L’insegnamento della punteggiatura nelle grammatiche scolastiche - Claudia Arcari

di Claudia Arcari

 

Tra gli aspetti della lingua che più spesso mettono in crisi gli e le scriventi c’è la punteggiatura. Il suo uso, infatti, è determinato da molte variabili e spesso non c’è una regola precisa pronta a dipanare i dubbi; soprattutto, molte volte, non c’è un’unica scelta interpuntiva corretta, ma un ventaglio di possibilità, più o meno efficaci a seconda del testo e delle intenzioni di chi scrive. Insegnare a usare la punteggiatura vuol dire allora allenare la sensibilità dell’apprendente alle funzioni testuali dell’interpunzione, cioè spostare il focus dal concetto di giusto/sbagliato a quello di “testo più o meno felice”. Un primo punto di partenza per farlo è il libro di grammatica.

 

 

1. Le grammatiche tradizionali

Non è raro sentir dire che la punteggiatura serva a indicare le pause del respiro durante la lettura; questa visione è frutto di grammatiche scolastiche che hanno diffuso una visione prosodico-intonazionale della punteggiatura, prospettiva decisamente riduttiva rispetto alla realtà. L’interpunzione, infatti, svolge anche una funzione logico-sintattica e comunicativo-testuale, ma le grammatiche tradizionali spesso trascurano questi due aspetti, o al massimo fanno cenno ai legami logico-sintattici. Questo è il primo limite della didattica quando si parla di punteggiatura: il restare in superficie, affrontando solo la questione dei rapporti tra segni interpuntivi e intonazione. Un secondo limite risiede nella quantità di tempo che a scuola è dedicato all’argomento e allo spazio che questo occupa all’interno delle grammatiche: si tratta sempre di pochissime pagine, spesso all’interno delle sezioni di ortografia o fonologia, come se la punteggiatura avesse a che fare solo con la lettura orale dei testi o fosse fatta di segni privi di significato, anziché essere uno strumento utile all’organizzazione del testo. Ma il limite più grande risiede nell’impostazione deduttiva e prescrittiva di molte grammatiche, che danno subito definizioni e regole e poi chiedono di dimostrare di aver immagazzinato quanto detto. In questo modo, l’apprendente non è parte attiva del processo educativo e al massimo raggiunge un apprendimento mnemonico. Inoltre, l’applicazione di questi metodi è quasi sempre ancorata alla dimensione frasale, anziché essere calata nella realtà comunicativa fatta, invece, di testi vari e complessi. Tipici di questo approccio normativo e limitato sono regole come “la virgola non va mai posta prima della congiunzione e”, la presenza di esercizi meccanici come “inserisci il punto interrogativo al posto giusto” e il numero ridotto di attività su tipologie testuali diverse.

Libri scolastici così impostati risultano inadeguati allo sviluppo delle competenze di scrittura, eppure sono ancora molto adottati. 

 

2. Le grammatiche più innovative

Se insegnare a usare la punteggiatura vuol dire avere a che fare con il piano del testo, va da sé che una didattica moderna dovrebbe lavorare proprio su quest’ultimo. L’apprendimento dovrebbe partire dalla lettura dei testi e, in ottica induttiva, ricavare da questi delle regole. L’ideale sarebbe lavorare su più tipologie testuali, in modo da far emergere il valore comunicativo dei segni di punteggiatura e coglierne anche le possibili variazioni in base ai diversi tipi. Si prendano, ad esempio, alcune ricette di cucina – cioè testi regolativi – e alcuni racconti – cioè testi narrativi: i due punti nelle ricette ricorreranno sistematicamente come segnale di apertura dell’elenco degli ingredienti, mentre nei racconti i due punti potranno essere usati in modo più flessibile e per molteplici scopi (aprire il discorso diretto, partecipare alla progressione del testo dividendo due enunciati, creare una struttura focalizzante, ecc.).

 Una grammatica scolastica innovativa, dunque, non partirà dalla regola, ma dall’osservazione diretta dell’interpunzione. L’obiettivo primario deve essere l’acquisizione degli usi più comuni, per poi arrivare gradualmente a quelli più complessi, cioè quelli che, a scopo creativo e stilistico, violano le consuetudini interpuntive più comuni. Questo processo graduale deve rispettare i tempi e l’intelligenza dell’apprendente, proponendo compiti che non siano né troppo semplici né troppo complessi, per evitare da un lato la mancanza di stimoli e dall’altro il generarsi di sentimenti di frustrazione o senso di inadeguatezza. La gradualità deve poggiare anche sulla ridondanza: l’argomento dovrebbe infatti essere ripreso più volte nel corso degli anni di istruzione.

È inoltre fondamentale che le attività risultino coinvolgenti per l’apprendente, soprattutto se di giovane età: un approccio ludico e uno sfondo narrativo in cui muoversi possono fare la differenza in fase di verifica e, soprattutto, nella fase di costruzione della competenza, quando a fare da guida dovrebbe essere il piacere della scoperta. Interessanti esempi di approcci induttivi basati sulla scoperta sono stati elaborati da Silvia De Martini e Simone Fornara nel corso di una ricerca i cui risultati sono pubblicati nel testo La punteggiatura dei bambini. Uso, apprendimento e didattica, pubblicato da Carocci (2013). Quanto alle grammatiche attualmente in commercio, si può vedere qualche tentativo di miglioramento rispetto a quelle più tradizionali, però si tratta solo di piccoli spiragli di luce in un panorama ancora piuttosto buio. Vediamo qualche esempio nel prossimo paragrafo.

 

3. Qualche esempio

Per quanto riguarda le spiegazioni teoriche – che comunque dovrebbero venire in un secondo momento e non essere il primo contatto dell’apprendente con il funzionamento della punteggiatura – un buon punto di vista può essere quello di Parole e testi in gioco (Fornili, Serafini, 2019, p. 31):

 

A che serve la punteggiatura? Ai bambini piccoli si dice che serve a indicare le pause del parlato. È vero solo in parte; la punteggiatura serve soprattutto a far capire al lettore l'organizzazione di frasi e periodi: ha una funzione logica. In alcuni casi, senza la punteggiatura le frasi risultano ambigue: cioè, possono avere più di un significato.

 

In queste poche righe, dopo aver richiamato l’attenzione su quelle che dovrebbero essere conoscenze già acquisite, si cerca di approfondire il tema presentando la funzione logico-sintattica dell’interpunzione e si accenna alla sua possibile influenza sul significato del testo, riportando anche un esempio concreto in cui si confrontano due brevi testi con l'ausilio di due immagini corrispondenti.

 

Flavia Fornili, Maria Teresa Serafini, Parole e testi in gioco. Parlare e scrivere bene (ed.rossa), Bologna, Zanichelli editore, 2019, pp. 31-32.

 

Per quanto riguarda la verifica delle conoscenze, i tentativi creativi che vadano oltre i soliti esercizi meccanici sono pochi.

Un espediente utile può essere far lavorare alunne e alunni in gruppo sotto la regia dell’insegnante, in modo da sfruttare il concetto vygotskijano di zona di sviluppo prossimale. Un buon esempio di questo genere si trova nella grammatica Si può dire (Degani, Mandelli, Viberti, 2020), in cui, alle pagine 51-52, è proposto un compito di realtà il cui scopo è “realizzare, con la tua classe, un fumetto che illustri e presenti le principali regole ortografiche della lingua italiana agli altri studenti della tua scuola”: lavorando in gruppo su un linguaggio particolare (e poco affrontato) come il fumetto, l’apprendente può sentirsi maggiormente coinvolto rispetto magari alla semplice ripetizione di ciò che ha studiato.

Anche le attività individuali, però, possono essere impostate in modo più stimolante, come avviene all’esercizio numero 112 a pagina 61 di Parole e testi in gioco (Fornili, Serafini):

 

Un tuo compagno molto originale e appassionato di grammatica ti dà il biglietto di invito alla sua festa; sul retro ha messo le indicazioni per raggiungere casa sua, che ha volutamente scritto in disordine e senza punteggiatura. Per poterci andare, devi ricostruire il messaggio.

Ciao, sarò felice di averti alla mia festa, ma la troverai solo se riuscirai a risolvere questo rompicapo: riordina le frasi e aggiungi 2 «punti e virgola», 7 «virgole», 3 «due punti», 1 «punto di domanda», 2 «puntini di sospensione», 2 «punto esclamativo», 1 «trattini».

tu gira a sinistra e dopo cento metri vedi un cancello verde molto alto

anzi per prima cosa da dove parti ah facciamo che parti da scuola così è facilissimo

prima prendi la tangenziale fino all’uscita Aeroporto

ecco sei arrivato suona il campanello e buon divertimento

allora per arrivare a casa mia devi fare questa strada

poco dopo trovi un bivio a sinistra vai verso il mare a destro verso Venezia

poi alla rotonda giri a destra

 

Si tratta di un esercizio di inserimento di segni, ma essendo presentato come un’attività con uno scopo da raggiungere, ed essendo posto all’interno di una cornice narrativa, risulta meno noioso e sollecita maggiormente la partecipazione attiva dell’apprendente; inoltre, il disordine delle indicazioni aumenta la difficoltà e obbliga lo studente o la studentessa a sforzarsi ancora di più per riuscire a ricavare la plausibile struttura del testo.

Infine, possono essere utili esercizi come il numero 9 a pagina 44-45 di Chiaro e tondo (Drago, Rossini, Viberti, 2023), in cui gli studenti e le studentesse sono esplicitamente chiamati a riflettere sulla sfera del significato:

 

Spiega quali differenze di significato sono prodotte nelle seguenti frasi dalla diversa disposizione della punteggiatura.

Esempio:

Hai visto, Dino? Ha mantenuto la parola. → Il parlante si rivolge a Dino. Non si sa chi abbia mantenuto la parola.
Hai visto? Dino ha mantenuto la parola → Non si sa a chi sia rivolta la domanda. A mantenere la parola è Dino.

 

Quelli appena elencati sono naturalmente solo pochi esempi, però dimostrano che un’alternativa ai classici “correggi i segni di punteggiatura errati”, “inserisci le virgole dove mancano” e così via è possibile, se lo si desidera.

 

4. Si può fare di più?

Fermo restando che dei piccoli miglioramenti ci sono stati, questi ultimi sono solo marginali all’interno del panorama generale, e rimane comunque il problema della scarsa attenzione alla dimensione testuale. Si tratta di una questione di impianto metodologico generale, legata alla difficoltà dell’insegnare regole testuali anziché grammaticali e legata al conservatorismo delle case editrici, per le quali puntare su prodotti diversi da quelli classici rappresenta un rischio economico. La strada verso una didattica modernamente intesa è quindi ancora lunga e ripida, ma è necessario iniziare a batterla se si vogliono raggiungere solide competenze linguistiche che puntino alla riflessione sulla lingua più che alla grammatica.

 

Per saperne di più

Anna Degani, Anna Maria Mandelli, Pier Giorgio Viberti, Si può dire (vol. A), Torino, SEI – Società Editrice Internazionale, 2020.

Silvia Demartini, Simone Fornara (a cura di), La punteggiatura dei bambini. Uso, apprendimento e didattica, Roma, Carocci, 2013.

Paola Drago, Rosaria Rossini, Pier Giorgio Viberti, Chiaro e tondo (vol. A), Torino, SEI – Società Editrice Internazionale, 2023. 

Angela Ferrari, Letizia Lala, Interpunzioni creative. Esempi letterari degli anni Duemila, Firenze, Franco Cesati Editore, 2021. 

Simone Fornara, La punteggiatura, Roma, Carocci, 2010. 

Simone Fornara, Alla scoperta della punteggiatura. Proposte didattiche per riflettere sul testo, Roma, Carocci, 2012.

Flavia Fornili, Maria Teresa Serafini, Parole e testi in gioco. Parlare e scrivere bene. Edizione rossa (vol. 1, Quaderno), Bologna, Zanichelli Editore, 2019.

Massimo Palermo, Le regole della grammatica e le regole del testo. Riflessioni in chiave didattica, in «Italiano a scuola», vol. 3, 2021, pp. 191-206. Disponibile in rete al collegamento https://doi.org/10.6092/issn.2704-8128/12993.

 

 

 gennaio 2025

 

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