Ridotte a metodo per uso del Seminario di Bologna da D. Salvadore Corticelli bolognese Cherico Regolare di S. Paolo
Autore:
Salvadore Corticelli | Corticelli Salvatore
Luogo:
Bologna | Bologna
Editore:
Lelio dalla Volpe | Lelio Dalla Volpe
Anno: 1745
Tipo: Grammatica
Metalingua:
Italiano
Lingua oggetto:
Italiano
Sistema di scrittura:
Latino
Consistenza: 531 pp.
Salvadore Corticelli nacque a Piacenza l’8 dicembre 1689. Compì i primi studi a Roma, presso il Collegio dei Gesuiti, per poi stabilirsi definitivamente a Bologna, città d’origine della famiglia. Qui percorse gli studi di filosofia e giurisprudenza, disciplina in cui ottenne la laurea, e si inserì attivamente nel vivace ambiente culturale cittadino, entrando a far parte del prestigioso cenacolo del marchese Orsi. Nello stesso contesto conobbe l’abate Domenico Lazzarini, che esercitò un’influenza determinante sulla sua formazione e lo orientò verso la tradizione linguistica bembiana e cruscante. Dopo aver rifiutato una cattedra presso l’Università di Padova, nel 1718 prese i voti ed entrò nella Congregazione di San Paolo (l’ordine dei Barnabiti) all’interno della quale ricoprì numerosi incarichi di rilievo: fu eletto più volte provinciale, svolse una volta la funzione di presidente del capitolo generale e, dal 1735 al 1756, ricoprì l’ufficio di penitenziere della chiesa metropolitana di Bologna.
Le principali opere di Corticelli si concentrano negli anni Quaranta e Cinquanta del Settecento e sono accomunate da una chiara finalità didattica, essendo state concepite come strumenti destinati all’insegnamento presso il Seminario arcivescovile di Bologna. Nel 1745 vide la luce, presso lo stampatore bolognese Lelio dalla Volpe, la prima edizione delle Regole ed osservazioni della lingua toscana, il cui immediato successo fece ottenere all’autore, due anni dopo la pubblicazione, il tanto ambìto ingresso nell’Accademia della Crusca. Nel 1747 Corticelli curò inoltre l’edizione della Grammatica della lingua latina di Ferdinando Porretti, anch’essa destinata alla formazione dei seminaristi. Nel 1751 diede alle stampe una versione purgata del Decameron, ridotta a quarantuno novelle, seguita l’anno successivo dal trattato di retorica Della toscana eloquenza discorsi cento. Nel 1754 vide infine la luce la seconda edizione d’autore delle Regole, destinata a costituire la versione dell’opera che avrebbe continuato a circolare nei secoli successivi. Corticelli morì il 5 gennaio 1758 nel collegio di San Paolo.
Nel corso del Settecento il latino continuò a occupare una posizione centrale nella didattica, soprattutto all’interno delle scuole ecclesiastiche. Nei programmi stabiliti dalla Ratio studiorum dei Gesuiti, ancora predominanti agli inizi del secolo, l’italiano era infatti del tutto assente, mentre il latino era prescritto non solo come lingua di studio, ma anche come lingua della conversazione. Nonostante questa persistente centralità del latino, il Settecento rappresenta una fase di svolta nella storia dell’educazione linguistica in Italia: è infatti in questo secolo che l’italiano diviene progressivamente una disciplina scolastica autonoma, pur mantenendo inizialmente un rapporto di subordinazione rispetto alla lingua classica. Un momento di svolta fu rappresentato dalla soppressione dell’Ordine dei Gesuiti nel 1773, evento che determinò il progressivo trasferimento della gestione dell’istruzione nelle mani dei diversi Stati. Il declino del sistema educativo gesuitico, tradizionalmente incentrato sul primato del latino, favorì indirettamente la diffusione di nuove grammatiche scolastiche italiane e contribuì al consolidamento dell’insegnamento dell’italiano come disciplina autonoma.
Il crescente spazio guadagnato dell’italiano in àmbito didattico comportò dei cambiamenti anche nella struttura e nella funzione del libro di grammatica, che cessò di rivolgersi esclusivamente ai letterati, come era avvenuto nei secoli precedenti, per configurarsi sempre più come uno strumento destinato alla formazione dei giovani discenti. Nella prima metà del secolo videro infatti la luce numerose opere grammaticali concepite con finalità didattiche e rivolte soprattutto agli studenti degli istituti ecclesiastici. Tra queste si ricordano la Prattica, e compendiosa istruzzione a’ principianti, circa l’uso emendato & elegante della lingua italiana del gesuita Benedetto Rogacci (1711), le Regole per la toscana favella di Girolamo Gigli (1721), le Lezioni di lingua toscana di Domenico Maria Manni (1736) e la Grammatica italiana per uso de’ giovanetti di Jacopo Angelo Nelli (1744). Le Regole di Corticelli si inseriscono pienamente in questo contesto e rappresentano l’esito più fortunato di questa stagione grammaticografica. Rispetto alle altre grammatiche contemporanee, il manuale dell’autore piacentino si distingue per completezza, ordine e sistematicità dell’esposizione, nonché per la ricchezza degli esempi tratti dai migliori autori letterari. Proprio tali caratteristiche ne fecero uno strumento particolarmente efficace per la memorizzazione delle nozioni grammaticali, assicurandogli una fortuna editoriale e didattica destinata a protrarsi per oltre un secolo.
Sul piano linguistico andrà inoltre ricordato che nel corso di tutto il XVIII secolo rimase molto forte l’influenza dell’Accademia della Crusca – impegnata nella pubblicazione della quarta impressione del Vocabolario tra il 1729 e il 1738 – la quale, malgrado le note polemiche, continuò a costituire il modello normativo dominante. È proprio a questo canone linguistico che si richiamano esplicitamente anche le Regole di Corticelli, che al Vocabolario si rifanno non solo come preziosa fonte di esempi letterari, ma anche come vera e propria auctoritas in campo grammaticale.
L’opera è strutturata in tre libri, dedicati rispettivamente alla morfologia (libro I: Delle parti della toscana orazione), alla sintassi (libro II: Della costruzione toscana) e ad aspetti prosodici e ortografici (libro III: Della maniera di pronunziare e di scrivere toscano). Il fine primario di Corticelli fu quello di fornire ai suoi alunni uno strumento didattico capace di condensare ed esporre in modo ordinato le regole grammaticali sparse nei volumi dei più autorevoli grammatici dei secoli precedenti, distribuendole in numerosi paragrafi di breve estensione, nei quali l’enunciazione della regola è fornita in modo sintetico per lasciare spazio alle molte citazioni d’autore, impiegate allo stesso tempo per autorizzare una certa forma e per illustrarne l’uso effettivo. È questo il significato dell’espressione ridotte a metodo che compare già nel sottotitolo dell’opera e che viene ribadita nella prefazione: un espediente appositamente pensato per agevolare la memorizzazione delle prescrizioni da parte degli studenti.
Il modello linguistico proposto nelle Regole si fonda sull’uso dei grandi autori del Trecento, secondo il canone consacrato dal Vocabolario degli Accademici della Crusca. Tra questi occupano una posizione privilegiata Dante, Petrarca e, soprattutto, Boccaccio, il cui Decameron – definito da Corticelli «la prosa migliore che abbia la nostra lingua» – costituisce la principale fonte di esempi dell’opera. Accanto alle Tre Corone trovano spazio anche autori come i Villani, Passavanti, de’ Crescenzi e altri scrittori del «buon secolo». Non mancano, tuttavia, riferimenti ad autori moderni, ossia del Cinque e del Seicento, il cui impiego rimane però quantitativamente più limitato e gerarchicamente subordinato rispetto a quello degli antichi. I casi in cui una costruzione è illustrata esclusivamente mediante esempi tratti da autori moderni sono infatti rari e riguardano prevalentemente questioni di carattere semantico o ortografico.
Dal punto di vista normativo, le Regole si collocano pienamente nel solco della tradizione grammaticale bembiana e cruscante, mediata anche dall’autorità di grammatici secenteschi quali Buommattei, Bartoli e Cinonio (Marcantonio Mambelli), richiamati esplicitamente da Corticelli come modelli di riferimento. Tra gli aspetti più conservativi si possono citare le consuete proscrizioni dell’uso di lui come soggetto e, nel campo verbale, dell’imperfetto analogico in -o; ancora più arcaizzanti sono poi il mantenimento delle forme tradizionali di congiuntivo dea/deano e stea/steano (inserite direttamente nei paradigmi verbali di dare e stare) e, per il verbo essere, del congiuntivo sieno e dei condizionali saria/sariano e fora/forano. Accanto all’impianto più strettamente normativo, non mancano però numerose osservazioni metalinguistiche volte a precisare l’àmbito d’uso di determinate forme, sia sul piano diacronico, distinguendo tra forme antiche e moderne, sia su quello diastratico e diafasico: oltre alla consueta opposizione tra prosa e poesia, alcuni usi linguistici sono infatti qualificati come contadineschi, dimestici, famigliari, popolareschi o propri del volgo. Sebbene Corticelli non ne raccomandi l’impiego e, anzi, in molti casi li respinga esplicitamente, sceglie comunque di registrarli, offrendo così un quadro della lingua più ampio e articolato.
Altri elementi tradizionali dipendono dall’ancora forte influenza del latino sulla descrizione dei fatti grammaticali italiani. Vanno letti in quest’ottica il riconoscimento di quattro coniugazioni verbali, la considerazione dell’aggettivo come un sottogenere del nome (i nomi sono infatti divisi, secondo una prassi risalente alle grammatiche latine, in sostantivi e addiettivi), il mancato riconoscimento del condizionale come modo verbale autonomo, la trattazione dell’articolo in ottica latineggiante (considerato cioè, insieme alle preposizioni, come un elemento necessario a fare le veci dei casi latini). Sebbene tale impostazione sia condivisa dalla maggior parte delle grammatiche del tempo, va sottolineato che la pressione esercitata dall’impianto grammaticale del latino sulle Regole è particolarmente forte. Corticelli si riferisce infatti ai complementi usando i nomi dei casi latini (genitivo per il complemento di specificazione, dativo per quello di termine e via dicendo), chiama nominativo il soggetto e accusativo l’oggetto, parla di verbi attivi per indicare i transitivi e di verbi neutri per gli intransitivi, fornisce le declinazioni complete di pronomi e articoli. Il latino costituisce inoltre un continuo termine di paragone per chiarire il significato di elementi italiani: le forme niuno, nessuno e nissuno «vagliono il nemo de’ Latini» (p. 73), ogni cosa «benchè di voce femminina, ha senso neutro, ed equivale all’omne de’ Latini» (p. 181), «Quanto col dativo dopo vale il quod attinet de’ Latini» (p. 370) ecc.
Tra gli aspetti più innovativi delle Regole merita particolare attenzione lo spazio riservato alla sintassi, àmbito sul quale la precedente tradizione grammaticale italiana, salvo poche eccezioni – come quella di Giambullari –, si era soffermata solo occasionalmente. Corticelli dedica invece l’intero secondo libro alla costruzione, distinguendo anzitutto tra costruzione semplice o regolare, corrispondente all’ordine lineare delle parole, e costruzione figurata o irregolare, caratterizzata da ellissi o da alterazioni dell’ordo verborum. Ampio rilievo è inoltre attribuito alla costruzione sintattica delle diverse parti del discorso e, in particolare, dei verbi, classificati in differenti ordini sulla base del tipo di reggenza. Se l’analiticità con cui vengono descritti i fenomeni sintattici, sebbene limitati al piano microsintattico, rappresenta un elemento di novità nel panorama della grammaticografia italiana, la griglia teorica impiegata trova i suoi principali modelli nelle grammatiche latine, in particolare in quella, di grande fortuna, del gesuita portoghese Manoel Álvares (De institutione grammatica libri tres, 1572).
Un altro tratto distintivo dell’opera è costituito dall’imponente apparato di citazioni d’autore che corredano le regole. Come si è già osservato, il primato spetta al Decameron, dal quale sono tratti oltre mille esempi: una scelta tutt’altro che casuale, se si considera la profonda familiarità di Corticelli con il capolavoro boccacciano. Una parte consistente delle citazioni è desunta dal Vocabolario, dal quale Corticelli ricava anche numerosi «modi di dire», ossia locuzioni ed espressioni idiomatiche attestate negli autori toscani. Tali materiali ricorrono con particolare frequenza in alcune sezioni dell’opera e contribuiscono a fare delle Regole uno strumento di notevole interesse non solo sul piano grammaticale, ma anche sotto il profilo lessicale e semantico.
Le Regole, forti anche dell’approvazione dell’Accademia della Crusca, hanno incontrato sin da subito un ampio consenso e sono state ristampate fino alle soglie del Novecento (l’ultima edizione conosciuta è quella torinese del 1887, uscita presso Paravia). Esistono due redazioni d’autore, la princeps del 1745 e una seconda edizione del 1754, entrambe uscite presso i torchi dell’editore bolognese Lelio dalla Volpe, che ripubblicò l’opera altre tre volte dopo la morte dell’autore (1760, 1764, 1775).
Tra la prima e la seconda edizione la struttura dell’opera rimane sostanzialmente invariata; le modifiche, che agiscono quindi soprattutto su fatti superficiali, possono essere ricondotte a tre principali linee di intervento: 1) alleggerimento della dipendenza dal latino, ottenuto mediante lo sfoltimento dei rimandi diretti alle forme latine e una sistematica revisione della terminologia grammaticale (nominativo > primo caso, singulare > numero del meno ecc.); 2) ampliamento del canone degli autori citati, con l’inclusione di nuovi scrittori moderni, in particolare di àmbito scientifico, quali Galileo e Redi, nonché di grammatici sei-settecenteschi, come Amenta, Pergamini e Pio Rossi; 3) maggiore propensione a discutere criticamente le posizioni dei grammatici precedenti.
Oltre alle successive edizioni bolognesi, si riscontra già nel Settecento un alto numero di edizioni e ristampe, che si concentrano in particolare tra Venezia e Bassano (presso l’editore Remondini, che ristampa l’opera in più di quindici edizioni diverse tra il 1755 e il 1849) e a Napoli (presso la Stamperia Abbaziana). La fortuna dell’opera prosegue e anzi si amplia nella prima metà dell’Ottocento, complice l’assunzione del manuale come testo scolastico in diverse zone d’Italia. Tra le edizioni più rilevanti si possono ricordare quella fiorentina (Batelli, 1845) – la prima a presentare un nutrito apparato di note di commento, che si devono alla mano di Pietro Dal Rio – e quella torinese del 1856, riveduta ad uso delle Scuole, ristampata numerose volte nei decenni successivi, fino al 1887; quest’ultima costituisce un ammodernamento necessario delle Regole per fungere ancora da valido manuale per le scuole: in particolare, viene notevolmente ridotto il peso del latino sulla descrizione dei fenomeni linguistici (a partire dalla nomenclatura: termini come declinazioni, casi, segnacasi e verbi attivi vengono sostituiti da complementi, preposizioni, particelle, verbi transitivi). Con il tramonto del XIX secolo sembra esaurirsi la fortuna scolastica delle Regole, che risultano tuttavia ancora impiegate come testo di studio in un decimo dei ginnasi italiani nel 1876.
A cura di Andrea Cortesi
Risorsa digitale consultabile su Google Books e nella Biblioteca digitale della Crusca.
Disponibile in OPAC SBN.
A' CONVITTORI, ED ALUNNI DEL SEMINARIO DI BOLOGNA (p. 3)
LIBRO PRIMO - Delle parti della toscana orazione (p. 9)
Cap. I. Del Toscano Alfabeto. (ivi)
Cap. 2. Delle sillabe. (p. 12)
Cap. 3. Delle parole. (p. 15)
Cap. 4. Quante, e quali sieno le parti della toscana orazione. (p. 16)
Cap. 5. Del nome sustantivo, e dell'addiettivo. (p. 18)
Cap. 6. De' nomi alterati. (p. 20)
Cap. 7. De' nomi partitivi, e de' numerali. (p. 23)
Cap. 8. Delle varietà, o sieno passioni del nome. (p. 25)
Cap. 9. Del segnacaso. (p. 29)
Cap. 10. Dell'articolo. (p. 31)
Del primo articolo. (p. 32)
Del secondo articolo. (p. 33)
Del terzo articolo. (p. 33)
Cap. 11. Della declinazione de' nomi. (p. 34)
Prima Declinazione. (p. 34)
Seconda declinazione. (p. 35)
Terza declinazione. (p. 35)
Quarta declinazione. (p. 36)
Cap. 12. De' nomi indeclinabili. (p. 36)
Cap. 13. De' nomi eterocliti di doppia uscita. (p. 38)
Cap. 14. De' nomi eterocliti, che hanno un solo plurale, ma con desinenza fuori di regola. (p. 41)
Cap. 15. De' nomi difettivi. (p. 42)
Cap. 16. De' pronomi, e prima del pronome IO. (p. 45)
Cap. 17. Del pronome Tu. (p. 47)
Cap. 18. Del pronome Se. (p. 49)
Cap. 19. De' pronomi derivativi. (p. 50)
Cap. 20. De pronomi dimostrativi di persona. (p. 52)
Pronomi, che dimostrano persona prossima a chi parla. (p. 53)
Pronomi, che dimostrano persona prossima a chi ascolta. (p. 55)
Pronomi dimostrativi di persona terza. (p. 57)
Pronomi, che aggiungono asseveranza, o espressione. (p. 63)
Cap. 21. De' pronomi dimostrativi di cosa. (p. 66)
Questo. (p. 66)
Cotesto. (p. 67)
Quello. (p. 67)
Ciò. (p. 67)
Cap. 22. De' pronomi relativi. (p. 67)
Cap. 23. De' pronomi universali indeterminati. (p. 71)
Pronomi di generalità. (p. 71)
Pronomi, che dinotano distribuzione. (p. 75)
Pronomi di qualità. (p. 81)
Pronomi, che dinotano diversità. (p. 83)
Cap. 24. Del Verbo. (p. 86)
Cap. 25. Delle variazioni del Verbo. (p. 89)
Cap. 26. Alcune generali osservazioni sopra le conjugazioni de' Verbi. (p. 91)
Cap. 27. Conjugazione del Verbo essere. (p. 95)
Osservazioni sopra il Verbo Essere. (p. 97)
Cap. 28. Conjugazione del Verbo avere. (p. 100)
Osservazioni sopra 'l Verbo Avere. (p. 102)
Cap. 29. Uso de' Verbi essere, e avere nella conjugazione degli altri Verbi, e quando avere si ponga per essere. (p. 104)
Cap. 30. Conjugazione del Verbo amare, ch'è la prima regolare, co' suoi anomali. (p. 107)
Osservazioni sopra la prima conjugazione. (p. 109)
Verbi anomali della prima conjugazione. (p. 110)
Cap. 31. Conjugazione del Verbo temere, ch'è la seconda regolare. (p. 114)
Osservazioni sopra la seconda Conjugazione. (p. 116)
Cap. 32. De' Verbi anomali della seconda Conjugazione. (p. 118)
Cap. 33. Conjugazione del Verbo leggere, ch'è la terza regolare. (p. 123)
Osservazioni sopra la terza Conjugazione. (p. 125)
Cap. 34. Verbi anomali della terza Conjugazione. (p. 129)
Cap. 35. Conjugazione del Verbo sentire, ch'è la quarta regolare. (p. 134)
Cap. 36. Anomali della quarta Conjugazione. (p. 136)
Verbi terminanti in isco. (p. 138)
Cap. 37. De' Verbi difettivi. (p. 140)
Cap. 38. De' Verbi passivi, e degl'impersonali. (p. 142)
Cap. 39. Del participio. (p. 144)
Cap. 40. Del Gerundio. (p. 149)
Cap. 41. Della preposizione. (p. 150)
Cap. 42. Del Ripieno. (p. 154)
Particelle, che si adoperano per evidenza. (p. 155)
Particelle, che si adoperano per ornamento. (p. 159)
Accompagnanomi. (p. 162)
Accompagnaverbi. (p. 163)
Cap. 43. Dell'Avverbio. (p. 165)
Cap. 44. Della interjezione. (p. 169)
Cap. 45. Della Congiunzione. (p. 170)
LIBRO SECONDO - Della Costruzione toscana. (p. 173)
Cap. 1. Idea generale della costruzione toscana. (p. 173)
Ordinata collocazione delle parti dell'orazione. (p. 174)
Dipendenza delle parti dell'orazione, l'una dall'altra. (p. 179)
Concordanza delle parti dell'orazione fra se. (p. 180)
Cap. 2. Della costruzione de' Verbi attivi. (p. 185)
Primo Ordine. (ivi)
Secondo Ordine. (p. 190)
Terzo Ordine. (p. 193)
Quarto Ordine. (p. 197)
Quinto Ordine. (p. 199)
Sesto Ordine. (p. 201)
Settimo Ordine. (p. 203)
Cap. 3. Della costruzione de' Verbi passivi. (p. 207)
Cap. 4. De' Verbi assoluti. (p. 208)
Cap. 5. Della costruzione de' Verbi neutri. (p. 210)
Primo Ordine. (p. 211)
Secondo Ordine. (p. 212)
Terzo Ordine. (p. 218)
Quarto Ordine. (p. 224)
Quinto Ordine. (p. 226)
Sesto Ordine. (p. 230)
Settimo Ordine. (p. 233)
Cap. 6. Della costruzione de' Verbi Neutri passivi. (p. 235)
Primo Ordine. (p. 236)
Secondo Ordine. (p. 240)
Terzo Ordine. (p. 245)
Quarto Ordine. (p. 248)
Quinto Ordine. (p. 249)
Sesto Ordine. (p. 251)
Settimo Ordine. (p. 253)
Cap. 7. Della costruzione de' Verbi impersonali. (p. 255)
Primo Ordine. (p. 255)
Secondo Ordine. (p. 256)
Terzo Ordine. (p. 259)
Quarto Ordine. (p. 260)
Quinto Ordine. (p. 264)
Cap. 8. Della Costruzione de' Verbi Locali. (p. 265)
Stato in luogo. (p. 266)
Moto da luogo. (p. 272)
Moto per luogo. (p. 273)
Moto a luogo. (p. 275)
Moto verso luogo (p. 277)
Moto fino a luogo. (p. 279)
Della distanza d'un luogo dall'altro. (p. 280)
Cap. 9. Di varj casi, che sono comuni a molti Verbi. (p. 282)
Cap. 10. Della Costruzione degl'infiniti de' Verbi. (p. 286)
Cap. 11. Della Costruzione del gerundio. (p. 297)
Cap. 12. Della Costruzione del participio. (p. 304)
Cap. 13. Della Costruzione del nome. (p. 308)
DELL'ARTICOLO. (p. 308)
DEL SEGNACASO. (p. 315)
DEL NOME SUSTANTIVO. (p. 318)
DE' NOMI ADDIETTIVI. (p. 320)
COL GENITIVO. (p. 320)
COL DATIVO. (p. 322)
COLL'ACCUSATIVO, E LA PREPOSIZIONE A. (p. 322)
COLL'ACCUSATIVO, E LA PREPOSIZIONE PER. (p. 323)
COLL'ABLATIVO. (p. 323)
DE NOMI COMPARATIVI. (p. 324)
DE' SUPERLATIVI. (p. 325)
DE' PARTITIVI. (p. 326)
DE' PRONOMI. (p. 326)
Cap. 14. Della Costruzione della preposizione. (p. 327)
DELLE PROPOSIZIONI SEMPLICI. (p. 327)
A. (p. 329)
DA. (p. 332)
IN. (p. 334)
PER. (p. 336)
CON. (p. 339)
DENTRO, ENTRO. (p. 340)
SOPRA. (p. 341)
SOTTO. (p. 343)
TRA, FRA. (p. 343)
PRESSO, VICINO. (p. 346)
RASENTE. (p. 349)
LUNGO. (p. 349)
LUNGI, LONTANO, DISCOSTO. (p. 349)
VERSO, INVERSO. (p. 350)
FINO, INFINO, SINO, INSINO. (p. 351)
CIRCA. (p. 351)
OLTRE. (p. 351)
AVANTI, DAVANTI, INNANZI, DINANZI, PRIMA. (p. 352)
DIETRO, DOPO. (p. 355)
CONTRO, CONTRA. (p. 356)
GIUSTA, GIUSTO, SECONDO. (p. 357)
ECCETTO, SALVO, FUORI, IN FUORI. (p. 358)
SENZA. (p. 359)
QUANTO. (p. 360).
DELLE PREPOSIZIONI COMPOSTE. (p. 360)
A modo, maniera, guisa, foggia &c. (p. 360)
Altre preposizioni composte, che servono al genitivo. (p. 360)
Preposizioni, che servono al dativo. (p. 361)
Preposizioni, che servono all'accusativo. (p. 364)
Preposizioni, che servono all'ablativo. (p. 365)
Cap. 15. Della Costruzione dell'avverbio. (p. 365)
$ I. Degli avverbj, che hanno caso. (p. 366)
ECCO. (p. 366)
Avverbj dinotanti quantità. (p. 367)
Altri avverbj col caso. (p. 368)
$ II. Avverbj di particolare osservazione. (p. 371)
Avverbj non tanto noti comunemente. (p. 371)
Avverbj di vario uso. (p. 376)
Cap. 16. Della costruzione dell'interjezione. (p. 395)
O, OH, OI. (p. 395)
AH, AHI. (p. 396)
DEH. (p. 396)
GUAI. (p. 396)
COSI'. (p. 397)
Cap. 17. Della costruzione della congiunzione. (p. 397)
Delle congiunzioni sospensive, e condizionali. (p. 397)
Delle congiunzioni indicanti contrarietà. (p. 398)
CONGIUNZIONI, CHE TOLGONO LA CONTRARIETA'. (p. 401)
DELLE CONGIUNZIONI DI CAGIONE. (p. 401)
DELLE CONGIUNZIONI AVVERSATIVE. (p. 404)
DELLE CONGIUNZIONI COPULATIVE, E DISGIUNTIVE. (p. 405)
DELLE CONGIUNZIONI AGGIUNTIVE. (p. 407)
DELLE CONGIUNZIONI ELETTIVE. (p. 407)
DELLE CONGIUNZIONI ILLATIVE. (p. 408)
DI VARIE ALTRE CONGIUNZIONI. (p. 409)
Cap. 18. Della costruzione figurata. (p. 412)
DELLA ELLISSI (p. 413)
DEL PLEONASMO. (p. 419)
DELLA SILLESSI. (p. 421)
DELL'ENALLAGE. (p. 421)
DELL'IPERBATO. (p. 426)
DELLE PARTICELLE, E DEGLI AFFISSI. (p. 429)
LIBRO TERZO. Della maniera di pronunziare, e di scriver toscano. (p. 434)
Cap. I. Del valore, e della pronunzia delle lettere. (p. 434)
Cap. 2. Dell'Accento, e dell'Apostrofo. (p. 439)
Cap. 3. Delle stroncature delle sillabe. (p. 441)
Cap. 4. Dello accrescimento delle parole. (p. 443)
Cap. 5. Quando le parole si possano scemare in principio. (p. 445)
Cap. 6. In quanti modi possano le parole scemarsi in fine. (p. 447)
Cap. 7. Delle parole composte. (p. 458)
Cap. 8. Delle lettere maggiori, e minori, e quali sieno le regole del loro uso. (p. 461)
Cap. 9. De' punti, e delle virgole. (p. 462)
Cap. 10. Delle sillabe lunghe, e brievi. (p. 468)
TAVOLA De' Libri, e de' Capitoli della presente Opera. (p. 470)
TAVOLA Delle abbreviature, e degli Autori, da' quali sono tratti gli esemj citati in quest'Opera. (p. 474)
INDICE Delle Materie, che si contengono in quest'Opera. (p. 484)