per
mezzo, alle volte poco da queste lontana e alle volte molto;
con ciò sia cosa che non riscontro, ma entramento dimostra:
Per mezzo i boschi inospiti e selvaggi.
La qual si disse Per lo mezzo, qualora ella non ha dopo sé
voce che da lei si regga: E misesi con le sue genti a pas-
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sare l’oste de nimici per lo mezzo. Ma questa voce Per
mezzo si disse toscanamente ancora così Per mei, tronca-
mente e tramutevolmente pigliandosi, come udite. Quantun-
que Mei si disse eziandio in vece di Meglio per abbrevia-
mento dagli antichi; sì come la disse Buonagiunta:
Perché la gente mei me lo credesse;
e messer Cino:
Dunque sarebbe mei ch’i’ fossi morto.
La qual poi si disse Me’, non solo dagli altri poeti, ma dal
Petrarca ancora:
Me’ v’era che da noi fosse ’1 diffetto.
Sono A lato e A petto, che quello stesso vagliono, ciò è A
comperazione; l’una delle quali solamente è delle prose.
Come che A lato alle volte porti e vaglia quello che ella di-
mostra; sì come fa Accanto che vale alle volte quanto que-
ste, e alle volte quanto ella dimostra. Lontana da cui più di
sentimento che di scrittura è Da canto, ciò è Da parte. Et
è Verso che usò il Boccaccio, e vale, oltra il proprio senti-
mento suo, quanto A comperazione: E se li re cristiani son
così fatti re verso di sé, chente costui è cavaliere; verso di
sé, disse, ciò è a comperazion di sé. Nel qual luogo si vede,
che la voce Chente vale, non solamente quello che val Quan-
to, sì come la fe’ valere il medesimo Boccaccio in moltissimi
luoghi, ma ancora quello che val Quale; il che si vede ezian-
dio in altre parti delle sue prose. Anzi la presero i più anti-
chi quasi sempre a questo sentimento. E Adietro, la quale
stanza più tosto dimostra che movimento, e Indietro e Allo
’ndietro e Al di dietro, che movimento dimostrano; e dis-
/BEGIN PAGE 289/
sersi altramel A ritroso, dal latono togliendosi, dalla quale
s’è formato il nome et èssi Ritroso calle e Ritrosa via,
come sarebbe quella de fiumi, se essi secondo la favola ri-
tornassero alle lor fonti; da cui si tolse a dire Ritrosa don-
na, e Ritrosìa il vizio.
[LXVII.] Leggesi Al tutto, che i più antichi dissero Al
postutto, forse volendo dire Al possibile tutto. Leggesi Nien-
te, che Neente anticamente si disse, e Né mica o pure Non
mica, e Nulla quello stesso; come che Non mica si sia ezian-
dio separatamente detta, Elli non hanno mica buona spe-
ranza; e Miga altresì, e Niente alle volte si ponga in vece
d’Alcuna cosa: Né alcuna altra rendita era, che di niente gli
rispondesse, dove di niente disse il Boccaccio, in vece di
dire d’alcuna cosa. Leggesi Punto in vece di Niente, e Ca-
velle, voce ora del tutto romagnuola, che Covelle si dice.
Quantunque Punto alcuna volta eziandio, invece di Momento,
si prenda; che si disse ancora Motto, sì come si vede in Bru-
netto Latini:
E non sai tanto fare,
che non perdi in un motto
lo già acquistato tutto.
Leggesi eziandio Fiore, la qual particella posero i molto anti-
chi e nelle prose e nel verso in vece di Punto. Leggesi
Meglio e Il meglio; ma l'una si pon quando la segue la par-
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ticella Che, alla quale la comperazione si fa: Sì facciam noi
meglio che rutti gli altri uomini. Il meglio poi si dice, quan-
do ella non la segue: E vuolvi il meglio del mondo. Dis-
sesi questa eziandio così: Il migliore. È oltre acciò che Me-
glio vale quanto val Più, o ancora Più tosto; il quale uso
messer Federigo ci disse che s’era preso da’ Provenzali. Leg-
gesi Molto e Assai, che quello stesso vagliono; ciascuna delle
quali si piglia in vece di nome molto spesso. Leggesi Altresì, la qual vale comunemente quanto Ancora; ma vale alcuna
volta eziandio quanto Così: E potrebbe sì andare la cosa, che
io ucciderei altresì tosto lui, come egli me. Leggesi La Dio
mercé La vostra mercé nelle prose, e Vostra mercé e Sua
mercé nel verso. Quantunque Gianni Alfani, rimator molto
antico, a quel modo la ponesse in questi versi d’una delle
sue canzoni:
Ch’amor la sua mercé mi dice, ch’io
nolle tema mostrare
quella ferita, dond’io vò dolente;
e il Boccaccio in quest’altri d’una altresì delle sue ballate:
E quel che ’n questo m’è sommo piacere,
è ch’io gli piaccio quanto egli a me piace,
amor, la tua mercede.
[LXVIII.] Leggesi Malgrado vostro Malgrado di lui Mal
suo grado e A grado Di grado. Leggesi Ver, in vece di Verso,
ne’ poeti, Ver me Ver lui; che si disse ancora Inverso da’
prosatori. Quantunque nel Boccaccio si legga eziandio così:
Il dì seguente, mutatosi il vento, le cocche, ver ponente ve-
/BEGIN PAGE 291/
gnendo, fer vela. E Sot e Sor, in vece di Sotto e di Sopra;
ma queste tuttavia congiunte con altre voci, sì come sono
Sotterra Sommettere Sopposto, e Soppidiano e Soppanno, che
disse il Boccaccio, Soscritto Sostenuto Sospinto e Sormon-
tare Soggiornare, quasi giorno sopra giorno menare, nelle
prose; e Sorprendere Sorvenire, Sovrempiere Sorviziato Sor-
hondato, che dissero gli antichi rimatori, e Sorgozzone, che
disse il Boccaccio nelle novelle, il che è percossa di mano
che sopra il gozzo si dia; et è Gozzo la gola, onde ne viene
il verbo Sgozzare, che è Tagliare il gozzo, e Ingozzare, e
altre. Come che Lapo Gianni ponesse Sor da sé sola in que-
sto verso:
Che m’ha sor tutti amanti meritato;
e lo ’mperador Federigo in quest'altri:
Sor l'altre donne avete più valore:
valor sor l'altre avete;
e degli altri scrittori antichi ancora la posero nelle lor prose.
Leggesi Fuor e Fore e Fora e Fuori, le quali tutte sono del
verso, ma la prima e l'ultima sono ancora delle prose; leg-
gesi, dico, questa particella che pare che sempre abbia dopo
sé il segno del secondo caso, Fúor d'affanni, Fuor di tempo,
BEGIN PAGE 292/
alle volte ancora senza esso, si come se legge in quel verso
del Petrarca:
Fuor tutti i nostri lidi,
che lo poté per aventura pigliar da Guido Orlandi il qual
disse:
e amor for misura è gran follore;
e da Francesco Ismera che disse:
Pensando che ’1 partir fu for mia colpa;
o ancora da messer Cino, il quale così disse:
Uomo son for misura,
tant’è l'anima mia smarrita omai.
Et è alle volte, che in vece del detto segno se le dà la
particella Che, come diede il Boccaccio: Il quale in ogni
cosa era santissimo, fuori che nell'opera delle femine; e
alle volte non se le dà, sì come non gliele diede il mede-
simo Boccaccio: Egli entrò co’ suoi compagni in una casa,
e quella trovò di roba piena esser dagli abitanti abandonata,
fuor solamente da questa fanciulla. La qual particella si
disse eziandio In fuori, e dissesi in questa maniera: La quale
io amo, da Dio in fuori, sopra ogni altra cosa. Ponsi an-
ch’ella con questa voce Senno, e formasene Forsennato, voce
antica e non più del verso che delle prose, di cui ancora ci
ricordò l’alt’ieri messer Federigo dicendoci che era tolta da’
Provenzali, e con quest’altra Via, e formasene Forviare,
/BEGIN PAGE 293/
voce solamente delle prose, antica nondimeno anch’ella e ol-
tre acciò poco usata.
[LXIX.] Leggesi Come, non solo per voce, che compera-
zione fa, in risposta di quest’altra Cosi; ma ancora in vece
di Che: Che per certo, se possibile fosse ad averla, procacce-
rebbe come l’avesse; dove come l'avesse si disse, in vece di
dire che l’avesse. Leggesi ancora, in vece di Poiché o di
Quando: Il qual come alquanto fu fatto oscuro, là se ne andò,
e, Come costoro ebbero udito questo, non bisognò più avanti.
Ê oltre acciò alcuna volta, che ella si legge in vece di In qua-
lunque modo: E disse a costui, dove voleva essere condotto, e
come il menasse, era contento, ciò è in qualunque modo il
menasse, era contento; e ancora in vece di Mentre: E come
io il volea domandare chi fosse, e che avesse, et ecco M. Lam-
bertuccio; né meno si legge in vece di Quanto: Oimè lasso,
in come picciol tempo ho io perduto cinquecento fiorin d'oro
e una sorella!. Nel qual sentimento, ella s'è detta eziandio
troncamente da molti degli antichi in questa guisa Com, e
dal Petrarca altresì, che disse:
O nostra vita ch'è sì bella in vista,
com perde agevolmente in un mattino
quel che ’n molt’anni a gran pena s’acquista;
e altrove :
Ma com più me n'allungo, e più m’appresso.
[LXX.] Leggesi la voce Oimè, che ora si disse, non solo
in persona di colui che parla, sì come in quel luogo del Boc-
caccio, Oimè lasso; ma ancora in quella di cui si parla, Oisè;
sì come si legge nel medesimo Boccaccio: Oisè, dolente sè,
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che ’l porco gli era stato imbolato. Discesi oltre acciò la
Oi anticamente, in vece della Ahแป, che poi s’è detta e ora si
dice: Oi mondo errante, e uomini sconoscenti di poca cor-
resia. Leggesi la particella O, non solo per voce che si dice
chiamando che che sia; o per quella che, di due o più cose
ragionandosi, in dubbio o in elezion le pone degli ascoltanti,
come qui, che io in dubbio o in elezion dissi, la quale O,
Overo eziandio si disse; o pure per quell'altra che è di do-
glianza principio: O quanto è oggi cotal vita mal cono-
sciuta; o ancora per quella che è segno d’alcun disio, e
suolsi con la particella Se il più delle volte mandar fuori:
O se questa temenza
non temprasse l'arsura che m’incende,
beato venir men.
Mandasi tuttavia alcuna volta eziandio senza essa:
E o pur non molesto
le sia ’1 mio ingegno, e ’1 mio lodar non sprezze.
Ma leggesi oltre acciò per un cotal modo di parlare, che alle
volte contiene in sé maraviglia più tosto che altro, alle volte
non la contiene; ora con richiesta posto, sì come la pose il
Boccaccio, O mangiano i morti?, e ora senza essa. Et èssi
detta ancora così, Ora e Or: Ora le parole furono assai, e il
ramarchìo della donna grande, e poco davanti, Or non son
io, malvagio uomo, cosi bella come sia la moglie di Ric-
ciardo?. Nella qual guisa ella si dice sempre nel verso:
O fido sguardo, or che volei tu dirme?.
Ma tornando alla O, che in vece d'Overo si dice, è da sa-
pere che le danno i poeti spesse volte la D, quando la segue
/BEGIN PAGE 295/
alcuna vocale, per empiere la sillaba; sì come diede Lapo
Gianni, che disse:
Né spero dilettanza,
né gioia aver compita,
se ’l tempo non m’aita
od amor non mi reca altra speranza;
e come diede il Petrarca, dicendo:
Pomm’ in cielo, od in terra, od in abisso.
Quantunque non solo alla O diedero i poeti la D, ma oltre
acciò ancora alla particella Se; sì come fece Dante, che disse
nelle sue canzoni:
Di che domandi amor, sed egli è vero;
e alla Né, sì come diede il Petrarca, il qual disse:
Ned ella a me per tutto ’1 suo disdegno
torrà giamai;
e, oltre a questo, alla voce Che, sì come si vede in Gianni degli Alfani,
il qual disse:
E se vedrà ’1 dolore,
che ’1 distrugge, i’ mi vant
ched e’ ne sospirrà di pietà alquanto,
e nel Boccaccio, che in nome del dianzi detto Mico, disse:
Che vadi a lui, e donigli membranza
del giorno, ched io il vidi a scudo e lanza.
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Come che ciò si legga non solo ne' versi, ma ancora nelle
prose: E perciò poi ched é vi pure piace, io il tarò", e al-
trove, Fu da’ medici consigliato, ched egli andasse a’ bagni di
Siena, e guarrebbe senza fallo. Sono ancor di dicono che
eziandio alla particella E, che congiugne le voci,
si dà alle volte la D, in vece della T, che latinamente par-
landosi sta seco; sì come affermano che diede il Petrarca,
quando e’ disse:
S’avesse dato a l’opera gentile
con la figura voce ed intelletto;
con ciò sia cosa che più alquanto empie la sillaba e falla più
graziosa la D, che la T.
[LXXI.] Dicesi Non la voce che niega; contraria di cui
è Sì, che afferma; come che ella eziandio, in vece di Così,
si ponga per chi vuole. La qual Così si disse ancora Cosi-
fattamente nelle prose. Né solo in vece di Così, ma ancora
in vece di Che, la pose il Boccaccio più volte, per un cotal
modo di parlare, che altro non è che vago e gentile: Il fante
di Rinaldo, veggendolo assalire, sì come cattivo, niuna cosa
al suo auto adoperò; ma, volto il cavallo sopra il quale era,
non si ritenne di correre, sì fu a Castel Guiglielmo, in luogo
di dire: non si ritenne di correre, che fu a Castel Guigliel-
mo; e ancora, Egli è la fantasima, della quale io ho avuta
a queste notti la maggior paura che mai si avesse tale; ché,
come io sentita l'ho, io ho messo il capo sotto, né mai ho
avuto ardir di trarlo fuori, sì è stato dì chiaro. Nella qual
maniera, Dante medesimamente più volte nelle sue rime la
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pose, e altri antichi scrittori ancora nelle loro prose. È oltre
acciò che la detta particella si pone ad un altro sentimento,
condizionalmente parlandosi, in questa maniera: Se ti piace,
sì ti piaccia; se non, sì te ne sta, dove si pare che ella adoperi
quasi per un giugner forza al ragionamento; e ancora non
condizionalmente, sì come la pose Giovan Villani: Ma per
seguire suoi diletti massimamente in caccia, sì non disponea
le sue virtù al reggimento del reame; e il Boccaccio che
disse: Che se mio marito ti sentisse, pogniamo che altro male
non ne seguisse, sì ne seguirebbe, che mai in pace né in ri-
poso con lui viver potrei. Dicesi eziandio alcuna volta Sì, in
atto di sdegno e di disprezzo, e di tutto il contrario di quello
che noi diciamo: Sì, tu mi credi con tue carezze infinte lu-
singare.
[LXXII.] Ma, tornando alla particella Non, aviene an-
cora che ella si dice bene spesso soverchiamente; e pure è
toscanamente così detta: il medesimo Boccaccio: La qual
sapea, che da altrui, che dallei, rimaso non era che moglie
di Nastagio stata non fosse, dovendosi per lo diritto più
tosto dire: che moglie di Nastagio stata fosse; e altrove: Io
temo forte che Lidia con consiglio e volere di lui questo non
faccia, in vece di dire: questo faccia. La qual particella ezian-
dio si dice No, quando con lei si fornisce e chiude il senti-
mento, Io no Questi no, ché, altramente dicendosi, si direbbe
Non io Non questi; o quando ella si pon dopo ’1 verbo:
Ma romper no l’imagine aspra e cruda;
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o ancora quando si pon due volte: Non farnetico no, Ma
donna, e Non son mio no, e A’ quali dir di no non si puo-
te, e simili; o quando ella si pon col Sì:
Ch’or sì or no s'intendon le parole.
Dicesi ancora No ogni volta, che dopo lei si pon l’articolo Il,
e nelle prose e nel verso. Nel qual verso è alcun'altra volta,
che ella così si dice quando la segue alcuna vocale, per lo
medesimo divertimento della N ultima, che vi si fa:
Né chi lo scorga
V’è se no amor, che mai no ’1 lascia un passo.
E oltre a questo, che la Non si pone in una maniera che
vi s’intendono più parole a fornire il sentimento; sì come si
vede appo ’1 Boccaccio: Non ne dovessi io di certo morire,
che io non me ne metta a far ciò, che promesso l’ho, e come
altri parla, ragionando tuttavia, massimamente tra sé stes-
so; perciò che tanto è a dire in quel modo, come se si dicesse:
Non rimarrà, se io ne dovessi di certo morire, che io non mi
metta a far ciò, che promesso l’ho. Né poi, che ancor niega,
e quasi sempre si pone * in compagnia di sé stessa o d'altra
voce che pur nieghi, è alle volte che, posta da prosatori in
un luogo, ha forza di negare ancora in altro luogo dinanzi,
dove ella non è posta; così: E comandolle che più parole né
romor facesse, e ancora, Acciò che egli senza erede, né essi
senza signore rimanessero. Et è alcune altre volte, che da’
poeti si pone in vece di questa particella Overo, che si dice
parimente O, come s’è detto:
Onde quant’io di lei parlai né scrissi;
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e ancora,
Se gli occhi suoi ti fur dolci né cari.
È tuttavia, che questa particella s'è posta da’ medesimi
poeti, senza niun sentimento avere in sé, ma solo per ag-
giunta e quasi finimento ad altra voce, forse affine di dar
modo più agevole alla rima; sì come si vede in Dante, non
suo poema, nel quale egli licenziosissimo fu, ma
ancora nelle canzoni, che hanno così:
La nemica figura, che rimane
vittoriosa e fera,
e signoreggia la virtù che vole,
vaga di sé medesma andar mi fane
colà dov’ella è vera;
e come si vede in quelle di messer Cino, che così hanno:
E dice, lassa, che sarà di mene?.
Il che si vede medesimamente nelle ottave rime del Boc-
caccio, posto e detto dallui più volte.
[LXXIII.] Leggesi la particella Se non, che si pone con-
dizionalmente: Se ti piace, io ne son contento: se non ti piace,
e’ m’incresce. Et è spesse volte, che si dice Se non in vece
di dire Eccetto; nel qual modo alcuna volta ella s’è mandata
fuori con una sillaba di più; et èssi detto Se non se e Se
non si:
Se non se alquanti c’hanno in odio il sole?.
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Come che la Se non si si pose sempre col verbo Essere:
Se non si furono i tali. Tuttavia è particella che, così piena-
mente detta, rade volte si vede usata e nell’un modo e nel-
l’altro. Dicesi eziandio alcuna volta Se non, in luogo di dire
Solamente: lo non sentiva alcun suono di qualunque instru-
mento, quantunque io sapessi lui se non d'uno essere am-
maestrato, che con gli orecchi levati io non cercassi di sa-
pere chi fosse il sonatore.
Ma tornando alla Se condizionale, dico che ella, posta col
verbo Fosse, si lasciò alcuna volta e tacquesi dagli antichi
in un cotal modo di parlare, nel quale ella nondimeno vi
s’intende; sì come si tacque alcuna volta eziandio da’ latini
poeti. Il qual modo appo noi, non solamente ne’ poeti si
legge, sì come furono Buonagiunta da Lucca, che parlando
alla sua donna del cuore di lui, che con lei stava, disse:
E tanto gli agradisce il vostro regno,
che mai da voi partir non potrebb'ello,
non fosse da la morte a voi furato,
ciò è se non fosse; e Lapo Gianni, che disse:
Amor, poiché tu se' del tutto ignudo,
non fossi alato, morresti di freddo,
ciò è se non fossi; o come fu Francesco Ismera, che disse:
Non fosse colpa, non saria perdono;
o come fu ancora il Petrarca, il qual disse:
Solamente quel nodo,
ch’amor circonda a la mia lingua, quando
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L’umana vista il troppo lume avanza,
fosse disciolto, i’ prenderei baldanza;
ma, oltre accio, si legge eziandio nell'istoria di Giovan Vil-
lani, il qual disse: E poco vi fosse più durato all’assedio, era
stancato, in vece di dire: E se poco più durato vi fosse.
È alcun’altra volta ancora, che ella da’ poeti si pone in vece
di Così, a cui si rende la particella Che, in vece di Come,
in questa maniera:
S’io esca vivo de dubbiosi scogli,
e arrive il mio exilio ad un bel fine,
ch'ï sarei vago di voltar la vela,
ciò è, Così esca io vivo delli scogli, come io sarei vago di
voltar la vela.
[LXXIV.] Sono Intra e Infra quello stesso, che per ab-
breviamento Tra e Fra si dissero. Delle quali le due vagliono
molto spesso quanto val Dentro: Infra li termini d’una pic-
ciola cella, Andarono infra mare e Fra sé stesso cominciò
a dire, Si mise tanto fra la selva; e la Intra alcuna volta
altresì: Entrato intra le ruine. Quantunque la Fra sia stata
presa talora eziandio in un altro sentimento, che si disse dal
medesimo Boccaccio: Fra qui ad otto dì, in vece di dire:
Di qui ad otto di; quasi dicesse: Fra otto dì. Ma la particella
Tra, la quale s'è alle volte posta latinamente, Interrompere
Interdetto nel verso e Intervenuto Interponendosi nelle pro-
se, è tale volta che vale quanto vale In: Giovan Villani:
I quali mandarono in Lombardia mille cavalieri tra due vol-
te; e il Boccaccio: Sì come colui, che da lei tra una volta
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e altra aveva avuto quello che valeva ben trenta fiorin d’oro.
Tuttavia ella si pone, in quel primo sentimento, cziandio
molte volte con più d'una voce: Tra te e me, Gran pezza
stette tra pietoso e pauroso. Ponsi nondimeno con più d'una
voce ancora, di modo che ella un altro sentimento ha: Sì
che tra per l’una cosa e per l'altra io non volli star più; e
altrove: E già tra per lo gridare e per lo piagnere e per la
paura e per lo lungo digiuno era sì vinto, che più avanti
non potea. La qual particella pare che vaglia quanto suol
valere la Si, due volte o più detta, sì come sarebbe a dire:
Sì per questo e sì per quello. Dissesi oltre acciò da molto
antichi alcuna volta eziandio in vece della O, condizional-
mente posta: E que’ mi domandaro per la verità di cavalle-
ria, ch’io dicessi qual fosse migliore cavaliere tra ’l buon re
Meliadus, o ’l Cavaliere senza paura; e altrove: Li Ro-
mani tennero consiglio qual era meglio tra che gli uomini
avessero due mogli, o le donne duo mariti. Il che si vede
eziandio in Dante, che disse:
La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più,
Et è ancora che Tra si dice alcun'altra volta, in luogo di
dir Tutto; sì come si disse dal Boccaccio: E in brieve, tra ciò
che v'era, non valeva altro che dugento fiorini; ciò è tutto
ciò che v’era. Questa medesima particella tuttavia, quando
col verbo si congiugne, ella ora dalla Intra, che la intera è,
si toglie, Traporre Iramettere, che parimente Intramettere
si disse; ora dalla Trans latina, a cui sempre si leva la N,
Trasporre Trasportare Trasformare Trasandare, perciò che
Translato, che disse il Petrarca, è latinamente, non tosca-
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namente detto, e alcuna volta eziandio la S, Traboccare Tra-
pelare Travagliare, quando propriamente si dice, Trafiggere.
[LXXV.] Dassi al verbo alcuna volta eziandio la Fra, che
dalla Infra si toglie, e fassene Frastornare, e ciò è Adietro
alcuna cosa tornare, con ciò sia cosa che ella non al verbo
Tornare si giugne, anzi al verbo Stornare, che quello stesso
varrebbe se sìusasse a dire; sì come s’usa Sgannare Sdebitare
Scignere, e molti nomi ancora, Smemorato Scostumato Spie-
tato e infiniti altri, ne’ quali la lettera S molto adopera in
quanto al sentimento. Come che altri verbi e altre voci sono,
nelle quali la S nulla può, ma giugnevisi e lasciavisi secondo
che altrui giova di fare: Traviare Trasviare, l'una delle quali
più è del verso e l'altra più delle prose, Guardo Sguardo;
nella qual voce veder si può quanto diligente consideratore,
eziandio delle minute cose, stato sia il Petrarca, perciò che
ogni volta che dinanzi ad essa nel verso aveniva, che esser
vi dovesse alcuna vocale, egli s'aggiugneva la S e diceva
Sguardo, per empiere di quel più la sillaba:
Se ’1 dolce sguardo di costei m’ancide;
ogni altra volta che v’era alcuna consonante, egli allo ’ncon-
tro gliele toglieva, affine di levarne l'asprezza e far più dolce
la medesima sillaba, e Guardo diceva continuo:
Fa ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole
fu sopra ’1 ghiaccio, ond'io solea gir carco.
E ciò medesimamente fece di Pinto e Spinto, per quelle
rade volte che gli avenne di porle nelle sue canzoni', e d’al-
tre. Sono poi altre voci, alle quali la S, che io dico raggiunta,
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né quel molto né questo nulla si vede che può in loro. Puovvi
nondimeno alquanto; sì come sono Spuntare Stendere Scor-
rere Sportato e Sporto, che disse il Boccaccio e Sprovato,
che in sentimento di Ben provato in Giovan Villani disse. E
haccene eziandio alcuna, in cui la S ad un altro modo ado-
pera. Con ciò sia cosa che molto diverso sentimento hanno
Pende e Spende, Morto e Smorto, la qual voce da Smorire si
forma, che è Impallidire, anticamente detto; e nel verso, Pa-
ventare è aver paura e Spaventare è farla; la qual poi nelle
prose vale quanto l'uno e l'altro e formasi dal nome Spa-
vento, là dove Paventare non par che abbia di che formarsi,
ché Pavento per Paura, sì come Spavento, non si può dire.
Dassi a’ verbi e ad altre voci, oltre a queste, non solamente
la Dis, che quello stesso opera che la S, quando ella molto
adopera, e fassene Disama Disface Dispregio Disonore e in-
finite altre; ma ancora la Mis, che diminuimento e man-
chezza dimostra, e formasene Misfare, che è Peccare e com-
mettere alcun male, con ciò sia cosa che quando si fa men
che bene, si pecca, e Misagio, che è Disagio, da Giovan Vil-
lani dette; e Mispatto altresì e Misleale e Miscredenza
dette dal Boccaccio; e alcuna di queste da altri ancora più
antichi, e per aventura dell’altre.
[LXXVI.] Dicesi Quando che sia Come che sia Che che
sia, e vagliono, l'una quanto vale A qualche tempo, e l’altra
quanto vale A qualche modo e dissesi alcuna volta ancora
così: In che che modo si sia; la terza tanto è a dire, quanto
Ciò che si voglia, che si disse eziandio Che vuole dal Boc-
caccio nelle sue ballate:
E che vuol se n’avenga.
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Vale ancora molto spesso quanto Alcuna cosa. Leggesi, oltre
a queste, una cotal maniera di voci: Carpone, quello dimo-
strante, che è l’andare co piedi e con le mani, sì come so-
gliono fare i bambini che ancora non si reggono, formata
dallo andar la terra carpendo, cioè prendendo, dal Petrarca
detta; e Boccone e Rovescione, che sono l'una il cadere in-
nanzi, detta dallo andare a bocca china, o pure lo stare con
la bocca in giù, l'altra il cadere o stare rovescio e supino;
e Tentone, che è l'andare con le mani innanzi a guisa di
cieco, o come aviene quando altri è nel buio, detta dal ten-
tare che si fa, per non percuotere in che che sia"; e Branco-
lone, che è l'andare con le mani chinate, abbracciando e pi-
gliando; e Frugone, frugando e stimolando; e Cavalcione,
che è lo star sopra uomo o sopra altro, alla guisa che si fa
sopra cavallo; e Ginocchione, che quello che ella vale assai
per sé fa palese. E oltre a queste Supin, che disse Dante
nel suo Inferno, in vece di dire Supinamente:
Supin giaceva in terra alcuna gente.
[LXXVII.] Dicesi Forse, che così si pose sempre dagli
antichi. Forsi, che poi s’è detta alcuna volta da quelli del no-
stro secolo, non dissero essi giamai. E dicesi Per aventura
quello stesso. Gnaffe, che disse il Bocaccio nelle sue novel-
le, è parole del popolo, né vale per altro, che per un comin-
ciamento di risposta e per voce che dà principio e via alle
altre. Sono alcune altre voci, le quali, perciò che sono simil-
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mente voci in tutto del popolo, rade volte si son dette dagli
scrittori; sì come è Mai, che disse il Boccaccio: Mai frate il
diavol ti ci reca; che tanto vale quanto Per Dio, forse dal
greco presa e per abbreviamento così detta, e ponsi più
spesso col Sì e col No che con altro, più per uno uso così
fatto, che per voler dire Per Dio sì o Per Dio no, come che
la voce il vaglia. Altro vale la Mai, che disse Dante più volte,
sempre ponendola con la Che:
Io vedea lei; ma non vedea in essa
mai che le bolle, che '1 bollor levava,
e altrove:
La spada di qua su non taglia in fretta,
né tardo, mai ch'al parer di colui,
che desiando o temendo l'aspetta;
perciò che queste due particelle Mai che, le quali dal mede-
simo poeta si dissero alcuna volta Ma che’, vagliono come
vale Salvo che o Se non o simil cosa. E sì come è Fa, dal-
lui similmente una volta posta in queste medesime prose:
Fa, truova la borsa, voce d’invito e da sollecitare altrui a
fare alcuna cosa, che ora si dice Su più comunemente. Quan-
tunque ella alcuna volta vale altro, con ciò sia cosa che Fatti
con Dio tanto a dire è quanto Rimanti con Dio. È oltre acciò
Baco, voce che si dice a bambini per far loro paura, pure
dal Boccaccio nella novella di messer Torello detta: Veg-
giam, chi t’ha fatto baco e ancora nel suo Corbaccio: Quivi,
secondo che tu puoi aver veduto, con suo mantel nero in
capo, e secondo che ella vuole che si creda per onestà molto
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davanti agli occhi tirato, ua facendo baco baco a chi la
scontra.
[LXXVIII.] Sono oltre acciò alcune voci, che si dicono
compiutamente due volte, sì come si dice A pena a pena e
A punto a punto, che poco altro vale che quel medesimo,
le quali si son dette poeticamente e provenzalmente, perciò
che io a messer Federigo do intera fede', ancora così, A
randa a randa, non solo da Dante, ma da altri Toscani an-
cora'; e come A mano a mano, che vale quanto Appresso e
quanto Incontanente e simili, quasi ella così congiunga quello
di che si parla come se egli con mano si toccasse, o al tempo o
al luogo che si dia questa voce, et è non meno del verso che
delle prose; e come Via via, che vale quello stesso, dico
detta due volte; perciò che detta solamente una volta così,
Via, ella vale quanto val Molto, particella assai famigliare e
del verso e delle prose; ma queste d'una lettera la muta-
rono, Vie dicendolane. Vale ancora spesso, quanto Fuori; o
ponsi in segno di allontanamento, e in questo sentimento
Via si dice continuo; e alcuna volta quanto Avanti o quanto
Da o simile cosa, sì come la fe' valere il Boccaccio che disse:
Infin vie l’altieri, ciò è Infino avanti o Infin dall’altrieri;
e alcun'altra si pone in luogo di concessione, e tanto a dir
viene quanto Su: il medesimo Boccaccio: Via faccialevisi
un letto tale, quale egli vi cape; e, Or via diangli di quello
che va cercando; il che si dice medesimamente, Or Oltra
Oltre. Ponsi ancora, oltre a tutto ciò, Via in vece di Fiate;
il che è ora in usanza del popolo, tra quelli che al numerare
e al moltiplicare danno opera nel far delle ragioni. Quan-
tunque Guitton d’Arezzo in una sua canzone la ponesse,
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Spesse via in luogo di Spesse fiate dicendo . E come Ad ora
ad ora, che vale quanto Alle volte, et è del verso, e dicesi al-
cuna volta A otta a otta nelle prose, nelle quali non mancò
che ella ancora così, Otta per vicenda, non si sia detta.
E come è ancora Tratto tratto, che vale anche ella quanto A mano
a mano, o vero quanto Ogni tratto e Ogni punto, che disse il
Boccaccio: E parevagli tratto tratto che Scannadio si dovesse
levar ritto, e quivi scannar lui". E altre voci sono, che due
volte si dicono per maggiore ispression del loro sentimento,
e l’una volta si dicono mezze o tronche, e l’altra intere; sì
come Ben bene, che è delle prose, e Pian piano, che pose il
Petrarca nelle sue canzoni, e Tututto, in vece di Tutto
tutto, che pose il Boccaccio nelle sue ballate, in questi versi:
E de’ miei occhi tututto s’accese,
e ancora,
E com’io so, così l’anima mia
tututta gli apro, e ciò che ’1 cuor desia;
e in altri suoi versi medesimamente, e sopra tutto nella Te-
seide. Né solo la pose ne' versi, ma ancora nelle prose:
I vicini cominciarono tututti a riprender Tofano, e a dare la
colpa allui. Né cominciò tuttavia dal Boccaccio a dirsi Tu
in vece di Tutto, perciò che così si dicea da’ più antichi; sì
come si vede in Giovan Villani, che disse: La notte vegnente
la Tussanti, in vece di dire la Tutti Santi, ciò è la solen-
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nità di tutti i Santi; voce usata a dirsi nella Francia, e per
aventura presa dallei ". Et è questa voce stata da loro detta,
sì come ora da nostri uomini si dice Popoco; avegna che la
voce Tututto sia più tosto nome che altra particella del par-
lare, sì come son l’altre, delle quali io ora vi ragiono; anzi
pure delle quali v’ho ragionato, perciò che a me non soviene
ora più in ciò che dirvi–.
[LXXIX.] Con le quali parole avendo Giuliano dato
fine al suo ragionamento, egli da seder si levò; appresso al
quale gli altri due parimente si levarono, partir volendo. Ma
mio fratello, che pensato avea di tenerli séco a cena, e aveala
già fatta apparecchiare, partire non gli lasciò, pregandogli a
rimanervi. Onde essi, senza molte disdette, di fare ciò che
esso volea si contentarono. E messe le tavole, e data l’acqua
alle mani, tutti insieme lietamente cenarono. E poscia al
fuoco per alquanto spazio dimorati, sopra le ragionate cose
per lo più favellando, e spezialmente messer Ercole, il quale
agli altri promettea di volere al tutto far pruova se fatto gli
venisse di saper scrivere volgarmente, essendo già buona
parte della lunga notte passata, gli tre, mio fratello lascian-
done, si tornarono alle loro case.