L’italiano in Australia: tra eredità migratoria e nuove motivazioni - Flavia Occhipinti

L’italiano in Australia: tra eredità migratoria e nuove motivazioni

di Flavia Occhipinti

 

L’Australia è un caso meritevole di attenzione nel campo della diffusione dell'italiano fuori d'Italia; infatti, si stima che solo nei primi decenni del Novecento vi emigrarono circa 200 mila cittadini italiani, divenendo fin da subito la comunità straniera più numerosa del Paese; l’italiano si affermò dunque come lingua più parlata dopo le lingue aborigene e l’inglese (Castles et al 1992). La crescente popolarità della nostra lingua si rifletté anche nei programmi di insegnamento delle scuole di ogni grado, dalla primaria fino all’università. In particolare, nello Stato del Victoria, nelle scuole primarie e secondarie, almeno tra il 2008 e il 2014, l’italiano è stata la lingua più scelta dagli studenti. Solo a partire dal 2018 è stato ufficialmente superato dal cinese, il quale nel 2008 occupava il sesto posto tra le lingue più studiate, e nel 2014 aveva già raggiunto la quarta posizione (Victoria State Government 2014 per i dati 2008–2014; 2020, per i dati successivi).

Oggi, l’Australia si trova in una fase di cambiamento culturale: a seguito dei nuovi flussi migratori provenienti principalmente dall’Oriente e in misura minore dall’Europa, le lingue del Vecchio Continente sono state sovrastate dal cinese e da altre lingue asiatiche. Nonostante questo calo di popolarità, nel 2019 i dati del MAECI hanno visto primeggiare l’Australia per il più alto numero di studenti di italiano del mondo (MAECI 2019), risultato dovuto, prevedibilmente, non solo al cambiamento di orientamento del Paese rispetto alle politiche assimilazioniste, ma anche alle iniziative promosse dalla comunità italo-australiana e dal governo italiano per preservare la lingua e la cultura italiana oltre confine.

Breve storia dell’emigrazione italiana in Australia

I primi italiani nella terra incognita arrivarono con la spedizione del capitano inglese James Cook del 1770: si trattava di tre uomini, James Matra, Antonio Ponto, e un carcerato, Giuseppe Tusa, probabilmente un marinaio siciliano. Risulta che a quest’ultimo siano appartenuti cinquanta acri di terra nel 1820 e che, dopo aver scontato la pena, rimase in Australia, si sposò, e morì a Sydney nel 1825 (Cecilia 1992). Tra i cittadini liberi, invece, si osservano i nomi di Pietro Patullo, Giovanni d’Arietta, il medico Fattorini, il pastore Giustiniani, e il farmacista Giuseppe Bosisto, tutti stabilitisi nel Queensland del Nord dove si occuparono prevalentemente della coltivazione della canna da zucchero. Questo fu per molti il punto di partenza per la costruzione delle proprie aziende agricole e spinse anche i familiari rimasti in patria a trasferirsi dall'altra parte del mondo (Campolo 2009).

È anche in virtù dei rapporti fra la Chiesa cattolica italiana e quella australiana di quel periodo che gli arrivi nel nuovissimo continente non subirono alcun calo. Il primo vescovo d’Australia, infatti, nel 1842 reclutò in Europa sacerdoti disposti a trasferirsi oltreoceano per svolgere un’attività missionaria volta alla conversione degli aborigeni. Tra questi, c’era Don Angelo Confalonieri che apprese diversi dialetti aborigeni riuscendo quindi a tradurre vari testi sacri (idem).

Il periodo compreso tra il 1921 e il 1925 registra il maggior numero di arrivi dall’Italia, pari a circa 17.092 persone (Cecilia 1992), in evidente aumento per via delle politiche di immigrazione restrittive attuate dagli Stati Uniti nello stesso periodo. In aggiunta, in Australia approdarono circa 18.500 prigionieri di guerra italiani, provenienti sia dalle acque territoriali sia da Medio Oriente e India. L’importazione di prigionieri italiani diede un contributo rilevante all’economia australiana durante gli anni di guerra poiché vennero impiegati come manodopera e costretti a svolgere mansioni pericolose, rifiutate dagli operai locali. All’indomani della fine del secondo conflitto mondiale fu attuata la politica del Populate or Perish, ‘popolare o perire’, finalizzata ad aumentare rapidamente la popolazione con l’obiettivo di favorire un’immigrazione familiare permanente e di equiparare il numero dei lavoratori a quello dei consumatori (Castles 1992). In questo contesto, il Department of Immigration avviò programmi migratori che inizialmente fecero ricorso esclusivamente a individui inglesi, al fine di mantenere l’omogeneità culturale; tuttavia, poiché il numero di questi ultimi si rivelò insufficiente, fu progressivamente consentito anche l’arrivo di altri emigranti europei.

 

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La comunità italiana in Australia (Fonte: https://www.ufficistampanazionali.it/2025/01/26/lemigrazione-italiana-in-australia/)

 

Il censimento del 1986 rilevò che il 41,2% della popolazione era costituito da individui appartenenti alla prima e alla seconda generazione di famiglie migranti e, nello specifico, gli individui con almeno un genitore nato in Italia risultarono 300.997 (Castles–Vasta 1992). È opportuno sottolineare che, nel medesimo periodo, l’Australia adottava il principio dello ius soli; di conseguenza, i soggetti appartenenti alla seconda generazione risultavano già in possesso della cittadinanza australiana. 

Alla fine del secolo scorso, la seconda generazione (intesa come quella nata da emigrati italiani giunti nel secondo dopoguerra) aveva una conoscenza limitata dell’italiano, per lo più dialettale, dato l’apprendimento spontaneo a casa, mai scolarizzato e raffinato dal punto di vista grammaticale. Ciononostante, con il cambio di direzione del Paese verso il multiculturalismo, i figli degli immigrati diventarono alquanto essenziali per svariati settori della vita pubblica, non solo per le crescenti richieste di traduttori e interpreti, ma anche per l’incremento della domanda di insegnanti d’italiano per le scuole (Bettoni - De Biase 1992: 322).  La prima cattedra universitaria d’italiano fu istituita a Sydney nel 1963 come materia complementare e, come ipotizzabile, si seguivano approcci rigorosamente grammaticali, basati sulle traduzioni e sullo studio della letteratura. Nello stesso periodo, nelle scuole superiori, l’italiano era presente solo come materia da certificare all’esame finale e non come materia di insegnamento, perciò il numero degli esaminandi era molto basso. È tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, a seguito dell’adozione delle politiche multiculturali, che l’italiano iniziò ad essere insegnato anche nelle scuole elementari pubbliche e, in misura maggiore, in quelle private cattoliche; contemporaneamente, nelle scuole superiori aumentò il numero di lingue comunitarie selezionabili per l’esame di maturità (Campolo 2009). 

E oggi? Promuovere l’italiano solo come lingua della tradizione migratoria è ancora efficace, o sarebbe più utile puntare sul suo valore culturale e contemporaneo per coinvolgere le nuove generazioni?

febbraio 2026

Per saperne di più

Bettoni C.-De Biase (1992), L’insegnamento dell’italiano in Australia, in Fiorato et al, L’insegnamento della lingua italiano all’estero, Torino, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli.

Campolo C. (2009), L’italiano in Australia, «Italiano LinguaDue», I 1, 128-128.

Castles et al (a cura di) (1992), Italo-australiani. La popolazione di origine italiana in Australia, Torino, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli.

Castles S.-Vasta E. (1992), L’emigrazione italiana in Australia, in Castles et al (a cura di), Italo-australiani. La popolazione di origine italiana in Australia, Torino, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, pp. 97-119

Cecilia T. (1992), Gli italiani in Australia, 1788-1940: una cronistoria, in Castles et al (a cura di), Italo-australiani. La popolazione di origine italiana in Australia, Torino, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, pp. 33-49.

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