Autore:
Leon Battista Alberti | Alberti Leon Battista
Luogo:
s.l. | Firenze
Periodo: 1425-1450
Tipo: Grammatica
Scheda Prima Edizione:
Metalingua:
Italiano
Lingua oggetto:
Italiano
Sistema di scrittura:
Latino
Consistenza: 16 carte
Autore
Leon Battista Alberti nacque a Genova nel 1404 durante l’esilio della famiglia da Firenze. Dopo una formazione umanistica, probabilmente presso Gasparino Barzizza a Padova, studiò diritto canonico a Bologna, laureandosi nel 1428. In seguito fu attivo a Roma come segretario e abbreviatore apostolico presso la corte pontificia; tali incarichi gli garantirono stabilità economica e lo inserirono in un ambiente di alto livello culturale, favorendo anche l’avvio dei suoi interessi scientifici e architettonici.
Negli anni romani Alberti iniziò a elaborare i primi libri dei Della Famiglia, poi rielaborati nel periodo fiorentino (1434-1443). L’opera, strutturata in dialoghi, affronta temi come l’educazione dei figli, l’amore, la gestione economica e l’amicizia. I Libri de Familia costituiscono un esempio di grande rilievo di prosa volgare in un’epoca in cui il primato culturale del latino era ancora fortemente difeso dagli umanisti. In particolare, la dedica del terzo libro si inserisce nel dibattito sul rapporto tra latino e volgare, richiamando le discussioni romane e fiorentine degli anni Trenta del Quattrocento. Alberti vi offre una difesa energica della lingua toscana, valorizzandone l’utilità, la diffusione e le potenzialità di sviluppo, a condizione che venga usata consapevolmente da buoni scrittori.
La sua prosa rappresenta un tentativo concreto di attribuire dignità letteraria al volgare, anche attraverso l’innesto di elementi sintattici e lessicali di matrice latina, mentre sul piano dei contenuti l’autore fonde la tradizione degli antichi con l’esperienza contemporanea della propria famiglia. Questa posizione fa di Alberti una figura centrale nel processo di legittimazione culturale del volgare nel Quattrocento.
Rientrato a Firenze nel 1434, Alberti frequentò artisti, umanisti e poeti anche di lingua volgare e fu profondamente colpito dal rinnovamento artistico cittadino. Nel 1441 organizzò, insieme a Piero di Cosimo de’ Medici, il Certame Coronario, gara poetica in volgare sul tema dell’amicizia: un episodio di grande importanza nella sua azione a favore del volgare, che veniva sottoposto al giudizio di una commissione di dotti tradizionalmente legati al latino.
Dal 1443 Alberti tornò stabilmente a Roma, dove progressivamente si dedicò soprattutto all’architettura e agli studi scientifici, pur continuando a scrivere opere letterarie. Tra i suoi lavori maggiori si colloca il De re aedificatoria, che gli valse il titolo di “Vitruvio fiorentino”. Negli ultimi anni progettò importanti edifici a Firenze e Mantova. Morì a Roma nel 1472.
Data e trasmissione del testo
La Grammatichetta fu composta tra il 1438 e il 1441. Il testo è conservato in un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana, il codice Reginense Latino 1370 (di qui la denominazione di Grammatichetta vaticana) ed è rimasto a lungo inedito; la sua importanza è stata riconosciuta pienamente solo agli inizi del Novecento.
Titolo e natura dell’opera
Il testo è anepigrafo, cioè senza titolo: nella carta iniziale del manoscritto si legge Della Thoscana senza auttore; non è il titolo originale, bensì un’aggiunta a mano di Pietro Bembo. Un'ipotesi - forse un po' maliziosa ma non infondata - è che Bembo potrebbe aver inserito questa nota per sviare chi trovasse il manoscritto, allo scopo di accreditarsi come primo autore di una grammatica del volgare.
L’appellativo Grammatichetta vaticana, oltre che alla collocazione, è dovuto anche alla brevità del testo (16 carte). Si noti che la lingua oggetto è sempre etichettata da Alberti come “toscana”, ma le descrizioni in essa contenute corrispondono sostanzialmente al fiorentino quattrocentesco.
Tra seconda metà del Trecento e il primo Quattrocento, infatti, il fiorentino aveva subito una trasformazione, assorbendo dalle varietà toscane circostanti alcuni tratti ormai identificati e studiati in profondità: spesso questi emergono anche dal testo di Alberti, grazie alla sua capacità di cogliere la modernità della lingua che descrive (per es., l’articolo el/e, le forme verbali come sete, fusti, fussi).
Contesto culturale e linguistico
Nel Quattrocento, la grammatica è ancora legata quasi esclusivamente al latino, considerata l’unica lingua che possa essere oggetto di descrizione scientifica. Alberti rompe questa tradizione applicando al volgare le categorie della grammatica latina. La Grammatichetta si colloca così in una fase precoce della riflessione sulla lingua italiana, precedente alla “questione della lingua” cinquecentesca e alla pubblicazione delle grandi grammatiche normative. Va da sé che la mancata circolazione dell'opera fece sì che durante la discussione che coinvolse gli intellettuali nel primo Cinquecento non si potesse ricorrere all'esempio di Alberti, che con la sua opera diede dignità non solo al volgare fiorentino del suo tempo ma anche all'oralità della lingua.
Alberti cominciò ad occuparsi dei rapporti tra latino e volgare almeno a partire dal 1435, in occasione di una discussione nata quello stesso anno a Firenze sulla natura della lingua usata nell'antica Roma, a cui parteciparono i massimi esponenti dell'Umanesimo del primo Quattrocento, in particolare Biondo Flavio e Leonardo Bruni. In sintesi, i due esprimevano le seguenti posizioni: secondo Flavio, a Roma, tutti parlavano la stessa lingua, il latino (se pur con diversi registri); il parere di Bruni, invece, era che nell'antichità si verificasse la stessa condizione di diglossia che caratterizzava la società quattrocentesca, ovvero la grammatica (il latino), da una parte, e il volgare (privo di regole e struttura) dall'altra. La tesi di Bruni fu in realtà fraintesa, e la discussione si spostò sui rapporti genetici (e gerarchici) tra latino e volgare. Ciò che qui interessa, al di là della volontà iniziale dei due intellettuali, è che la posizione di Biondo riconosceva dignità al volgare, in quanto storicamente derivato dal latino. Alberti, più che schierarsi da una parte o dall'altra, si inserisce spostando l'interesse dalla lingua antica a quella moderna, riprendendo a proprio vantaggio le teorie di Biondo e opponendosi alle tesi attribuite a Bruni: in sostanza, ciò che Alberti afferma nel proemio aggiunto al III dei Libri de Familia, è che se il latino è divenuto eccelso grazie ai grandi scrittori, lo stesso può accadere al volgare, a patto che venga coltivato, perfezionato e usato nei registri alti secondo canoni umanistici.
Emblematica, in questo senso, è l’iniziativa del Certame coronario (1441), concorso di poesia in volgare ideato da Alberti: nonostante l’assenza di un vincitore, l’evento mostra l’intento di trasferire il volgare nei territori “alti” dell’umanesimo (temi, forme e prestigio del latino).
Contenuto e apporto generale dell’opera
In quegli stessi anni, Alberti compie un'operazione ancora più importante per la valorizzazione della lingua volgare: quella di farne emergere per la prima volta nella storia della nostra lingua la struttura in modo inequivocabile, descrivendola in una grammatica, con gli stessi criteri e secondo le stesse categorie usate per il latino.
Il volgare descritto da Alberti è quindi il fiorentino del Quattrocento, osservato in prospettiva sincronica (diversamente da come faranno Fortunio e Bembo, Alberti non assume come modello esclusivo il fiorentino trecentesco di Dante, Petrarca e Boccaccio, ma la lingua viva del suo tempo).
Conformemente a tutta la politica linguistica albertiana, la descrizione è «umanisticamente» fondata sul modello classico: Alberti descrive la lingua d’uso mediante le categorie applicate dai grammatici classici alla lingua latina, anche con l’intento di dare prestigio alle strutture della lingua volgare.
Di grande modernità è la proposta di un sistema ortofonico, che anticipa le ipotesi cinquecentesche, da Trissino a Bartoli, ponendo l’accento sulla mancanza di biunivocità tra il sistema fonetico del volgare e il sistema grafico di origine latina che si stava lentamente stabilizzando. L’alfabeto ortofonico di Alberti è funzionale alla descrizione pratica e chiara dell’inventario dei fonemi del fiorentino contemporaneo. Fondamentale e costante, infatti, nella Grammatichetta, è il riferimento all’uso e al parlato, senza richiami all’autorità degli scrittori, con grande attenzione all’oralità. Lo dimostrano anche gli esempi inventati sulla base del parlato quotidiano fiorentino quattrocentesco: Chi fu el maestro?, Che ti costa?, Se fussero amatori de la patria, e’ sarebbero più felici. Si noti infine che, per dar prova della necessità di regole anche nel volgare, Alberti conia anche una frase agrammaticale: Tu hieri andaremo alla mercati.
a cura di Dalila Bachis
Simone Fornara (2005), Breve storia della grammatica italiana, Roma, Carocci |
Ciro Trabalza (1908), Storia della grammatica italiana, Milano, Hoepli |
Giuseppe Patota (1999), Lingua e linguistica in Leon Battista Alberti, Roma, Bulzoni |
Giovanni Ponte (1991), Leon Battista Alberti : umanista e scrittore, Genova, Tilgher |
Il ms. Vaticano Reginense Latino 1370 «contiene l'unica copia a noi pervenuta del testo della Grammatichetta» (Patota, 1996: 57). Esistono, inoltre, alcune stampe: T, Regole della lingua fiorentina in Trabalza (1908: 535-548), «trascrizione diplomatica del testo vaticano, che l'editore ha inteso conservare in tutta la sua integrità anche a scapito dell'interpretazione» (Patota, 1996: 62); G1, La prima grammatica in Grayson (1964), e G2, L.B. ALBERTI, Grammatica della lingua toscana, in Grayson (1973: 175-193). Patota (1996: 62 e ss.) spiega che «in G1 e in G2 sono corretti alcuni errori di trascrizione di T» e che «G1 e G2 propongono una cospicua e persuasiva serie di emendamenti e di integrazioni al manoscritto che migliorano di molto il testo di T», e indica i luoghi in cui, rispetto a G1 e G2, ha scelto di ripristinare il testo del ms.
L'edizione della Grammatichetta che si sceglie di seguire è quella di Patota, Vallance (2003: 1-41), per la quale l'autore dichiara che «Je reproduis ici le texte de P [P = Patota, 1996: 15-39], dont les critères généraux ainsi que les amendements et les modifications par rapport aux éditions précédentes sont indiqués ci-après, avec quelques corrections et des ajustements mineurs»: (Ivi, p. LXXXVIII). Si ringrazia Giuseppe Patota per la gentile concessione della trascrizione del testo.
Si riporta di seguito la suddivisione degli argomenti presente nella Grammatichetta; l'indicazione del numero di pagina e del paragrafo segue Patota, Vallance (2003: 1-41):
ORDINE DẺLLE LÆTTẺRE PẺLLA LINGHUA TOSCHANA, p. 1
GRAMMATICHETTA, p. 7
[1] <Q> ue’ che affermano la lingua latina non essere stata comune [...], p. 9
[2] Ordine dẻlle lettere, p. 9
[3] Vochali, p. 11
[4] <O>gni parola e dictione Toscana finisce in vocale [...], p. 11
[5] Le chose, in molta parte, hanno in lingua toscana que’ medesimi nomi che in latino., p. 11
[6] Non hanno ẻ Toscani fra ẻ nomi altro che masculino e feminino [...], p. 11
[7] Ẻ casi de’ nomi si notano co’ suoi articoli [...], p. 11
[8] Item, ẻ nomi proprii sono varii da gli appellativi., p. 11
[9] Masculini che cominciano da consonante hanno articoli simili a questo [...], p. 13
[10] Masculini che cominciano da vocale fanno in singulare simile a questo [...], p. 13
[11] Ẻ nomi masculini che cominciano da s- preposta a una consonante hanno articoli simili a quei che cominciano da vocale, [...], p. 13
[12] Nomi proprii masculini non hanno ẻl primo articolo [...], p. 13
[13] Proprii masculini che cominciano da consonante in singulare fanno così [...], p. 13
[14] Nomi proprii che cominciano da vocale nulla variano da’ consonanti [...], p. 13
[15] In plurale, non s’adoperano ẻ nomi proprii [...], p. 13
[16] Ẻ nomi feminini, ó proprii o appellativi [...], p. 13
[17] Ẻ nomi delle terre s’usano come proprii, e dicesi [...], p. 15
[18] Et simili a’ nomi proprii s’usano ẻ nomi de’ numeri [...], p. 15
[19] Et quei nomi che si referiscono a numeri non determinati [...], p. 15
[20] Ẻ nomi che importano seco interrogatione [...], p. 15
[21] Chi s’usa circa alle persone, e dicesi : Chi scrisse ?, p. 15
[22] Che significa quanto presso a ẻ Latini qui et quid [...], p. 15
[23] Chi, di sua natura, serve al masculino [...], p. 15
[24] Chi sempre si prepone al verbo ; che si prepone e postpone, p. 17
[25] Che, praeposto al verbo, significa quanto presso a ẻ Latini quid et quantum e quale [...], p. 17
[26] Che, postposto al verbo, significa quanto apresso ẻ Latini ut et quod [...], p. 17
[27] Ẻ nomi, quando ẻ dimostrano cosa non certa e diterminata [...], p. 17
[28] Ẻ nomi simili a questo : primo, secondo, vigesimo [...], p. 17
[29] Uno, due, tre e simili, quando ẻ significano ordine [...], p. 17
[30] Fra tutti gli altri nomi appellativi, questo nome, Dio [...], p. 17
[31] Gli articoli hanno molta convenientia co’ pronomi [...], p. 19
[32] De’ pronomi, ẻ primitivi sono questi [...], p. 19
[33] Non troverrai in tutta la lingua toscana casi mutati in voce altrove [...], p. 19
[34] Muta o in i, e harai ẻl plurale, e dirai [...], p. 19
[35] Et così, sarà costui e lui e cholui simili a quegli in singulare [...], p. 19
[36] Questo e quello mutano -o in -a [...], p. 19
[37] Lui, chostui, cholui mutano u in -e [...], p. 19
[38] Vedesti come, simile a’ nomi propri, questi pronomi primitivi non hanno el primo articolo [...], p. 21
[39] Derivativi pronomi sono questi, e declinansi così [...], p. 21
[40] Mutasi come a ẻ nomi l’ultima in a e fassi el singulare femminino [...], p. 21
[41] In uso, s’adoprano questi pronomi non tutti a un modo [...], p. 21
[42] Lui e cholui dimostrano persone [...], p. 21
[43] Questo e quello serve a ǒgni dimostratione [...], p. 23
[44] Ẻ et ẻl, lo e la, le e gli, quali, giunti a’ nomi, sono articoli [...], p. 23
[45] Ma di questi, egli et ẻ hanno significato singulare e plurale [...], p. 23
[46] Potrei, in questi pronomi, esser prolixo [...], p. 23
[47] Sequitano ẻ verbi [...], p. 23
[48] Indicativo [...], p. 25
[49] Hanno e Toscani, in voce, uno preterito quasi testé [...], p. 25
[50] Imperativo [...], p. 25
[51] Optativo [...], p. 25
[52] Subienctivo [...], p. 25
[53] Et usasi tutto l’indicativo – di questo e d’ogni altro verbo – quasi come subienctivo [...], p. 25
[54] Infinito: Essere ; essere stato, p. 27
[55] Gerundio : Essendo, p. 27
[56] Participio : Essente, p. 27
[57] Dirassi adonque, per dimostrare ẻl passivo [...], p. 27
[58] Hanno ẻ Toscani certo modo subienctivo in voce, non notato da ẻ Latini [...], p. 27
[59] Sequitano ẻ verbi activi [...], p. 27
[60] Indicativo [...], p. 27
[61] In questa lingua ogni verbo finisce in o la prima indicativa presente [...], p. 29
[62] Imperativo [...], p. 29
[63] Optativo [...], p. 29
[64] Subienctivo [...], p. 29
[65] Assertivo [...], p. 29
[66] Infinito: amare, havere amato, p. 29
[67] Gerundio: amando, p. 29
[68] Participio: amante, p. 29
[69] Vedi come a ẻ tempi testè perfetti et al futuro del subienctivo [...], p. 31
[70] Nè troverrai in tutta la lingua toscana verbi monosyllabi altri che questi sei [...], p. 31
[71] In tutti ẻ verbi, come fa la seconda persona singulare del preterito [...], p. 31
[72] Do : da tu, dia lui [...], p. 31
[73] Do : Dio ch’io dia, tu dia, lui dia [...], p. 31
[74] Sequita la coniugatione in e [...], p. 33
[75] Dicemo de’ preteriti, resta a dire de gli altri, p. 33
[76] Imperativo [...], p. 33
[77] Optativo [...], p. 33
[78] Verbi impersonali si formano della terza persona del verbo activo [...], p. 35
[79] Sequitano le prepositioni [...], p. 35
[80] Di, preposto allo infinito [...], p. 35
[81] Quelle de più syllabe sono queste [...], p. 35
[82] Prepositioni quale s’adoperano solo in compositione [...], p. 35
[83] Sequitano gli adverbii [...], p. 35
[84] Usa la lingua toscana questi adverbii in luogo di nomi giuntovi l’articolo [...], p. 37
[85] Item, a similitudine della lingua gallica [...], p. 37
[86] Interiectioni [...], p. 37
[87] Coniunctioni [...], p. 37
[88] Et congiunge ; nè disiunge ; o divide [...], p. 37
[89] Et questo ne ha vario significato e vario uso, p. 37
[90] Et questo ne, se sarà subiuncto a nome o al pronome [...], p. 39
[91] Et questo ne, postposto al verbo [...], p. 39
[92] Adonque, doppo l’indicativo monosyllabo [...], p. 39
[93] Non mi stendo ne gli altri simili usi a questi [...], p. 39
[94] E vitii del favellare, in ogni lingua [...], p. 39
[95] Alieni sono, in Toscana, più nomi barberi [...], p. 41
[96] In qualche parte mutati saranno quando alle dictioni s’agiugnerà [...], p. 41
[97] Molto studia la lingua toscana d’essere breve et expedita [...], p. 41
[98] E, mutando lettere, dicono mie pro mio e mia [...], p. 41
[99] Si questo nostro opuscolo sarà tanto grato a chi mi leggerà quanto fu laborioso [...], p. 41
[100] Cittadini miei, pregovi [...], p. 41