Si fa presto a dire grammatica: le diverse forme delle trattazioni grammaticali italiane attraverso i secoli (parte 2) - Andrea Cortesi

Andrea Cortesi

 

Nella prima parte del percorso abbiamo visto le più importanti grammatiche tradizionali, quelle destinate specificamente alla scuola e quelle concepite in forma dialogica: tre tipologie che possono incrociarsi e sovrapporsi. Guardando alla produzione dei secoli scorsi, si possono però scorgere trattazioni grammaticali strutturate in altri modi, secondo schemi diversi da quelli impiegati oggi. Proseguiamo quindi la nostra rassegna con questi ultimi tipi.

 

5. Che confusione: le osservazioni sparse e le opere composite

Nel titolo scelto per la sua opera, Corticelli fa riferimento a un metodo, intendendo «un’esposizione ordinata e facilmente consultabile della materia grammaticale» (Marazzini 1997, p. 9). Se oggi può sembrarci un aspetto ovvio, non era così al tempo, quando le opere grammaticali potevano essere costituite anche da una sequenza di varie osservazioni, non per forza disposte secondo un ordine coerente.

Per fare qualche nome, non si può omettere Il torto e ’l diritto del non si può (1655), la curiosa opera del gesuita Daniello Bartoli con la quale da un lato rivendica la libertà nell’uso della lingua polemizzando con i grammatici eccessivamente pedanteschi, ma dall’altro fornisce lui stesso preziose indicazioni su disparati temi grammaticali, affrontati in modo non sistematico. Il Torto si compone infatti di 150 osservazioni, in parte su singole parole (36. Onde avverbio, 68. Carcere in ambedue i generi ecc.) di cui spesso esistevano forme concorrenti (10. Contro, e Contra, 24. Saramento, e Sacramento, 73. Fussi, e Fossi); in parte su spinose questioni grammaticali (42. Lui, Lei, Loro, in primo caso, cioè usati come soggetto) e su temi grammaticali più ampi (21. Uso degli Accenti, 90-91. Avverbi come Aggettivi, e Aggettivi come Avverbi). Una decina di anni dopo esce il voluminoso (e pressoché sconosciuto) Ne quid nimis della lingua volgare di Giovanni Maria Vincenti (1665), altra opera organizzata in centinaia di brevi osservazioni, disposte questa volta in ordine alfabetico, come se fosse un vocabolario (se vi ha incuriosito, se ne parla in questo percorso). Si ferma invece a quota cento paragrafi – ordinati senza un criterio e senza nemmeno un titolo – Paolo Gagliardi con le sue Cento osservazioni di lingua, datate 1740.

Soprattutto tra Sei e Settecento, molte opere grammaticali sono composte da più parti, ciascuna strutturata in modo diverso. Si tratta in questi casi di veri e propri strumenti di supporto linguistico pronti a rispondere alle varie esigenze dei lettori. Ad esempio, nei Lumi della lingua italiana di Agostino Lampugnani (1652) prima si ha una sintetica grammatica divisa in modo tradizionale e poi una sezione di Sessanta dubbi in cui vengono approfonditi i casi più spinosi (dei quali abbiamo parlato qui). Il Modo facilissimo di scrivere e di parlare corretto di Domenico Melli (1676) si compone invece di tre parti: l’opera si apre con una prima parte dedicata all’ortografia, strutturata in brevi osservazioni in ordine alfabetico; segue una lista alfabetica di parole italiane scritte correttamente e chiudono l’opera quattro capitoli che trattano in modo più discorsivo di fatti ortografici e interpuntivi dell’italiano e del latino. Ancora, nella Midolla letteraria della lingua italiana purgata di Stefano Bosolini (1724) abbiamo una prima sezione più tradizionale, poi una cinquantina di pagine contenenti un «Catalogo alfabetico di voci buone, migliori, e ottime; vere, e false; lecite, e illecite; legittime, ed illegittime» e infine, per non farci mancare proprio nulla, una breve guida su come scrivere diversi tipi di lettere (di raccomandazione, di congratulazioni, di lode, d’invito ecc.). Struttura simile anche nell’opera settecentesca di Leonardo Ricci, l’Ortografia italiana, artifizio del rimare, e scriver bene (1725), che riunisce una parte di grammatica, un manuale di scrittura di lettere dedicato ai segretari, e ancora delle Regole di far versi italiani, nel caso che i suddetti segretari si sentissero improvvisamente ispirati dalle Muse. Le combinazioni, come si vede, sono moltissime e lo sarebbero ancor più se prendessimo in considerazione anche le raccolte di opere grammaticali messe insieme dagli stampatori, che erano soliti raggruppare in un volume miscellaneo testi di diversi autori e di diversa impostazione al fine di fornire strumenti di apprendimento della lingua più completi possibile.  

 

6. Poco ma buono: le opere monografiche

Chi ha detto che una grammatica debba occuparsi di tutto? Nessuno, e infatti non mancano, in questa ricca rassegna, autori che hanno deciso di concentrarsi su un solo aspetto.

Ecco allora che il già citato Daniello Bartoli decide di dedicare un’opera ai soli problemi ortografici, problemi che erano un po’ diversi e più variegati rispetto a quelli di oggi: non solo l’uso o meno dell’h (che allora, per continuità con il latino, si manteneva anche in parole come huomo o honore) o della i in parole come scienza o sufficienza, ma anche aspetti che oggi non facciamo più rientrare nel campo dell’ortografia, come l’aggiunta o la caduta di lettere e sillabe in una parola o la trasformazione di un suono in un altro (ad esempio il passaggio di l a gl, noto come palatalizzazione, in parole come belli > begli e in altre forme oggi non più in uso come capegli, cavagli ecc.). Sull’onda di Bartoli, molti altri grammatici, più o meno famosi, concentrarono la loro attenzione sull’aspetto ortografico. Ad esempio, nel Settecento si va da Francesco Maria Biacca nella sua Ortografia manuale (1714) al più conosciuto Jacopo Facciolati, autore di un vero best seller che risponde al titolo di Ortografia moderna italiana (1721), passando per gli Elementi di ortografia italiana di Ferdinando Pistilli (1790).

Una vena analitica animava anche Marco Antonio Mambelli, detto Cinonio, autore di due fortunati volumi di Osservazioni dedicati all’esame di due grandi categorie linguistiche: le cosiddette particelle, ossia articoli e preposizioni, di cui si indagano la natura e le diverse costruzioni sintattiche (nel volume pubblicato nel 1644), e i verbi (su cui si incentra il primo volume, uscito però per secondo, postumo, nel 1685). Sempre al tardo Seicento risalgono poi due operette che si occupano di pronuncia, la Chiave della toscana pronunzia del 1674 di Giuseppe Maria Ambrogi (in cui molte pagine sono dedicate alla pronuncia aperta o chiusa della e e della o) e la Teorica del verso volgare e prattica di retta pronuncia di Loreto Mattei (1695).

Un aspetto tradizionalmente poco affrontato nelle grammatiche dei secoli scorsi (soprattutto prima di fine Settecento) è quello della sintassi, intorno alla quale si possono sì cogliere alcuni cenni già nelle grammatiche cinquecentesche, ma sempre limitati a fatti di microsintassi (in particolare riguardanti la costruzione dei verbi, come ricorda Telve 2006, p. 294) e inoltre molto spesso nascosti nelle sezioni dedicate alla morfologia (come ha messo in evidenza Poggiogalli 1999). Proprio per questo, è meritoria la scelta di Benedetto Menzini di pubblicare, nel 1679, la prima opera interamente dedicata a questioni sintattiche, intitolata Della costruzione irregolare della lingua toscana. Va ricordato però che l’impostazione è molto distante da quella moderna e la riflessione sconfina spesso nella retorica (come accadrà ancora per molto tempo): vi si trovano infatti molti capitoli dedicati a figure retoriche, come ad esempio l’iperbato o lo zeugma. Allo studio della sintassi daranno significativi contributi alcuni grammatici settecenteschi, tra cui i già menzionati Corticelli e Soave (tra i due, è Soave ad essere più innovativo in questo campo: cfr. Telve 2002-2003: pp. 22-24), ma per ritrovare un’opera interamente dedicata a questo aspetto bisognerà attendere la fine dell’Ottocento con la comparsa della Sintassi italiana dell’uso moderno di Raffaello Fornaciari (1881), testo che segna la vera svolta per l’analisi di aspetti sintattici, estesi finalmente anche a livello del periodo e non più solo della frase.

 

7. Grammatiche per tutti i gusti

Tra le tante accezioni della parola grammatica, anche quella di «libro contenente le regole della lingua» può, come abbiamo visto, assumere molteplici forme e sfumature, dipendenti dal secolo, dall’obiettivo dell’autore. Per quanto ampia, la nostra panoramica potrebbe ulteriormente essere arricchita con altre sottocategorie. Le grammatiche «ragionate», ad esempio, che affiancano elementi di filosofia del linguaggio alle classiche trattazioni grammaticali, partendo dal presupposto che esistono dei princìpi universali, comuni a tutte le lingue: capostipite di questo corso – considerabile un’affluente del più ampio fiume delle grammatiche tradizionali – è la Gramatica ragionata di Francesco Soave del 1771, opera che abbiamo già avuto modo di nominare (e che oggi si può leggere nell’edizione di Fornara 2001). Non parliamo poi delle grammatiche plurilingui, che si prefiggono di illustrare allo stesso tempo le regole di due o più lingue, confrontandole tra loro o semplicemente trattando di ciascuna separatamente. Grammatiche italiano-inglese, italiano-francese, italiano-spagnolo e via dicendo, ma anche italiano-latine: d’altronde, non solo l’italiano deriva direttamente dal latino, ma anche l’approccio e gran parte della terminologia grammaticale usata per analizzare l’italiano lungo i secoli trae origine da quella impiegata dai grammatici latini. Ecco, quindi, che a partire dal Settecento non è raro imbattersi in titoli come la Gramatica delle due lingue italiana, e latina di Soave (1785) o la Nuova grammatica, ovvero modo facile per apprendere le due lingue latina, e toscana di Antonio Zuanelli (1769), e ancora nell’Ottocento, la Grammatica generale delle due lingue italiana e latina di Luigi Annunziati (1837).

Al di là delle rigide classificazioni, quindi, si sarà capito che la ricchissima storia delle grammatiche italiane è fatta da una pluralità di forme, strutture, finalità e punti di vista. Insomma, ce n’è proprio per tutti i gusti!

 

Per saperne di più:

Fornara 2001 = Francesco S., Gramatica ragionata della lingua italiana, Parma, Fratelli Faure, edizione a cura di S. Fornara, Pescara, Libreria dell’Università Editrice.

Marazzini 1997 = Claudio M., Grammatica e scuola dal XVI al XIX secolo, in «Norma e lingua in Italia: alcune riflessioni fra passato e presente, Milano, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, pp. 7-28.

Poggiogalli 1999 = Danilo P., La sintassi nelle grammatiche del Cinquecento, Firenze, Accademia della Crusca.

Telve 2002-2003 = Stefano T., Prescrizione e descrizione nelle grammatiche del Settecento, in «Studi linguistici italiani», XXVIII-XXIX, pp. 3-32 (parte I), XXVIII, 2002; pp. 197-260 (parte II), XXVIII, 2002; pp. 15-48 (parte III), XXIX, 2003.

Telve 2006 = Stefano T., Recensione a Simone Fornara, Breve storia della grammatica italiana, Roma, Carocci, 2005, in «Studi Linguistici Italiani», XXXII, f. II, pp. 292-299.

 

dicembre 2024

 

 

 

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