di Andrea Cortesi
1. Grammatica e grammatiche
Grammatica è di per sé un termine polisemico, che racchiude plurimi significati: può indicare la somma delle regole che permettono il funzionamento della lingua, la disciplina che studia tali regole, ma anche lo strumento che le raccoglie e le descrive, il libro di grammatica.
Se pensiamo oggi a quest’ultima accezione, ci immaginiamo una cosa ben precisa: al di là dei diversi approcci adottati dagli autori, infatti, le grammatiche hanno ormai assunto una forma ben riconoscibile, al cui interno ci aspettiamo di trovare la trattazione di tutti gli aspetti della lingua: ortografia, fonetica, morfologia, sintassi, formazione delle parole. In passato, però, non era così e le grammatiche potevano essere molto diverse tra loro, per impostazione, argomenti, finalità. Proviamo quindi a ripercorrere le principali tipologie di trattazioni grammaticali dei secoli scorsi, non prima, però, di aver messo le proverbiali mani avanti: assegnare una grammatica a gruppo piuttosto che a un altro non è sempre un’operazione semplice (sono molti i casi in cui una stessa opera può comparire in più gruppi) e allo stesso tempo ci sono testi che sfuggono a una netta categorizzazione. Il nostro obiettivo, in fondo, non è quello di classificare con precisione tutte le grammatiche del passato (il che sarebbe di fatto impossibile, o quantomeno molto complicato) ma è un altro: è dimostrare che anche dietro all’etichetta apparentemente rigida di libro di grammatica possono nascondersi oggetti tra loro molto differenti.
2. La strada maestra: le grammatiche tradizionali
La spina dorsale della storia delle grammatiche italiane è rappresentata da quelle che, seppur con presupposti teorici diversi e importanti lacune in alcuni àmbiti (soprattutto nella sintassi), si propongono di affrontare con un fine normativo tutti gli aspetti della lingua, secondo un approccio che deriva dalla trattatistica grammaticale latina, da cui si traggono anche le categorie grammaticali e la nomenclatura con cui designarle. Nella maggior parte dei casi, l’ordine prevede prima lo studio delle singole parti del discorso (quello che oggi rientrerebbe nel capitolo dedicato alla morfologia, termine che si diffonde solo dal tardo Ottocento), poi le concordanze e le reggenze (aspetti che invece modernamente appartengono, insieme ad altro, alla sintassi) e infine l’ortografia (intesa in senso più ampio rispetto ad oggi, dal momento che includeva spesso anche fatti fonetici e retorici). Un’altra caratteristica che accomuna molte delle opere che possiamo definire tradizionali è il cospicuo ricorso a citazioni tratte da autori letterari: per molti secoli l’unico modo per dare autorevolezza alle proprie posizioni.
Tale è l’impostazione della prima grammatica a stampa dell’italiano, le Regole grammaticali della volgar lingua di Giovanni Francesco Fortunio (1516), divise in due libri (ma il progetto iniziale ne prevedeva cinque) dedicati alla morfologia (limitata però alla trattazione di nome, pronome, verbo e avverbio, con note sparse sulle altre parti) e all’ortografia. Si tratta di un’opera rivolta a un pubblico di dotti, che trova nelle Tre Corone trecentesche i modelli linguistici da seguire e che offre molti esempi tratti dai loro testi. Sempre nel Cinquecento, offrono trattazioni grammaticali più estese e complete – sempre basate su un rigido canone letterario – i Fondamenti del parlar thoscano di Rinaldo Corso (1549) e le Osservazioni nella volgar lingua di Lodovico Dolce (1550), una delle grammatiche più ristampate dopo quelle di Fortunio e di Pietro Bembo (di cui parleremo più avanti), nella quale «la materia, divisa in quattro libri, è ben organizzata e di facile consultazione, anche grazie alla presenza di un indice molto preciso» (Fornara 2019, p. 53). Anche nel caso di Dolce troviamo in primo piano la trattazione morfologica (con qualche nota di fonetica e sintassi), seguita da ortografia e punteggiatura.
Grammatiche di questo genere, cioè di impianto normativo e dedicate all’analisi di tutti gli aspetti linguistici secondo uno schema ormai consolidato, vantano una tradizione ininterrotta che giunge fino ai nostri giorni, con una forte continuità d’impostazione (ovviamente arricchita ed evoluta nel tempo, grazie alle sempre più approfondite conoscenze sulla struttura e sui meccanismi della lingua) e un atteggiamento generalmente conservativo, con lo sguardo rivolto al passato, che non ha impedito però, in alcuni grammatici, un’apertura maggiore verso l’uso moderno (come nel caso, già nel Cinquecento, delle Regole della lingua fiorentina di Pierfrancesco Giambullari, la prima grammatica a stampa scritta da un autore fiorentino, che si distingue dalle altre grammatiche cinquecentesche proprio per il fatto di fornire esempi còlti non solo dagli autori letterari, ma anche dall’uso vivo di Firenze).
Per ricordare solo le tappe più importanti di questo lungo percorso, proseguono sulla strada tracciata da Fortunio testi come quelli di Benedetto Buommattei (Della lingua toscana, 1643) e di Salvadore Corticelli (Regole e osservazioni della lingua toscana, 1745). Si tratta di due opere pervase da uno spirito diverso, ma che riuscirono a ergersi come modello autorevole di trattazione grammaticale per i secoli a venire. Da un lato la «grammatica ragionevole» (Patota 1993) di Buommattei, che partendo dai presupposti teorici che sottostanno alla grammatica, riuscì a conciliare tradizione e innovazione (cioè autorità linguistiche del passato e uso moderno della lingua), offrendo una trattazione chiara e ordinata; dall’altro, Corticelli, che fondandosi sull’autorità degli autori del passato e facendo capo al prestigioso Vocabolario della Crusca, propose una «riduzione pratica della dottrina già elaborata» (Poggi Salani 1988, p. 780) confezionando un’opera così rigorosa e completa da essere ancora ristampata a fine Ottocento.
Nell’Ottocento si distinguono due grandi momenti nella produzione di grammatiche normative di impianto tradizionale. Nei primi decenni del secolo, a dominare la scena sono le grammatiche puristiche, ossia quelle che prendevano come modello linguistico il toscano trecentesco, giudicando in modo negativo – come se fossero corruzioni di un’antica purezza – le mutazioni linguistiche dei secoli successivi. La più famosa si deve al napoletano Basilio Puoti (Regole elementari della lingua italiana, 1833), sempre organizzata per singole parti del discorso e ricca di esempi d’autore, in particolare di Boccaccio. Nella seconda parte del secolo, guardano invece al toscano vivo le grammatiche manzoniane, ispirate al pensiero linguistico dell’autore dei Promessi sposi, come quella di Policarpo Petrocchi (Grammatica della lingua italiana per le scuole Ginnasiali, Tècniche, Militari ecc., 1887, che accoglie solo esempi dell’uso vivo, cadendo però in una «paternalistica esaltazione della colloquialità fiorentina» secondo Patota 1993, p. 129) e quella, più misurata, di Luigi Morandi e Giulio Cappuccini (Grammatica italiana, 1894).
Da ricordare, se non altro per la sua mole e completezza, anche la Grammatica della lingua italiana di Giovanni Moise (1867), divisa in tre libri dedicati rispettivamente a ortografia e pronuncia, morfologia, sintassi; questa grammatica, particolarmente ricca di note e di citazioni di autori antichi e moderni, sebbene fosse indirizzata a un pubblico di «studiosi giovenetti» è particolarmente estesa: è lunga infatti più di 1500 pagine! Merita infine una citazione anche la Grammatica italiana dell’uso moderno di Raffaello Fornaciari, opera complementare alla sua Sintassi, di cui diremo più avanti. La Grammatica, apparsa nel 1879, tratta di tutti gli aspetti linguistici (meno la sintassi, affrontata autonomamente nella seconda opera) e lo fa non solo affiancando ai modelli letterari del passato l’uso coevo, ma anche adottando un approccio più moderno, dovuto all’influenza della linguistica storica, disciplina che si era diffusa in Europa nel corso dell’Ottocento.
Menzionare tutte le grammatiche che trattano in modo esteso e sistematico dei diversi aspetti della lingua equivarrebbe a tracciare una storia della grammaticografia italiana, che non è di certo il nostro intento (per chi fosse interessato, si rimanda senz’altro a Poggi Salani 1988, Patota 1993, Bonomi 1998 e Fornara 2019). Giusto per rimarcare la continuità di questo schema, possiamo almeno citare, con un salto che arriva quasi ai giorni nostri, tre delle più autorevoli grammatiche di riferimento dell’italiano, tutte pubblicate per la prima volta nel 1988, coincidenza che ha reso «la lingua italiana, in un colpo solo, la lingua meglio descritta del mondo» (Stammerjohann 1989, p. 32). La prima è la Grammatica italiana di Luca Serianni (pubblicata inizialmente con il titolo di Grammatica italiana: Italiano comune e lingua letteraria, ma che ha conosciuto molte nuove edizioni): di impianto tradizionale – scandita cioè dalle consuete partizioni che vanno dalla fonologia alla morfologia fino alla sintassi – ma capace di descrivere gli usi linguistici di ogni livello, rappresenta una trattazione completa e ricchissima di documentazione antica e moderna: uno strumento ancora imprescindibile per tutti gli insegnanti o semplicemente per chiunque si interroghi e si ponga dei dubbi sul funzionamento della nostra lingua. Di natura diversa è la Grammatica italiana di consultazione di Renzi-Salvi-Cardinaletti, che non presenta la tradizionale scansione degli argomenti ereditata dalla grammatica latina, ma procede con un «andamento discendente, cioè dal tutto alle parti» (Renzi-Salvi-Cardinaletti 1988-1995, vol. I, p. 15), dando moltissimo spazio alla sintassi (a discapito, ad esempio, della fonologia, a cui non sono dedicati capitoli) e proponendo esempi quasi interamente inventati con il fine di «saggiare il livello di accettabilità delle singole frasi che il parlante produce» (Serianni 2016, p. 540). La Grammatica della lingua italiana di Christoph Schwarze, infine, scritta in tedesco e tradotta in italiano nel 2009 da Adriano Colombo, si basa «su un’analisi molto articolata e formalizzata dei distinti tipi di struttura che descrivono la frase (ad esempio struttura sintattica, fonologica, semantica e morfologica), utilizzando un apparato terminologico assai complesso» (Fornara 2019, p. 131).
3. «Per uso de’ giovanetti»: le grammatiche per la scuola
Se da un lato si potrebbe sostenere che un fine didattico sia insito in qualsiasi libro di grammatica, è soltanto da un certo punto della storia che le trattazioni grammaticali iniziano a rivolgersi esplicitamente a un pubblico giovane e inesperto. Le prime grammatiche, come si è detto, avevano come destinatari scrittori e uomini di lettere alla ricerca di un codice linguistico condiviso, persone che non avevano certo bisogno di essere alfabetizzate (anzi, spesso lo erano in più lingue, antiche o moderne) ma che, assillate dai dubbi dovuti all’estrema variabilità della nostra lingua, si rivolgevano a strumenti per avere una bussola nel mare delle numerose forme disponibili per dire la stessa cosa (si scrive uomo o huomo? è meglio cuore o core? È più corretto io amavo o io amavo? E via dicendo). È solo dal Settecento che i grammatici iniziano a scrivere opere rivolte agli scolari, in conseguenza del fatto che è proprio nel XVIII secolo che l’italiano inizia ad essere insegnato come materia scolastica. Ancor prima delle grandi riforme della metà del secolo – e già molto prima che l’Italia unita si dotasse di un sistema scolastico su scala nazionale – alcuni autori compilano libri di grammatica per gli studenti di alcune scuole speciali (i seminari) o addirittura per un solo allievo di cui erano precettori.
A un solo studente, il suo allievo Alessandro Ruspoli, si rivolge ad esempio il senese Girolamo Gigli con le sue Regole per la toscana favella (1721), in cui compaiono interessanti espedienti didattici pensati per facilitare l’apprendimento della lingua giovani scolari (per saperne di più, potete dare un’occhiata qui); agli studenti dei seminari guardano invece sia il gesuita Benedetto Rogacci con la sua Prattica, e compendiosa istruzzione a’ principianti (1711) sia poi il già citato Salvadore Corticelli nella prima edizione delle sue Regole (dedicate inizialmente agli studenti del seminario di Bologna, ma poi riviste nel 1754 e indirizzate al pubblico ben più ampio degli «studiosi della lingua toscana»: se ne parla distesamente in questo percorso). Autore di molte opere didattiche fu anche il padre somasco Francesco Soave, figura di spicco della stagione delle riforme scolastiche di fine Settecento: sono di questo stampo gli Elementi della Pronunzia e della Ortografia italiana (1786) e gli Elementi della lingua italiana ad uso delle scuole (1788), per non parlare delle opere che hanno come oggetto il latino, in modo esclusivo (Instradamento all’esercizio delle traduzioni, 1785) o in parallelo con l’italiano (Gramatica delle due lingue italiane e latina, 1785); inoltre, Soave offre un esempio di come un’opera nata inizialmente con altri intenti potesse essere poi modificata in vista di un uso scolastico: è quanto è accaduto alla sua Gramatica ragionata, pubblicata per la prima volta nel 1771 e successivamente rimaneggiata e compendiata più volte, da Soave stesso e da altri autori, al fine di renderla un testo scolastico a tutti gli effetti.
A ben vedere, queste grammatiche non si discostano troppo da quelle tradizionali, di cui costituiscono in effetti un sottogruppo, dal momento che trattano di tutti gli aspetti della lingua seguendo uno schema consolidato. Ciò che le distingue è semmai la presenza di espedienti volti a semplificare la materia e agevolare l’apprendimento: dai rudimentali espedienti didattici proposti da Gigli (ad esempio, nelle Regole fornisce nove brevi racconti in cui compaiono appositamente degli errori che lo scolaro dovrà trovare e correggere), fino ai consueti esercizi che chiudono i capitoli nelle grammatiche scolastiche di oggi, passando per l’espediente dialogico che serviva per ammorbidire la rigidità delle regole grammaticali.
Dall’Ottocento in poi, con la nascita del sistema scolastico nazionale, di grammatiche per la scuola ne sono comparse a centinaia e continuano a comparirne, affiancate da abbecedari per la classi inferiori e da altri strumenti didattici come i libri di lettura (dei quali si parla qui). Tenere traccia di tutti i titoli è impresa assai ardua, ma non impossibile come dimostrano gli studi di Maria Catricalà (2008), sul periodo che va dall’Unità al primo Dopoguerra, e di Dalila Bachis (2019), che percorre tutto il Novecento fino ai nostri giorni.
4. Tra una battuta e l’altra: le grammatiche in forma di dialogo
La più importante grammatica italiana del Cinquecento e della storia dell’italiano è stata scritta sotto forma di dialogo. Stiamo parlando delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua di Pietro Bembo, pubblicate nel 1525 e impostate proprio come un fittizio scambio di battute tra quattro personaggi. Nel terzo e ultimo libro, vengono esposte le regole grammaticali da seguire per scrivere correttamente in italiano. Lo scopo di Bembo era quello di delineare un modello linguistico da seguire nella lingua scritta (modello incentrato sulla lingua delle Tre Corone trecentesche, in particolar modo di Petrarca e Boccaccio), non certo quello di rendere agevole la consultazione di tali regole, che risultano diluite nel dialogo e vanno quindi individuate ed estratte: saranno altri dopo di lui che si preoccuperanno di riorganizzare la materia delle Prose, riordinando le norme grammaticali secondo schemi più vicini a quelli a cui siamo abituati. Un altro aspetto che può disorientare il lettore moderno è la terminologia impiegata da Bembo: se da un lato ritroviamo denominazioni tradizionali come nome e verbo, sarebbe inutile cercare termini per noi banali come singolare e plurale, ai quali Bembo preferisce, per staccarsi dalla tradizione latina, perifrasi come «numero del meno» e «numero del più», o ancora pronome e avverbio indicati rispettivamente come «voci, che in vece dei nomi sSi pongono» e «particella del parlare, che a’ verbi si dà in più maniere di voci».
La scelta del dialogo non sorprende nel XVI secolo, dato che rappresentava la forma più comune per trattare di argomenti elevati, dalla lingua alla filosofia per arrivare alla scienza (come non ricordare i Dialoghi sopra i due massimi sistemi di Galileo Galilei?). Se l’opera di Bembo era indirizzata a un pubblico di letterati che cercava una lingua unitaria per scrivere in volgare e far arrivare i propri scritti a un ampio pubblico grazie alla neonata stampa, ben diversi sono i destinatari a cui si rivolgono le grammatiche in forma dialogica dei secoli successivi. Questa struttura sopravvisse infatti, in campo grammaticale, soprattutto per fini didattici, in opere che si rivolgevano a un pubblico di giovani studenti. Ricordiamo, tra i primi episodi, le già menzionate Regole per la toscana favella (1721) di Girolamo Gigli, impostate come un continuo botta e risposta tra il maestro (che pone le domande) e l’allievo (che gli risponde).
Questa forma spopolerà ulteriormente nell’Ottocento, in particolare dopo l’Unità d’Italia, quando si poneva il problema di istruire i ragazzi di tutto il Paese. Tra le opere più celebri di questo periodo abbiamo la Grammatica di Giannettino di Collodi (1883), dove il giovane Giannettino rivolge domande al proprio maestro, il Dottor Boccadoro, che gli risponde impartendogli insegnamenti di grammatica. Il modello linguistico a cui fa capo il manuale non era da trovarsi negli autori antichi, ma nel toscano vivo del tempo, seppur con maggiori precauzioni verso le forme troppo colloquiali approvate invece da altri manzoniani: si tratta infatti, nel caso del Giannettino, di un riuscito esempio di «vera lingua toscana» (Prada 2018, p. 314). L’opera di Collodi non costituisce un’assoluta novità, come ha segnalato Demartini (2014, p. 29): già qualche anno prima erano state pubblicate opere simili, sempre rivolte a un pubblico di giovani studenti, come la Grammatica del mio Felicino di Ulisse Poggi (1865), la Grammatica della mamma, ossia Avviamento allo studio della grammatica di Sarina Corgialegno (1875) ed Enrichetto e Lina, o La Grammatica in famiglia di Maria Viani-Visconti (1882).
Tutto qui? Assolutamente no: il nostro percorso prosegue nella seconda parte, dove vedremo tipologie di grammatiche meno convenzionali ma altrettanto comuni nei secoli passati.
Per saperne di più:
Bachis 2019 = Dalila B., Le grammatiche scolastiche dell’italiano edite dal 1919 al 2018, Firenze, Accademia della Crusca.
Bonomi 1998 = Ilaria B., La grammaticografia italiana attraverso i secoli, Milano, CUEM.
Catricalà 2008 = Maria C. (2008), Le grammatiche scolastiche dell’italiano edite dal 1860 al 1918, Firenze, Accademia della Crusca.
Demartini 2014 = Silvia D., Grammatica e grammatiche in Italia nella prima metà del Novecento. Il dibattito linguistico e la produzione testuale, Firenze, Franco Angeli.
Fornara 2019 = Simone F., Breve storia della grammatica italiana, nuova edizione, Roma, Carocci.
Patota 1993 = Giuseppe P., I percorsi grammaticali, in L. Serianni, P. Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana, vol. I: I luoghi della codificazione, Torino, Einaudi, pp. 93-137.
Poggi Salani 1988 = Teresa P. S., Italienisch: Grammatikographie, in Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Schmitt (edd.), Lexikon der Romanistischen Linguistik (LRL), vol. IV, Tübingen, Nie-meyer, 774-786.
Prada 2018 = Massimo P., “Giannettino” tra sillabario e grammatica: un’analisi linguistica della tradizione dei manuali collodiani, in «Italiano LinguaDue», 10/1, pp. 310-356.
Renzi-Salvi-Cardinaletti 1988-1995 = Lorenzo R., Giampaolo S., Anna C., Grammatica italiana di consultazione, 3 voll., Bologna, Il Mulino.
Serianni 2016 = Luca S., La grammaticografia, in S. Lubello (a cura di), Manuale di linguistica italiana, Berlin-Boston, De Gruyter, pp. 536-552.
Stammerjohann 1989 = Harro S., Habemus grammaticam, in «Italiano e oltre», 4:1, pp. 32–33.
dicembre 2024